4:44 Last Day on Earth > Abel Ferrara

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QUANDO IL MONDO FINISCE…
4:44 Last Day on Earth | Abel Ferrara | USA-Svizzera-Francia/2011

di Fabrizio Fogliato
da Rapporto Confidenziale 37

 

In un grande appartamento in cima alla città, abita una coppia. Si amano. Skye (Shanyn Leigh) è pittrice, Cisco (Willem Dafoe) un attore di successo. È un pomeriggio come tanti apparentemente, ma in realtà non lo è né per loro, né per chiunque altro, perché tutta l’umanità è in attesa della fine. Gli schermi televisivi rimandano notiziari, interviste a esperti e dibattiti sull’imminente catastrofe. Alle 4:44 del mattino dopo, secondo più, secondo meno, il mondo finisce più velocemente di quanto si possa immaginare. La causa è l’assottigliamento irreversibile dello strato di ozono che protegge la terra.
Fuori, nel mondo reale, non quello mostrato attraverso le immagini dei supporti audio-video c’è chi si suicida prima del tempo, chi continua la vita di sempre, il traffico è ininterrotto, chi cerca conforto nella droga. Skye e Cisco continuano ad amarsi, accarezzando le loro nudità come alla ricerca di un qualcosa, di un’essenza perduta, e tra ricordi di infanzia, aneddoti di gioventù, quadri realizzati senza soluzione di continuità, vestiti tolti e rimessi, il tempo trascorre inesorabile. Una telefonata via Skype irrompe nella vita della coppia e li destabilizza. La ex moglie di Cisco parla con l’uomo che le confida di averla sempre amata. Skye ascolta le parole del compagno e scoppia in una crisi isterica. L’uomo esce di casa e la donna chiama sua madre
(Anita Pallenberg) via Skype per confidarsi. L’uomo va a trovare suo fratello (Paul Hipp) e per poco non ricade nella tossicodipendenza: scoperto da Skye getta via la bustina e le chiede perdono.
Il momento fatidico è ormai giunto, i preavvisi cominciano a farsi sentire. Skye e Cisco, come la maggior parte della popolazione mondiale, hanno ormai accettato il loro destino, non resta che abbracciarsi ed amarsi.

 

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«Il film nasce da alcune riflessioni che feci tempo addietro. Alcuni anni fa mi fermai a pensare e a riflettere sullo scorrere del tempo. Ma quella del film non è un’idea pazzesca, non so come sia venuta, non so in generale da dove mi vengano le idee ma ci sono e lavorano. Due sole cose sono cere: le tasse e la morte. Delle tasse si occupa il fisco, della morte non si sa chi. Sappiamo che ci capiterà, ma accantoniamo l’idea. Finché qualcosa un giorno ce la rammenta di colpo. A me successe un paio d’anni fa durante un volo che mi portava proprio qui a Venezia. L’aereo ha avuto dei problemi, sono scese le maschere d’ossigeno. Sto per morire mi sono detto. Poi abbiamo ripreso quota. Sono qui. La morte può attendere. Il momento terminale è quello limite e il film è ambientato poco prima che tutto finisca. Nel momento in cui il mondo scompare, tutto il mondo non può fare altro che affidarsi a ciò in cui crede. Per questo, nell’appartamento molti sono gli oggetti riconoscibili dai protagonisti, è quasi come se li rappresentassero. La fine del mondo avviene per implosione, è una specie di bomba interiore. Ci si chiede come si reagisce nel momento in cui si sa che la propria vita, che la vita di tutti finisce. Ho voluto rappresentare la serenità, è molto importante ricercarla in se stessi. Quando sai che il mondo finirà non pensi ad altro che a come arrivare alla fine, con serenità, certo, ma nel frattempo si vive. Anche io cercherei di salvarmi a tutti i costi, poi se proprio non ci fosse via d’uscita, farei come Cisco, il protagonista del film. Mi chiuderei in casa con la mia donna. A parlare, dipingere, fare l’amore. Insieme, fino all’ultimo secondo». (Dichiarazioni del regista durante la conferenza stampa di presentazione del film alla 68ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, 7 Settembre 2011)

