Bronson > Nicolas Winding Refn

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Bronson
di Nicolas Winding Refn (UK/2008)
recensione a cura di Alessio Galbiati

 

«Il nichilismo. Non serve a niente metterlo alla porta, perché ovunque, già da tempo e in modo invisibile, esso si aggira per la casa. Ciò che occorre è accorgersi di quest’ospite e guardarlo bene in faccia» – Martin Heidegger

 

Sono tutti incazzati neri i protagonisti dei film di Nicolas Winding Refn. Gente molto poco raccomandabile dalla quale è meglio stare alla larga e con la quale non è il caso di discutere. Uomini che non ci pensano su due volte a spaccarti la testa per un nonnulla. Esseri pericolosi, primordiali, portatori sani di un’animalità istintuale che affonda le sue origini nella notte dei tempi. Sembrano quasi fratelli l’un con l’altro, verrebbe quasi da dire camerati, compagni d’armi: il driver di Drive, i pusher della trilogia omonima, la belva One Eye di Valhalla Rising e Michael Peterson, soprannominato Charles Bronson, il più pericoloso carcerato britannico. Uomini con un fisico scolpito, muscoli sempre in tensione, anche a riposo, che non attendono altro che trovare un pretesto (fuori o dentro di sé) per muover le mani.

Bronson è la storia del più pericoloso ospite delle prigioni di sua Maestà, una storia che trae ispirazione dalla realtà, sopra la quale realizzare un barocco accrocchio parodistico, sospeso fra orrore e ridicolo, una biografia pop fotografata con la stessa luce di un servizio fotografico patinato. Così la didascalia che chiude il film: «Charles Bronson è il carcerato più famoso d’Inghilterra. Ha passato 34 anni in carcere, 30 dei quali in completo isolamento. Ad oggi non è ancora prevista una data di scarcerazione».

Michael Gordon Peterson (Luton, 1952) è il più celebre e violento carcerato inglese, meglio conosciuto come Charles Bronson, soprannome ricavato dall’attore protagonista de Il giustiziere della notte (Death Wish) di Michael Winner (1972) – soprannome affibiatoli dal suo manager di boxe a mani nude durante i pochi anni di libertà. Entrò in carcere per la prima volta nel 1974, condannato per un furto a mano armata di 26,18 sterline. In carcere si è velocemente guadagnato la fama di "mina vagante", picchiando detenuti e guardie carcerarie, partecipando a rivolte e prendendo in ostaggio agenti penitenziari; comportamenti che gli sono valsi l’estensione della condanna a quattordici anni. Data la sua pericolosità è stato trasferito in oltre 120 differenti complessi penitenziari, trascorrendo gran parte della sua detenzione in isolamento. Il 30 ottobre 1988 venne rilasciato, avendo scontato la sua pena, ma furono solamente 69 i giorni di libertà prima di un nuovo arresto. 54 i giorni di libertà nel 1992, anch’essa interrotta da un nuovo arresto. Bronson è uno dei criminali più popolari della Gran Bretagna, soggetto di numerosi articoli giornalistici, libri e studi sulla riforma carceraria. Lui stesso ha scritto libri circa la propria esperienza carceraria, ma pure sviluppato un proprio metodo di fitness (è infatti un patito della cura del corpo) e scritto un manuale di allenamento in spazi ristretti (Solitary Fitness). Bronson è stato coinvolto in più di una dozzina di "incidenti" con ostaggi. Nel 1983 prende alcuni ostaggi e organizza una rivolta. 47 ore di protesta sul tetto al Broadmoor, causando 750.000 sterline di danni. Nel 1994, mentre tiene in ostaggio un bibliotecario, nel carcere di Milton Keynes, chiede una bambola gonfiabile, un elicottero e una tazza di tè come riscatto. Due mesi dopo, prende il vice governatore Wallace Adrian come ostaggio per cinque ore nel carcere di Hull, ferendolo gravemente. Nel 1998 prende in ostaggio due dirottatori iracheni e un altro detenuto nella prigione di Belmarsh a Londra. Durante la trattativa ha chiesto un aereo per portarlo a Cuba, due mitra Uzi , 5.000 munizioni, e un’ascia. Esperienza che gli è valsa un aggravio di altri sette anni. Nel 1999 prende in ostaggio Phil Danielson, un insegnante di educazione artistica della prigione di Hull. Altri tre anni. Nel 1999 una unità di carcere speciale è stata appositamente istituita per Bronson e due altri prigionieri violenti di Woodhill. Nel 2000 ha ricevuto una condanna di tre anni per una presa di ostaggi. Il suo appello contro questa sentenza è stato negato nel 2004. Il 12 novembre 2010 è stato coinvolto in un altro incidente nella prigione di Wakefield, quando si è denudato, coperto di burro e attaccato sei guardie. Negli ultimi dieci anni si è occupato da scrivere poesie e di produzione di opere d’arte, ha avuto undici libri pubblicati, tra cui nel 2008: Loonyology: In My Own Words. Ha vinto 11 Koestler Trust Awards per la poesia e per l’arte. Il 28 aprile 2010, alcuni disegni di Bronson sono stati esposti nella metropolitana di Londra alla Angel Station dal 26 aprile 2010 per due settimane.

