CriticsBlob # Django Unchained > Quentin Tarantino

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Probabilmente solo Tarantino è in grado di generare tanto rumore e interesse attorno ai propri film. Con l’uscita nelle sale di Django Unchained una pioggia di articoli è caduta in tutto il mondo, un diluvio di parole attorno a un’opera attesa dalla critica, ma soprattutto dal pubblico, con la frenesia e l’eccitazione dell’evento epocale.

Su Rapporto Confidenziale ne abbiamo dato conto con una brillante e per niente banale recensione a cura di Leonardo Persia, ma è pure interessante ricostruire (in maniera parziale, of course) il mosaico di opinioni attraverso frammenti di recensioni e polemiche, sproloqui e sovrainterpretazioni, sciocchezze e sovrascritture, di tutto e di più.

Alla faccia di Spike Lee.

 

 

▪ Leonardo Persia per Rapporto Confidenziale:
«Non esiste purezza etnica o narrativa preservata. Tarantino ribadisce che il testo, risolto esclusivamente in altri testi, è sempre sconfinato e sovrapposto, quanto il corpo e le «razze». La vittima (Kill Bill), la donna (Death Proof), l’ebreo (Inglourious Basterds) precedono ed eccedono il nigger dell’instabile forma essere e tempo di Django Unchained, remake vendicativo, plurimo e basterd di ogni possibile cultura subalterna, denso di materiali e affetti, una compilation di ritornelli visivi, piattaforma mobile di musica/segno dove il regista sbalordisce per la sua bravura di dee-jay archivista della memoria audio e video.»

 

Alessandro Cappabianca, dal suo profilo facebook (e sul prossimo numero di Filmcritica):
«Django Unchained ha ben poco a che fare con gli spaghetti-western e col Django di Sergio Corbucci (1966), a parte gli omaggi di rito (il titolo, la colonna sonora, la partecipazione di Franco Nero); se è per questo, malgrado le apparenze, forse ha più a che fare col Django (Sukiyaki Western Django, 2007) di Miike Takashi, col suo andamento da favola esotica e cruenta. In ogni caso, Tarantino non si avvicina al western, come ad ogni altro genere, se non guardandolo attraverso una sorta di cannocchiale rovesciato, in grado non solo di distanziarlo, ma anche di interporre alla visione quegli ulteriori filtraggi mediatici di cui è permeata la sua cinefilia. Il che poi si traduce nel notorio feticismo nei confronti della pellicola da parte del Tarantino gestore di una sala cinematografica a Los Angeles.
Evidentemente il regista, in quanto amava le care, vecchie, doppie programmazioni nei cinemini di periferia, dove si proiettavano i film più assurdi (ai cui trailers rende esplicito omaggio in Grindhouse), ama la pellicola in quanto supporto trasparente di sogni, al punto di utilizzarla per un rogo sacrificale, strumento di palingenesi storica, in Bastardi senza gloria – anche se è una pellicola sempre contaminata, consumata da innumerevoli visioni, profondamente segnata dalla commistione dei generi, dall’avvento dell’exploitation e dalla frequentazione dei B-movies. Per allestire i suoi spettacoli sontuosi, insomma, Tarantino ha bisogno di partire da questi materiali disprezzati, “scadenti” o “volgari”, che così vengono a loro volta in qualche modo rivalorizzati.
A mio parere, peraltro, Django Unchained sembra più soffrire che giovarsi di queste operazioni di riciclaggio mediatico, visto che l’efficacia del film si impernia soprattutto sulla geniale invenzione d’un personaggio come il dottor King Schultz, oriundo tedesco, già dentista, ora cacciatore di taglie, più che sulla figura del pistolero ex-schiavo Django, Sigfrido nero di un mito rivisitato, alla ricerca della libertà e della sua Broomhilda.»

 

Roberto Escobar per l’Espresso:
«C’entra poco la trama del film di Corbucci, con "Django Unchained", a parte un piccolo ruolo riservato a Franco Nero e ripetuti omaggi al nostro western. Ancor meno c’entra l’"Ercole" di Francisci. Al centro dell’epica del nero che affronta e sconfigge il drago idiota del razzismo c’è, per paradosso, il Siegfried del mito nibelungico. Come lui, Django sale indomito fin sulla vetta dov’è tenuta prigioniera la sua Brunhilde, che l’incultura dei negrieri ha storpiato e ridotto a Broomhilda. E quando ci arriva, su quella vetta, il tuono delle sue pistole e della dinamite eguaglia e supera i clangori wagneriani. Insomma, non solo la storia è capovolta e migliorata, ma anche l’ideologia che presso i più (ignoranti) la reggerebbe.»