Dopo alcuni anni dedicati alla realizzazione di documentari e docu-fiction, Abel Ferrara torna alla regia di un film di finzione, girato in digitale e scritto direttamente (e solamente) da lui. In 4:44 Last Day on Earth si avverte l’urgenza di una necessità di esprimere direttamente un racconto dai tratti autobiografici, che chiude in Cisco la rappresentazione di un alter-ego a distanza, concentrato sulla ricerca di un sé interiore. L’ultimo film di Ferrara equivale a una seduta di autoanalisi in cui il regista e il suo “doppio”, l’attore-feticcio (in questo caso Defoe) si sublimano in un’unica rappresentazione archetipica: quella dell’uomo solo di fronte alla catastrofe. Un film “in famiglia” (con i collaboratori di sempre), chiuso claustrofobicamente tra le quattro pareti del loft che, anche simbolicamente, domina New York. Una casa-studio-caverna equivalente ad una scatola in cui il pavimento e le pareti confluiscono nel soffitto (e viceversa) e in cui gli oggetti presenti sono sia rappresentativi del carattere dei due personaggi sia rassicuranti perché facilmente riconoscibili da loro stessi. Il loft è ossessivamente chiuso su se stesso, come mostra lo snodarsi dei lenti piani sequenza che lo attraversano per descrivere l’azione: uno spazio criptico e “proibito” in cui dell’esterno si ha visione solo attraverso i supporti tecnologici (iPhone, Skype, videocitofono, tv, iPad, computer) mentre dall’esterno proviene solo una polifonia di rumori indistinti. 4:44 Last Day on Earth è un film in cui la famiglia, quella vera, è assente, perché si è lentamente scomposta lungo la via dell’esistenza, e ora, i vari “pezzi” sono raggiungibili solo attraverso la tecnologia; frammenti di realtà che irrompono in una quotidianità, apparentemente, serena non attraverso la fisicità dei corpi di fratelli, madri, ex-mogli… ma solo mediante l’immagine degli stessi rimandata dalla continuità e contiguità degli schermi. Questa volta, il moltiplicarsi dei punti di vista, la sovrapposizione di vari formati e l’intrecciarsi di immagini diverse ma legate dall’unicità della descrizione di un momento limite e definitivo, non sono solo una necessità legata ad uno stile registico, ma servono ad Abel Ferrara per intrecciare esperienze di visioni multiple volte a dare un quadro immanente del comportamento dell’umanità nelle ultime dieci ore della sua esistenza.
Abel Ferrara in questo film ascrive alla tecnologia l’aspetto parodistico, perenne costante all’interno del suo cinema, alternando alle riflessioni serie e profonde del Dalai Lama, le sgrammaticate immagini degli amici di Cisco seduti nella loro casa, il pessimismo profetico ed ecologista di Al Gore che parla in un dibattito televisivo, con quelle, in bassa definizione, della madre di Skye e della ex-moglie di Cisco. L’intento, chiuso all’interno della rappresentazione conflittuale dei due ambiti (quello collettivo e quello individuale), è evidente evocazione dell’impotenza della tecnologia: se, infatti, le parole provenienti dagli schermi altro non fanno che integrare la polifonia proveniente dall’esterno, quelle provenienti dagli schermi “privati” alterano l’equilibrio della coppia come esplicitato nella telefonata di Cisco alla ex-moglie e dalla successiva reazione isterica di Skye. Gli schermi nel loft, sono sempre accesi, e continuano a proporre immagini nell’indifferenza generale, ma le immagini televisive e/o in super-8, s’intrecciano all’interno della narrazione anche attraverso la proposizione dei ricordi. Nel momento ultimo e definitivo infatti, quello che resta, prima dell’implosione, sono i ricordi, che in 4:44 Last Day on Earth hanno la funzione di sondare il concetto di limite, qui inteso come momento estremo, una volta superato il quale, non è più possibile tornare indietro; limite, quindi, che non è zona di confine ma linea oltre la quale tutto diventa irreversibile.
La linea, può anche essere dunque quella del touch down, che in una partita di football americano segna il limite oltre il quale viene segnata la meta, quella che allo scadere del tempo può diventare rappresentazione di una vittoria o di una sconfitta. Non è casuale dunque, che uno dei ricordi di Cisco, evocati nel film mentre l’uomo, sdraiato sul letto accarezza il sedere nudo di Skye, sia quello di un’incredibile e storica partita di football americano, perché in quella partita, giocata al limite della morte, sono gli ultimi secondi a ribaltare un risultato già scritto e a certificare il limite irreversibile tra la gioia dei vincitori e il dolore degli sconfitti. La finale di Conference del 1967 è da un lato rappresentazione della passione umana (in questo caso quella sportiva) e dall’altro simbolo di uno spazio sospeso tra la vita e la morte, come sono le ultime dieci ore che costituiscono la struttura narrativa di 4:44 Last Day on Earth.