 

 

Una vita incredibile, assurda ed estrema, un monumento al nichilismo, una titanica ed insopprimibile tendenza all’annientamento, alla mortificazione del corpo e dello spirito. Ma pure un problema sociale irrisolvibile, che manifesta, con il caso Bronson, l’incapacità del sistema detentivo di assicurare il rispetto della dignità fondamentale di un uomo costretto a vivere gran parte della propria esistenza in isolamento. NWR ci racconta la storia di quest’uomo in maniera non convenzionale e antinaturalistica. Pur se con qualche consonanza cromatica, il carcere disegnato da NWR, entro il quale si svolge gran parte della pellicola, è distante anni luce da quello messo in scena in Hunger da Steve McQueen (entrambi i film sono del 2008). Due storie vere, in egual modo, che raccontano la vicenda reale di due primatisti delle peggiori esperienze carcerarie britanniche, ma che indagano e perseguono finalità profondamente differenti. Quello di Steve McQueen è un affresco politico, il corpo di Michael Fassbender / Bobby Sands è lo strumento per raccontare una lotta, per mostrare un atto di sacrificio, ed il carcere è nel suo film il luogo dell’oppressione, dell’annientamento, dell’abiura, ma anche del gesto sovrumano, della volontà (politica) che domina la biologia. NWR è invece interessato all’indagine dell’istinto di questo straordinario e sbalorditivo personaggio, d’un posseduto da un’aggressività irrefrenabile, incapace di vivere nella società, quasi che fosse una belva feroce, una cristallizzazione genomica proveniente da un lontano passato della specie. Il carcere è dunque un set, una ribalta, la sola della quale dispone Charlie, sopra la quale mettere in scena il suo spettacolo. Una ribalta reale che diviene immaginaria nel film: Charles stesso interagisce con il pubblico immaginario di un teatro, truccato da clown o con il viso diviso a metà, narrando le proprie gesta come un attore che mette in scena una storia. È solo alla fine che il carcere diventa una gabbia, una terribile scatola di metallo dentro alla quale rinchiudere il “caso” Charles Bronson, ed il dolore – estetizzato in chiave gore – prenderà il sopravvento.

Sono molte le consonanze con Arancia meccanica di Stanley Kubrick: NWR si muove nei solchi scavati dal Genio e tracciati dal romanzo di Anthony Burgess. Consonanza non solo estetica (ottiche simili e un direttore della fotografia, Larry Smith, che con Kubrick ha a vario titolo collaborato in Eyes Wide Shut, Shining e Barry Lyndon), ma soprattutto tematica: la messa in discussione della validità del sistema penitenziario di fronte ad esseri umani "speciali". Bronson (uno straordinario Tom Hardy) è un po’ l’Alex di Arancia meccanica, connaturata in lui c’è una violenza innata, primordiale, acausale, ma rispetto al kubrickiano omologo Bronson non pare conoscere alcuna perfida. Il suo è un nichilismo estremo perché solo nella privazione totale del carcere e dell’isolamento trova l’equilibrio del proprio sé.

Il cinema di NWR come i suoi protagonisti non conosce mezze misure. Passa dalla stasi all’azione adrenalinica in un battito di ciglia, esplode tutta la sua violenza in situazioni estetizzanti, alterna ritmi e monumentalizza il corpo. NWR ha stile. Ne possiede tanto, ed è sempre riconoscibile, perlopiù caratterizzato dall’uso di colonne sonore electro in sequenze estatiche di sospensione.

Solo la realtà riesce ad essere più stupida della finzione.

 

Uscito nel 2008 raggiunge le sale italiane solo nel giugno 2011 (One Movie distribuzione) trascinatoci dal successo planetario di Drive.

 

Alessio Galbiati

 

 

 

VEDI ANCHE

in Rapporto Confidenziale 36 – ottobre/novembre 2012

 

 

 

Bronson

Regia: Nicolas Winding Refn
Sceneggiatura: Brock Norman Brock e Nicolas Winding Refn
Fotografia: Larry Smith
Montaggio: Mat Newman
Musiche: Lol Hammond (supervisore alle musiche)
Scenografia: Adrian Smith
Costumi: Sian Jenkins
Trucco: Niamh Morrison
Produttore: Rupert Preston, Daniel Hansford, Jane Hooks (co-produttore)
Produttore esecutivo: Allan Niblo, Suzanne Alizart, James Richardson, Kate Ogborn, Nick Love, Paul Martin, Rob Morgan, Thor Sigurjonsson, Simon Fawcett
Interpreti: Tom Hardy (Charles Bronson), Matt King (Paul Daniels), James Lance (Phil Danielson), Amanda Burton (madre di Charles)
Produzione: Vertigo Films, Aramid Entertainment Fund, Str8jacket Creations, EM Media, 4DH Films, Perfume Films
Macchine da presa: Arricam LT – Zeiss Master Prime Lenses, Arricam ST – Zeiss Master Prime Lenses, Arriflex 416 – Zeiss Ultra 16 and Super Optex Lenses
Rapporto: 1.85:1
Lingua: inglese
Paese: UK
Anno: 2008
Durata: 92′

 

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