 

Marco Giusti per Dagospia:
«È impossibile non amare un film che apre con i titoli di testa, ovviamente rossi, sulle note della celebre "Django" composta Luis Bacalov e cantata da Rocky Roberts per il film di Sergio Corbucci e si conclude con "Lo chiamavano Trinità" di Franco Micalizzi mentre il suo eroe, il nuovo Django di Jamie Foxx, è diventato da schiavo barbuto un sofisticato eroe da blaxploitation anni ’70 con occhialetto nero che lascia Candyland tra le fiamme.»

 

Federico Chiacchiari per Sentieri selvaggi:
«Oggi Tarantino, col suo cinema “cinefilo” e irriverente, contaminato e citazionista, ma giocosamente analogico e materico (farà mai un film in 3D o a 48 frame?), si trova da una parte il grande cinema classico che sembra trovare continuamente una nuova linfa (Ben Affleck e John Hillcoat che seguono le orme di Robert Redford e Clint Eastwood), dall’altra “cineasti del XX secolo” che smaterializzano l’immagine, frantumano l’immaginario collettivo, portando la visione oltre il “cinema possibile”, in territori dove lo sguardo si confonde con il resto del corpo (The Hobbit, Cloud Atlas, tutto Zack Snyder, ecc…), dove la narrazione diventa inevitabilmente seriale e infinita…
Né classico né post-digitale, Quentin Tarantino rischia di collocarsi in una “terra di nessuno” del panorama cinematografico, meraviglioso outsider di un cinema dove la parola diventa sguardo, il personaggio si trasforma in paesaggio, e l’azione è l’unico luogo possibile dei sentimenti. E i Nibelunghi di Wagner invadono il selvaggio West….»

 

Gianluca Pelleschi per gli Spietati:
«Cosa manca a Django Unchained? Ovviamente niente, Django Unchained è il film che è. Però è innegabile che, almeno da un certo punto in poi, tutto proceda troppo straight, in modo poco tarantiniano (Tallarita, Sulla Carta, aveva letto giusto). Quello che rendeva non semplicemente “belli” ma grandiosi in senso trasversale gli ultimi lavori di Tarantino era un improvviso, inatteso scarto di livello. C’era un momento chiave nell’epopea omicida della Sposa in Kill Bill, un momento nel quale la bi-logia perdeva Epica ma acquistava Etica: Bill che, al momento della resa dei conti con Beatrix Kiddo, derubrica l’avvio dell’impianto vendicativo della quest (il tentato omicidio a sangue freddo della sua ex, per giunta incinta) a un semplice “ho reagito male”. “I overreacted”, le dice. E sembra sincero. Ecco che se c’era qualcosa di magnifico (e magniloquente) nelle 4 ore di omicidi della Thurman, veniva come disinnescato, sublimato in una svolta insieme grottesca e realistica, una svolta che spingeva lo spettatore a rivedere, spaesato, il proprio posizionamento nei confronti dei personaggi e del film tutto.»

 

kekkoz per Memorie di un giovane cinefilo:
«Il genere, notoriamente influente sulla sua filmografia come pochi altri, è usato come piattaforma di partenza per un film complesso ed eccitante, lunghissimo ma privo di momenti di stanca, che mescola blaxploitation e mitologia nordica, affianca ironia e tragedia, violenza sanguinaria e comicità improvvisa (alcuni momenti del film, tra cui una delle più riuscite – quella del KKK – sembrano quasi un omaggio a Blazing Saddles di Mel Brooks) con una scioltezza che non ha assolutamente pari al mondo: sono passati vent’anni da Le Iene ma Tarantino è sempre un passo avanti rispetto ai suoi epigoni.»

 

 

Caterina Gangemi per Bizzarro Cinema:
«Dopo il nazismo di Bastardi senza gloria, Quentin Tarantino ritorna alle questioni "serie" per raccontare con piglio dissacrante e irriverente un altro dei più vergognosi crimini contro l’umanità, la schiavitù, per quello che è forse il suo lavoro più ambizioso, concepito come omaggio allo spaghetti western (in particolare al cinema di Corbucci come svela il titolo, richiamo al personaggio dell’omonimo film del 1966 con Franco Nero) e nato dopo una travagliata gestazione, durata dieci anni e costellata da numerose defezioni nel cast. Ed è proprio con il tema di apertura composto da Luis Bacalov per Corbucci che il film ha inizio, immergendosi immediatamente in un’atmosfera vintage, permeata stavolta più di nostalgia che ammiccamenti: quello di Django Unchained è infatti un Tarantino maturo, che sul solco della pellicola precedente mostra di aver superato la fase ludica del pastiche citazionista accattivante a favore di un impiego strutturato, e neppure troppo autocompiaciuto, dei materiali di riferimento. Non orpelli ma colonne di una poetica perfettamente in grado di affermarsi nella propria personalità.»