Di quanto l’aspetto simbolico sia importante all’interno dell’ultimo film di Ferrara è data conferma sin dalla scelta stessa del titolo che include, ripetuto per ben tre volte (come il “sei” apocalittico) il numero quattro. Numero che, nella cultura giapponese è associato alla sfortuna ed è collegato direttamente alla rappresentazione della morte, per cui come nell’Apocalisse, il “444” del film diventa sinonimo di fine del mondo. Secondo Ferrara la colpa dell’estinzione dell’umanità è dell’umanità stessa, e della sua indifferenza di fronte al problema del surriscaldamento del pianeta, dei cambiamenti climatici e dell’assottigliarsi del buco dell’ozono a causa dell’inquinamento globale. Non a caso l’apocalisse ferrariana è legata alla vicenda del popolo dell’Isola di Pasqua, auto-estintosi a causa dell’indifferenza nei confronti del taglio, indiscriminato, degli alberi sull’isola. Quando non rimangono più alberi da tagliare, non solo viene meno l’ossigeno, ma non è più possibile fare nulla sull’isola, né cacciare, né mangiare, né costruire una zattera per allontanarsi e pertanto alla popolazione non rimane altro che attendere la fine. La stessa cosa accade nel film in cui mentre alla tv si alternano esperti, giornalisti e predicatori che espongono il loro punto di vista sulla fine del mondo, emergono due volti simbolici, quello di Al Gore e del Dalai Lama, cioè coloro, che più di ogni altro hanno vaticinato la situazione catastrofica in cui si trova l’umanità a dieci ore dalla fine. Nonostante Ferrara scelga una rappresentazione minimalista per raccontare la vicenda di una coppia di fronte all’imponderabile, colpisce la maniacale attenzione verso l’esterno, come a voler rappresentare attraverso le strade affollate, le violenze, le folle oceaniche di San Pietro e La Mecca, o il semplice individuo che si getta dalla terrazza di fronte, la colpa collettiva di un’umanità che incoscientemente ha determinato la sua stessa fine.
La chiave di lettura scelta dal regista, è, paradossalmente, quella di un’attesa serena che accompagna gli ultimi istanti della vita. Attesa che è ricolma di fatalismo e che intende mostrare la fine del mondo come il momento da sempre atteso dall’umanità intera, come esplicitato dalle parole di Cisco: «Il mondo sta finendo da quando è cominciato, noi stiamo finendo da quando siamo venuti al mondo». Mentre Skye sembra pacatamente serena nel trascorrere i momenti dell’attesa, continuando a coltivare la sua passione, quella della pittura, Cisco appare tormentato da una storia sentimentale finita nel peggiore dei modi e contemporaneamente mostra rabbia e frustrazione verso coloro che hanno abbandonato il mondo alla deriva. La sua attesa è vissuta nell’ambiguità di una scelta tra il ritorno alla “vecchia famiglia” (va a trovare il fratello che non vede da tempo, e rischia di cadere nuovamente nella tossicodipendenza) e una “nuova” famiglia costituita da una donna che (forse) ama davvero: la scelta dell’uomo è quella di affrontare il destino con consapevolezza o inabissarsi nella perdita della conoscenza attraverso la droga.
Ecco dunque, che a dieci ore dalla fine l’appartamento ossessivo in cui un uomo e una donna si amano diventa dunque utero esistenziale dove, nel finale, nel cerchio del serpente blu, prima che tutto finisca per sempre, mentre i due fanno l’amore Skye supplica Cisco dicendogli: «Vienimi dentro». Il sesso, che diventa amore procreativo quasi fuori tempo massimo, perché, precedentemente il sesso in 4:44 Last Day on Earth rappresenta invece qualcosa di egoistico, e cioè la ricerca di sé nell’altro e attraverso l’altro. L’amplesso sui cui il regista indugia, in maniera ossessiva l’inizio del film è mostrato attraverso le riprese ravvicinatissime e frammentarie dei corpi che al tatto reagiscono attraverso intermittenti sospiri di piacere, precludendo alla polifonia dell’esterno la possibilità di penetrare in una intimità “religiosa” dominata dal silenzio. In 4:44 Last Day on Earth, l’atto sessuale ha la valenza della ricerca della propria essenza ed è concentrato sullo “studio” dei corpi come dimostra l’insistenza con cui vengono mostrati i preliminari: sia Cisco che Skye, prima di morire vogliono essere consapevoli di come è fatto l’altro; non si tratta di una semplice ricerca tattile bensì di qualcosa di spirituale come dimostra il ricorso allo yoga e alla meditazione che i due compiono uno di fronte all’altro. In questa atmosfera serena la rottura e la crisi sono in agguato, e possono manifestarsi (come avviene) attraverso una telefonata via Skype improvvisa e inaspettata. La tecnologia e i supporti su cui essa agisce, diventano dunque elemento di crisi volto a portare gli individui verso una “nuova” consapevolezza e a mostrare tutta la debolezza e la fragilità dell’essere umano. Questo film, probabilmente, rappresenta un momento di passaggio tra ciò che il regista è stato finora e ciò che potrà essere dopo i sessantanni appena compiuti, oltre ad essere, l’ennesima testimonianza di un’inesauribile passione per il cinema attraverso la visione di una poetica “vagabonda e itinerante” in cui non contano né i budget a disposizione né i metri di pellicola impressionabili ma solo ed esclusivamente continuare a girare nonostante tutto e nonostante tutti, contro tutto e contro tutti. •

