Il meglio del 2012 – Matteo Marelli

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

«Amo molto parlare di niente. È l’unico argomento di cui so tutto»
– Oscar Wilde –

 

Anche quest’anno vogliamo giocare con i film e con il calendario.
Abbiamo chiesto a amici e collaboratori, professionisti del settore e cinefili, un elenco dei 5 migliori film usciti, o visti per la prima volta, durante l’anno solare 2012.
Concluderemo a gennaio inoltrato, stilando una classifica del meglio del meglio e un elenco delle segnalazioni… come fatto lo scorso anno.

 

 

Matteo Marelli

Caporedattore di UZAK – trimestrale online di cultura cinematografica

A última vez que vi Macau
Titolo internazionale: The Last Time I Saw Macau
di João Pedro Rodrigues e João Rui Guerra da Mata
(Portogallo-Francia/2012)

Film che seduce e intimorisce allo stesso tempo. Perché è una sinfonia brumosa, irriducibile alle categorie di genere; un congegno misterioso e astratto, ammantato di solitudine e abbandono, nel quale aleggia una saudade, una dolce malattia che consuma con surrettizia delicatezza. Macau è un luogo ipotetico, sfuggente, cangiante; possibile solo cinematograficamente. Un dedalo di memorie personali (quelle di Guerra da Mata) attraversato da reminiscenze cinefile (quelle di Rodrigues – su tutte L’avventuriero di Macao di Von Sternberg, ma anche Un bacio e una pistola di Aldrich, e Il bacio della pantera di Tourneur), messo in scena, e dunque reso plausibile, per mezzo d’immagini di fattura documentaristica. È un film d’amore sui ricordi e un film di ricordi sull’amore. Rodrigues e Guerra da Mata estremizzano le teorie bressoniane sull’economia della forma e sulla densità dei contenuti; realizzano un’opera scentrata, tutta giocata sulle possibilità estreme di decentramento, consegnano l’intera narrazione al fuori-campo, che si fa dimensione misteriosa ed ineffabile un vero e proprio centro di gravità esterno allo schermo.

Holy Motors
di Leos Carax
(Francia-Germania/2012)

Qui si spinge alle estreme conseguenze la destrutturazione delle forme, vera e propria dominante culturale della sensibilità postmoderna. Carax costruisce un calembour filmico giocato «sulla frammentazione schizofrenica, la molteplicità, la serialità, sulla proiezione di sempre nuovi punti di vista». Protagonista è un soggetto dalle molteplici forme, privo d’identità distintiva, che ha rinunciato alla propria immagine originaria per interpretare i giochi dei tanti volti assunti. Un corpo impalpabile teso a definirsi nel momento dell’appropriazione del ruolo di volta in volta assegnatogli. Un «ombrofago che si libera della propria ombra divorandola, […] divenendo pellicola neutra facilmente impressionabile da qualsiasi caratteristica di genere». Un uomo senza qualità che non si lascia racchiudere nella prigione dell’io. Dietro il suo volto impenetrabile si apre un vuoto affascinante, che nessuna definizione riuscirà mai a colmare.

Spring Breakers
di Harmony Korine
(USA/2012)

Korine mostra il lato ferino, orgiastico, brutale, che cova al di sotto del superficialmente innocuo e patinato immaginario pop-giovanilistico. Il digitale lisergico aggredisce le immagini imponendo alla visione un costante regime allucinatorio. Cromatismi acidi, l’impiego di neon, di colori acrilici che sembrano quasi sostituirsi agli oggetti, come se avessero una consistenza particolare, un’autonomia visiva ulteriore, fanno di Spring Breakers un mondo totalmente artificiale, di una luminescenza anomala, del tutto particolare, che insieme mostra il visibile e lo altera radicalmente. Il colore irrealistico diventa più rilevante sul piano testuale degli altri elementi dell’immagine; produce i sensi nascosti e secondi. Ancora un universo disumano, nichilistico, non distante dai precedenti mostratici. Certo l’estetica fluorescente di Spring Breakers è imparentabile alle sgranature di Gummo, ma, parafrasando Benjamin, Korine può così riuscire ad introdurre la riproduzione dell’originale in situazioni che all’originale stesso non sarebbero state accessibili, accrescendo così le potenzialità di contestazione dell’opera nei confronti delle logiche spettacolari dominanti.

