Gambling with Souls > Elmer Clifton

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ANIME IN GIOCO

Assunto dal Fine Arts Studio di Griffith, Elmer Clifton fu attore e regista della seconda unità dei due più importanti film del suo datore di lavoro, Nascita di una nazione (1915) e Intolerance (1916), prima di diventare film-maker in proprio, scopritore di Clara Bow, regista di punta della Fox poi estromesso per la morte dell’attrice Martha Mansfield su un suo set e retrocesso, inizi del sonoro, alla serie B. Artefice di western, polizieschi, un Captain America (1944), l’ultimo film completato da Ida Lupino (Not Wanted, 1949), exploitation a base di droga (Assassin of Youth, cult del 1937) e sesso come questo Gambling with Souls (1936), ritirato subito dagli schermi newyorchesi per immoralità, poi ridistribuito, l’anno dopo, con il titolo più noir Vice Racket.

Noir è senz’altro l’inizio, la polizia che sfreccia per la città, intenta a bloccare la doppia attività clandestina di una casa da gioco che funge anche da bordello, con personale reclutato tra le vittime indebitate della prima mansione. La melliflua Molly Mardock (Gay Sheridan) diventa amica di ragazze con i grilli sulla testa, come la protagonista Mae Miller (Martha Chapin), che introduce nel locale, inducendola gradualmente a bere, giocare, andare su di giri, persino assistere a incontri di lotta libera, per meglio manipolarla. E’ il mai-visto dei film non mainstream, meno sottili, più sostanziosi, questo girato, se non con ispirazione, almeno con decenza professionale, macchina mobile, buon montaggio, inquadratura calibrata.

Alla donna tocca vedere anche gli spettacoli notturni che eccitano gli spettatori e lei ne è rapita come non mai, sebbene siano riservati a un pubblico maschio e macho, basati su corpi nudi femminili di ballo, al più con orchestra jazz alle spalle, controcampo abilmente montato di footage esterno ed estremo (per l’epoca). Questo tipo di scena, con un personaggio femminile in foia mentre davanti a lei sfilano spettacoli per uomini soli, è abbastanza ricorrente nei low-budget sexy d’antan, forse affinché proietti l’eccitazione dello spettatore su un corpo di sesso opposto. Per bilanciarne i sensi di colpa (è qualcosa di galvanizzante, a prescindere dalle pulsioni) o, come più probabile, per introdurre timidamente una fantasia lesbica, luogo ricorrente dell’immaginario porno. L’esotismo, a volte, dei corpi (ispanici, black) rafforza l’erotismo, sessualizzazione del disprezzo, poi spostato sulla donnaccia in quanto tale, latrina da cui prendere le distanze eppure proprio per questo attraente, altro tipo di esotismo che getta luce sui fenomeni di conflitto razziale e sessuale.

Interessante anche l’operazione di incollaggio dell’eros su un altro genere, in questo caso il poliziesco, settore bisca clandestina. Anzi, il film nasce proprio come operazione tesa ad adombrare il personaggio del gangster Lucky Luciano, ribattezzato qui Lucky Wilder. Wild è spesso il termine adoperato per questo tipo di pellicole, per i personaggi che presenta soprattutto, e senz’altro è selvaggio Wheeler Oakman, classico villain fisognomico, l’uomo che gestisce gli affari di bisca e bordello, che fa indebitare Mae per poi proporle di prostituirsi.

La sequenza che apre la pista del meretricio è piuttosto audace, con lei vampirizzata, persino voluttuosa e sognante, mentre, pezzo dopo pezzo, si possono scorgere, anche un po’ goffamente, gli indumenti femminili, lingerie spessa compresa, cadere sul pavimento e riempire il quadro, altro momento indicativo di spostamento erotico, feticismo delle stoffe venute a contatto col corpo nudo, quest’ultimo fuoricampo, assenza/presenza di un desiderio che svuota il frame di ogni oggettività narrante per esprimere visibile/invisibile la pura soggettività, frammento davvero puramente pornografico e cinematografico, inconcepibile senza lo sguardo desiderante dello spettatore che lo completi e gli dia senso.

Anche con il gangster viene riproposto il gioco di repulsione/attrazione fondante del genere. Lucky (Wilder o Luciano) piace in quanto ripugnante malavitoso. Lo spettatore s’identifica, la spettatrice (se c’è) ne sente il fascino di bestia (wilder) pronta ad assalire la bella. Quest’ultima ha il compito di trasformare o sopprimere il mostro, qui ucciso a colpi di pistola. Mae vendica la sorella minore (Gay Sheridan), caduta nella trappola anche lei, e poi deceduta per un aborto clandestino. A tentare di salvarla, l’ignaro cognato, medico in carriera, brav’uomo ma decisamente assente, soprattutto in un certo versante, si capisce. Ragion per cui sua moglie è presa dalla (s)mania del consumismo, non le bastano mai gli abiti, i gioielli e la biancheria intima di cui si contorna. Scene ricorrenti e bollenti di lei in reggiseno e mutandone dinanzi allo specchio, accanto al talamo vuoto. Poi, verso lo spogliatoio e consueta pioggia d’indumenti a terra. Il consumismo sta per qualcos’altro, ossessione montante.

La Chapin ha un bel corpo flessuoso, una postura elegante, le chiome platinate alla Jean Harlow, una voce carezzevole e invitante. Esprime il non familiare del familiare: sia come moglie benestante a cui non manca nulla e tuttavia è assalita da calde inquietudini; sia come icona tipicamente hollywoodiana, riproposta però in un contesto più sordido.

Dopo aver narrato la sua triste vicenda in flashback, aver condotto per mano lo spettatore nei meandri del mondo in cui lei si è implacabilmente ritrovata, un po’ per leggerezza, un po’ per ingordigia, un po’ (molto) perché manipolata e un po’ (soprattutto) perché c’era un cattivo che non le lasciava altra scelta, il non familiare ritorna familiare. Spettatore e marito, all’unisono, comprendono, perdonano e dimenticano. Al giudice spetterà la sentenza sicuramente non ardua, a cui si rimanda più per convenzione che per convinzione. Non soltanto l’amore, ma anche l’arrazzamento, invade e finisce.

Leonardo Persia

Gambling with Souls
(USA, 1936)
Regia: Elmer Clifton
Sceneggiatura: J.D. Kendis
Fotografia: Jas. R. Diamond
Montaggio: Earl Turner
Interpreti principali: Martha Chapin (Mrs. Mae Miller), Wheeler Oakman (‘Lucky’ Wilder), Bryant Washburn (‘Million Dollar’ Taylor), Gay Sheridan (Carolyn), Vera Steadman (Molly Murdock), Edward Keane (giudice), Robert Frazer (dott. John Miller), Gaston Glass (ubriaco nel bar), Florence Dudley (Jean), Eddie Laughton (Nick)
70′

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