Fabrizio Fogliato

 

 

4:44 Last Day on Earth
Regia, sceneggiatura: Abel Ferrara • Fotografia: Ken Kelsch • Montaggio: Anthony Redman • Musiche originali: Francis Kuipers • Suono: Neil Benezra • Art Direction: Sara K. White • Costumi: Moira Shaughnessy • Trucco: Caroline Blanchard • Acconciature: Liliana Meyrick • Post-produzione: Adam Folk • Assistente alla regia: Aaron Crozier • Effetti visivi: Chris Gelles, David Isyominsupervisor • Stunt: Jared Burke, Anthony Vincent • Production Design: Frank DeCurtis • Line Producer: Adam Folk • Produttori: Brahim Chioua, Peter Danner, Juan de Dios Larraín, Pablo Larraín, Vincent Maraval • Interpreti: Willem Dafoe (Cisco), Shanyn Leigh (Skye), Natasha Lyonne (Tina), Paul Hipp (Noah), Anita Pallenberg (Diana – Madre di Sky), Dierdra McDowell (Cisco’s Ex), Paz de la Huerta (Donna nella strada), Pat Kiernan (Giornalista), Triana Jackson (JJ – Figlia di Cisco), Tony Redman (Voce al telefono), Francis Kuipers (Teddy), Selena Mars (Ballerina su Skype), Justin Restivo (Suicida), Bojana Vasik (Donna con il cappotto), Trung Nguyen (Ragazzo delle consegne) • Produzione: Fabula, Funny Balloons, Wild Bunch • In associazione con: Bullet Pictures, Off Hollywood Pictures • Suono: Dolby Digital • Colore: colore • Macchina da presa: Red One MX – Cooke S4 Lenses • Negativo: Redcode RAW • Processo fotografico: Digital Intermediate – 2K (master format), Redcode RAW – 4.5K (source format) • Formato di proiezione: D-Cinema, DCP • Rapporto: 1.85:1 • Lingua: inglese • Paese: USA, Svizzera, Francia • Anno: 2011 • Durata: 82’

 

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all’interno di Rapporto Confidenziale 37:
LA VISIONE MORALE DI ABEL FERRARA. INTERVISTA A BRAD STEVENS
a cura di Fabrizio Fogliato
Brad Stevens, è biografo ufficiale di Abel Ferrara, e autore del poderoso volume Abel Ferrara: The Moral Vision, edito nel 2004 dalla londinese FAB Press, nonché collaboratore di importanti riviste specializzate quali, fra le molte, Sight and Sound, Cineaction, Video Watchdog, Flesh & Blood, Movie Collector, The Dark Side, Video World e Simulacres, nonchè del quotidiano francese Liberation.

Fabrizio Fogliato è autore della monografia Flesh and redemption. Il cinema di Abel Ferrara. Falsopiano edizioni, 2006. Isbn: 9788889782071.

 

Rapporto Confidenziale
numero 37 (dicembre 2012 / gennaio 2013)

ISSN: 2235-1329

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