Twixt
di Francis Ford Coppola
(USA/2011)

Nelle immagini è inscritta una metodica: il lavoro sulla tridimensionalità compiuto da Coppola non può essere ridotto a esercizio figurativo, in quanto mantiene una vocazione metodologica insopprimibile: in altri termini, si tratta di un’operazione relativa all’immagine, nella quale tuttavia si conserva la tensione dinamica dell’operazione intellettuale. Non è casuale che Coppola abbia deciso di confrontarsi nuovamente con l’horror per condurre questa riflessione sulle possibilità dello sguardo cinematografico: il cinema horror è ontologicamente oltraggioso per gli occhi, volutamente rivolto allo shock visivo. E il regista mette in evidenza proprio la sostanza vampiresca del cinema. Twixt è, forse, il suo episodio più teorico assieme a Rusty il selvaggio e Dracula, di cui non a caso riprende a più riprese lo sperimentalismo barocco e visionario.

   

Cosmopolis
di David Cronenberg
(Francia-Canada-Portogallo-Italia/2012)

Via crucis alla fine del mondo: l’Occidente; roso, indebolito da una malattia giunta alle estreme conseguenze, quella dell’interiorizzazione delle leggi dell’economia, sviluppatasi in un processo di transizione che ha portato da un capitalismo ad egemonia industriale ad un altro a dominante cognitiva. Il capitale ha realizzato il proprio dominio reale sottomettendo tutta la vita fisica e sociale ai propri bisogni di valorizzazione. La politica è diventata finanziarizzata mentre le economie sono state privatizzate. Il neoliberismo – l’assurdo concetto di un governo economico basato unicamente sul mercato e sulla propria capacità di auto-regolarsi – è nella fase che segue la sua piena maturazione: quella marcescente. Il capitalismo riletto in chiave cronenberghiana è un mostro endogeno prodotto per partenogenesi dall’organismo malato della società, ridotta a corpo sfibrato in attesa di essere rivitalizzata dall’avvento della Nuova Carne.

 

 

Super partes
Gebo et l’ombre

Titolo internazionale: Gebo and the Shadow
di Manoel de Oliveira
(Portogallo-Francia/2012)

Comincia con l’ombra ed è in fondo un lungo itinerario nelle tenebre. Intrecci misteriosi, dinamiche d’illusione e di menzogna, di messa in scena e di occultamento della verità. La materia del film investe la struttura stessa dell’immagine cinematografica. Abbagliante nei suoi contrasti, è un film fuori dallo spazio, dal tempo: tanto più attuale quanto più si mostra indifferente all’immediato contingente; capace di scavare dentro nodi e contrasti profondi che, intimamente, ci riguardano. Quello di de Oliveira è un lavoro di sottrazione che riporta il cinema alla sua forma basica. «Arte al servizio dell’illusione» che, come scriveva Nietzsche in un frammento de La volontà di potenza, è segno della capacità della creazione artistica di oltrepassare la mera rappresentabilità, per aprirsi a dinamiche di apparenze, di falsi, di inganni, che allargano l’orizzonte del senso e consentono di cogliere le infinite ambiguità dei linguaggi e del mondo, ma soprattutto un aspetto assolutamente rilevante sull’oggi: «Se il denaro manca, è perché qualcuno lo ha rubato» (cit. Manoel de Oliveira).

 

 

Dei titoli selezionati da Matteo Marelli tra il meglio del 2012, su RC puoi trovare:
"A última vez que vi Macau" di João Pedro Rodrigues e João Rui Guerra da Mata – recensione a cura di Alessio Galbiati
Intervista a João Pedro Rodrigues e João Rui Guerra da Mata – a cura di Alessio Galbiati e Roberto Rippa
"Holy Motors" di Leos Carax – recensione a cura di Olivier Père
"Holy Motors" di Leos Carax – recensione a cura di Michele Salvezza
"Cosmopolis" di David Cronenberg – recensione a cura di Matteo Contin
"Cosmopolis" di David Cronenberg – recensione a cura di Roberto Rippa
"Gebo et l’ombre" di Manoel de Oliveira – recensione a cura di Leonardo Persia

 

 

cover image: A última vez que vi Macau di João Pedro Rodrigues e João Rui Guerra da Mata

 

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+