 

Raffaele Meale per CineClandestino:
« […] Django Unchained non fa altro che accumulare una sequenza viscerale dopo l’altra, permettendosi digressioni che l’avvicinano in alcuni punti alla vera e propria farsa parodistica, come in occasione dell’aggressione notturna del Ku Klux Klan tra i cui membri (non a caso) compare anche Jonah Hill, fedelissimo di Judd Apatow: e non appare forzato intravedere nelle movenze cartoonistiche con cui Broomhilda/Kerry Washington si tappa le orecchie prima di un’esplosione lo sguardo astuto di Cleavon Little, soave protagonista di Mezzogiorno e mezzo di fuoco di Mel Brooks. Un processo naturale, per un film che si muove in maniera “scatenata”, letteralmente senza vincoli, all’interno delle esigenze narrative del genere, partendo dall’elisione – nella seconda metà della storia – dello spazio aperto. Il dogma dell’en plein air, ratificato dal western classico e reso proscenio in maniera inequivocabile dalla circolarità iniziale e finale di The Searchers di John Ford, viene da principio assecondato da Tarantino, in una prima parte in cui le location variano con grande rapidità, per poi essere completamente smentito allorquando entra in scena il personaggio del proprietario terriero schiavista Calvin Candie (il fatto che l’Academy abbia per l’ennesima volta glissato sulle capacità attoriali di Leonardo Di Caprio è realmente disdicevole). L’intero segmento di film che vede Django e Schultz alle prese con questo quarantenne appassionato di combattimenti fra mandingo perde la propria connotazione di genere per divenire un kammerspiel in piena regola, pratica piuttosto comune all’interno di una poetica autoriale che ha sempre dedicato al dialogo in interni un’attenzione certosina.»

 

Gabriele Niola per BadTaste:
«E per la prima volta dopo 8 straordinari film Quentin Tarantino sembra avere anche una morale, un fine più alto e nobile del puro divertimento raffinato di cui è maestro. Per la prima volta un suo personaggio è mosso seriamente da un ideale che cresce e matura dentro di sè, con un’onestà mai così convincente. Per la prima volta sembra volersi sporcare le mani con l’idealismo invece che lavarsele con l’ironia (che pure non manca).»

 

Eugenio Renzi per Independencia:
«De Kill Bill à Django Unchained la femme est passée du statut d’héroïne virile à celui de potiche en larmes. Tarantino ne fait que s’inspirer de la tradition de Siegfried, où Broomhilda/Brünhilde est une prisonnière en attente de son sauveur dira-t-on. Rien n’obligeait cependant Tarantino à se tenir à la lettre du mythe. Le western, c’est vrai, n’accorde à la femme que les rôles de prostituée ou de vierge en danger, mais, encore une fois, rien n’obligeait Tarantino à être fidèle à la règle. Il aurait pu s’inspirer de diverses exceptions : Duel au soleil, Johnny Guitar, Il était une fois dans le Ouest…»

 

A. O. Scott per The New York Times:
«“It’s better than ‘Lincoln,’ ” my teenage daughter said, as the end credits rolled at a screening of Quentin Tarantino’s “Django Unchained.” She was teasing me — it’s a sad fact of my life that some of the people I’m fondest of do not seem to share my fondness for Steven Spielberg’s latest movie — but also suggesting an interesting point of comparison.
“Lincoln” and “Django Unchained,” the one a sober historical drama and the other a wild and bloody live-action cartoon, are essentially about different solutions to the same problem. You could almost imagine the two films, or at least their heroes, figuring in the kind of good-natured, racial-stereotype humor that used to be a staple of stand-up comedy (and was memorably parodied on “The Simpsons”): “white guys abolish slavery like this” (pass constitutional amendment); “but black guys, they abolish slavery like this” (blow up plantation).»

 

Alan Scherstuhl per The Village Voice:
«Ever vigilant for things to be outraged by, conservative internet precincts yesterday dropped the bombshell that there’s gambling in Casablanca the word "nigger" is spoken in a Quentin Tarantino movie about American slavery.
Since Drudge et al. haven’t actually seen the movie, they just go with the numbers, cherrypicked from an admiring Hollywood Reporter review. "Nigger" is spoken 100-plus times in Django Unchained, just about as often as you might hear in an afternoon at Mel Gibson’s house. (Drudge’s recent Django-related race-baiting has been well cataloged by Gawker.)
Drudge ignores context and Tarantino’s artistic aims, of course. (We’ll get to those below.) Instead, Drudge just puts the very fact out it there, apparently hoping that it illustrates two weary complaints of white conservatives: 1. That liberals are at best hypocritical and at worst the real racists; 2. That if white conservatives have to watch what they say, than everyone else does, too. The assumption is that Tarantino’s film is, by math, 100 or so times worse than, say, the Fox Nation commenter who just spews it once.»

