Il meglio del 2012 – Nicola Bernasconi

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«Amo molto parlare di niente. È l’unico argomento di cui so tutto»
– Oscar Wilde –

 

Anche quest’anno vogliamo giocare con i film e con il calendario.
Abbiamo chiesto a amici e collaboratori, professionisti del settore e cinefili, un elenco dei 5 migliori film usciti, o visti per la prima volta, durante l’anno solare 2012.
Concluderemo a gennaio inoltrato, stilando una classifica del meglio del meglio e un elenco delle segnalazioni… come fatto lo scorso anno.

 

 

Nicola Bernasconi

Produttore

Holy Motors
di Leos Carax
(Francia-Germania/2012)

Dopo Holy Motors, il diluvio… Non ci sono storie, tra quelli usciti e visti nel 2012 è quello che mi ha emozionato, scosso, infastidito, disgustato e meravigliato di più. E al cinema non chiedo altro. È un film che ha coraggio, si spinge in territori pericolosi, sfiora il ridicolo, gioca con una materia puramente cinematografica, immaginifica. Ma mai fine a se stessa: non smette mai di dialogare con il reale, spesso in maniera spudoratamente autoreferenziale, e ti imballa e stupisce come pochi o nessuno hanno fatto in tempi recenti. In questo Carax è vicino a un autore come David Lynch. Lo ami o lo detesti. O entrambi; non è questa è l’essenza del genio?

Tabu
di Miguel Gomes
(Portogallo-Germania-Germania/2012)

Anche se proveniente da un altro pianeta, pure Gomes, come Carax, mi sembra uno dei pochi autori che sanno costruire un racconto per immagini utilizzando una materia che un tempo avremmo definito “di celluloide”. È il cinema stesso la sua materia prima, le sue suggestioni, la nostalgia di un suo passato che non tornerà mai più. Niente di troppo intellettuale o referenziale però: Gomes ha la capacità di raccontare trasportandoti lontano e con vera poesia. Raramente in tempi recenti un film mi ha rapito a tal punto, conducendomi in quell’altrove dove dimorano le storie più belle che l’uomo abbia saputo raccontare. Volutamente simile a un film d’altri tempi, Tabù è in realtà modernissimo e conferma Gomes come uno degli autori di punta del cinema contemporaneo.

De rouille et d’os
titolo internazionale: Rust and Bone
titolo italiano: Un sapore di ruggine e ossa
di Jacques Audiard
(Francia-Belgio/2012)

Nonostante quest’ultimo film di Audiard sia meno clamoroso e forse meno riuscito del suo precedente Un prophète – pecca infatti di alcuni problemi di sceneggiatura e di messa a fuoco della storia – il regista francese dimostra ancora una volta di essere un regista con i contro-cazzi, capace di filmare maledettamente bene qualsiasi cosa gli passi sotto la lente. Cinema virtuoso, ma non virtuosistico né troppo compiaciuto e meno ostentato del precedente. A differenza dei primi due titoli in classifica, qui la materia prima è il reale, il corpo e la sua carne, i suoi muscoli, il suo sangue, il sudore che ne fuoriesce, restituito nella sua nuda e cruda verità e incarnato da due attori magnifici le cui ferite lasciano il segno.

L’intervallo
di Leonardo Di Costanzo
(Italia-Svizzera/2012)

Un gioiello di film, un mezzo miracolo. Pare un fiore raro e fragile cresciuto in una pietraia inaridita. Eppure ha radici solide. Una sceneggiatura come raramente se ne traspongono su grande schermo, soprattutto in Italia, una regia che sa esattamente cosa desidera filmare e dove vuole arrivare, una fotografia che non ha paura del buio e dell’imperfezione, ma soprattutto due giovani attori che sembrano nati per stare dentro a un film, meravigliosi protagonisti di un racconto urbano, contemporaneo, che man mano si perde nella favola toccando profondi nodi archetipici con grazia e leggerezza. Un La morte corre sul fiume partenopeo: se questo pareva un accostamento improponibile, ebbene qui si è realizzato.

   

ex aequo
Eldfjall
titolo internazionale: Volcano
di Runar Runarsson
(Islanda/2011)

A questo punto della classifica avrebbe forse dovuto esserci Amour di Michael Haneke, un bel film che però non sono riuscito ad amare quanto questo debutto nel lungometraggio di un giovane regista islandese, uscito nel 2011 ma visto quest’anno. Per certi versi simile nelle tematiche e negli sviluppi narrativi, Volcano sprigiona una forza drammatica primordiale che scaturisce dalle viscere della terra d’Islanda come dalla natura del suo protagonista, un vecchio ruvido e burbero pescatore alle prese con il declino ineluttabile della moglie. Laddove la Palma d’oro di Cannes è cesellata mediante una perfetta interiorizzazione, forse eccessivamente controllata e intellettuale, il film di Runarsson va alla ricerca delle corrispondenze tra natura del mondo e natura umana, lasciando esplodere, senza ricorrere a grandi clamori, il dramma interiore di un uomo alle prese con la fine della vita.

ex aequo
Der Glanz des Tages
titolo internazionale: The Shine Of Day
di Tizza Covi e Rainer Frimmel
(Austria/2012)

Il cinema del reale di Frimmel e Covi si conferma fonte di incredibile vitalità e poesia. Senza abbellimenti o artifici di sorta, è in grado di restituire brandelli di verità umana come oggi in pochi sanno fare. Ci rispecchiamo nei difetti, nelle debolezze, nei grandi dolori come nelle piccole gioie dei loro protagonisti perché vi riconosciamo una verità che nemmeno la vita reale saprebbe rappresentare in maniera così giusta e sincera. Ossigeno puro.

 

 

Menzione speciale
Leviathan
di Lucien Castaing-Taylor e Verena Paravel
(Francia-UK-USA/2012)

Più vicino alla videoarte che al cinema vero e proprio, Leviathan è una maestosa immersione senza concessioni nella brutalità e nella violenza del mondo colto nel suo stato più primordiale e selvaggio, dove anche la figura umana, sradicata dall’artificio e dalle comodità della sua civilizzazione, smarrisce i suoi contorni per ritornare ad essere cellula, parte insignificante di un organismo più grande, maestoso, tutt’altro che rassicurante. Menzione speciale per l’irriverenza nei confronti dello spettatore, letteralmente brutalizzato durante quasi un’ora e mezza. Ma come per ogni trauma, tutto ciò può essere salutare.

 

 

Dei titoli selezionati da Nicola Bernasconi tra il meglio del 2012, su RC puoi trovare:
"Holy Motors" di Leos Carax – recensione a cura di Olivier Père

 

 

cover image: Holy Motors di Leos Carax

 

 

 

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