 

Todd McCarthy per The Hollywood Reporter:
«Applying the episodic format and visual template of classic and spaghetti Westerns to a revenge saga mostly set in the Deep South just before the Civil War, the film makes a point of pushing the savagery of slavery to the forefront but does so in a way that rather amazingly dovetails with the heightened historical, stylistic and comic sensibilities at play. The anecdotal, odyssey-like structure of this long, talky saga could be considered indulgent, but Tarantino injects the weighty material with so many jocular, startling and unexpected touches that it’s constantly stimulating. A stellar cast and strong action and comedy elements will attract a good-sized audience internationally, though distaste for the subject matter and the irreverent take on a tragic subject might make some prospective viewers hesitate.
Tarantino’s affinity for black culture and interest in the ways blacks and whites relate always have been evident, but they’ve never before been front and center to the extent that they are in Django Unchained. Some might object to the writer-director’s tone, historical liberties, comic japes or other issues, but there can be no question who gets the shaft here: This is a story of justifiable vengeance, pure and simple, and no paleface is spared, even the good German who facilitates a slave’s transformation into a take-no-prisoners hunter of whites who trade in black flesh.»

 

Nathan Rabin per A.V. Club:
«Django Unchained feels throughout like a Southern-fried American companion piece to Inglorious Basterds. Once again, Tarantino finds protagonists venturing far beyond enemy lines, under false pretenses, on a heroic mission, using a combination of guile, strategy, fearlessness, and brute force. In this case, Waltz and Foxx gain entry to DiCaprio and the corrupt world he lords over by pretending Waltz is a wealthy foreign businessman and Foxx a slaver and consultant, helping Waltz evaluate and purchase one of the slaves DiCaprio has trained to fight each other to the death. The smartly cast Foxx and Waltz give antithetical but complementary performances. As in Inglourious Basterds, Waltz plays a man who delights in the possibilities and pleasures endemic to the English language; he’s a sure shot with a gun, but he’s even more deadly with words. Where Waltz is gregarious, theatrical, and external, Foxx favors a minimalist approach befitting a character who cannot reveal his true identity or purpose, for fear of blowing his cover and dooming his mission.»

 

Fonti: Rapporto Confidenziale | l’Espresso | Dagospia | Sentieri selvaggi | gli Spietati | Memorie di un giovane cinefilo | Bizzarro Cinema | CineClandestino | BadTaste | Independencia | The New York Times | The Village Voice | The Hollywood Reporter | A.V. Club

 

a cura di AG

 


 

Django Unchained
Regia, sceneggiatura: Quentin Tarantino
Fotografia: Robert Richardson
Montaggio: Fred Raskin
Costumi: Sharen Davis
Scenografie: J. Michael Riva
Casting: Victoria Thomas
Effetti speciali: Rhythm and Hues
Produttori: Stacey Sher, Reginald Hudlin e Pilar Savone
Produttori esecutivi: Bob Weinstein, Harvey Weinstein, Michael Shamberg, Shannon McIntosh e James W. Skotchdopole
Interpreti: Jamie Foxx (Django), Christoph Waltz (Dr. King Schultz), Leonardo DiCaprio (Calvin Candie), Kerry Washington (Broomhilda), Samuel L. Jackson (Stephen), Walton Goggins (Billy Crash), Dennis Christopher (Leonide Moguy), James Remar (Butch Pooch/Ace Speck), David Steen (Mr. Stonesipher), Dana Michelle Gourrier (Cora/Dana Gourrier), Nichole Galicia (Sheba), Laura Cayouette (Lara Lee Candie-Fitzwilly), Ato Essandoh (D’Artagnan), Sammi Rotibi (Rodney), Franco Nero
Produzione: The Weinstein Company, Columbia Pictures, Brown 26 Productions, Double Feature Films, Super Cool Man Shoe Too, Too Super Cool ManChu
Suono: SDDS, Datasat, Dolby Digital
Rapporto: 2.35:1
Camera: Panavision Panaflex Millennium XL2, Panavision Primo, E-Series, ATZ and AWZ2 Lenses
Laboratori: DeLuxe (Hollywood, USA), EFILM Digital Laboratories (Hollywood, USA – digital intermediate)
Negativo: 35 mm (Kodak Vision3 200T 5213, Vision3 500T 5219, Ektachrome 100D 5285)
Processo fotografico: Digital Intermediate (4K – master), Panavision (anamorfico – source format)
Formato di proiezione: 35 mm (Kodak Vision 2383), D-Cinema
Lingua: inglese, tedesco, francese
Paese: USA
Anno: 2012
Durata: 165′

 

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