Marc Fratello [Intervista]

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Intervista a Marc Fratello, regista e sceneggiatore di “Babyland
di Roberto Rippa

Diplomatosi in arte drammatica alla Tisch School of the Arts dell’Università di New York, Marc Fratello studia recitazione e regia teatrale alla Playwrights Horizon’s Theater School e alla Royal Academy of Dramatic Art di Londra. Lavora dentro e intorno la scena off-broadway prima di iniziare il master alla Columbia University. Nel 2007 dirige “Gloss Your Lips”, seguito nel 2008 da “The Forum”. Il suo film di diploma “Babyland” (2010) ha vinto nel 2010 il Focus Features Award come miglior film.

Roberto Rippa: Innanzitutto, malgrado “Babyland” abbia vinto in vari festival e abbia ottenuto ottime recensioni, è ancora piuttosto difficile trovare informazioni sulle tue esperienze passate. Ho giusto scoperto che hai studiato teatro sia a Londra che New York. È corretto? E puoi raccontarmi cosa è successo prima di girare il film?

Marc Fratello: Ho conseguito il mio BFA (Bachelor of Fine Arts. Ndr.) in arte drammatica a New York. Ho anche studiato presso la Royal Academy of Dramatic Art di Londra. Dopo la scuola, ho collaborato con molte produzioni teatrali a New York e dintorni. Ho diretto spettacoli per i festival di Fringe e American Livingroom e anche al Clemente Soto Velez (centro culturale di New York. Ndr.) nel Lower East Side.
Nella mia transizione dal teatro al cinema, ho fatto pratica in numerose case di produzione: Lee Daniels, Killer Films, Tribeca Productions. Mi sono anche trasferito per un breve periodo a Los Angeles prima di iscrivermi al Graduate Film Program della Columbia University.

RR: Qual è stata la fonte di ispirazione per “Babyland”?

MF: Sono sempre stato un estimatore di registi come Alexander Payne, Todd Solondz e i fratelli Coen, autori che eccellono nel creare storie dominate dai personaggi, storie che travalicano il confine tra commedia e tragedia.
Tutti loro creano paesaggi estremamente dettagliati cogliendo le incrinature e le imperfezioni dei loro abitanti. Nel fare questo, toccano una complessità di toni che variano dall’umorismo alla tristezza e tutto ciò che sta tra i due estremi. Man mano che progredivo nei miei studi alla Columbia University, mi sentivo molto vicino a questa sorta di terreno ma ho stentato nel modulare queste tonalità precise nei miei primi film come studente.
Nel corso del secondo anno, sono capitato su un articolo sul rapimento di un feto nel Missouri. Questa sarebbe diventata la base per la prima stesura di “Babyland”. Il crimine in questione viene raccontato nel corso della scena del “cookie party”. In questi ultimi anni, sono parecchie le storie come questa che si infiltrano nei media americani: donne portate all’omicidio e al sequestro di persona a causa di un disperato bisogno di avere un bambino. Ho sentito che questa storia avrebbe dato vita a una irresistibile protagonista.
Ero particolarmente intrigato dalla giustapposizione tra un atto tanto macabro e la sua ambientazione provinciale da ceto medio americano. Però sapevo sin dall’inizio che non avrei voluto fare attraversare ad Amber, la mia protagonista, un percorso di tale brutalità. Mi sentivo in relazione con lei e mi piaceva talmente tanto da non poterla trasformare in un’assassina o una sociopatica. Mi interessava di più la sua profonda carenza a livello umano: conflitti di identità, alienazione. Sentimenti che molta gente prova presto o tardi.
Sono stato da subito consapevole che questo mondo era adatto per quella fusione tra malinconia e umorismo che avevo voglia di provare. La combinazione tra questo universo e un personaggio dallo scopo tematico così chiaro mi sembravano solidi punti di partenza. A quel punto, le prime pagine sono fluite piuttosto rapidamente.

RR: Il processo di scrittura quanto è durato?

MF: Ho scritto la prima stesura (senza un finale) in una notte per una lezione. Poi l’ho accantonata per circa un anno. Ci sono ritornato quando stavo sviluppando idee per la mia produzione per la tesi finale. Inizialmente, avevo pensato di svilupparla per un progetto estraneo alla mia tesi. Ci ho lavorato per quasi sette mesi. A quel punto, però, era chiaro che il progetto era più grande di quanto avessi immaginato inizialmente. L’ho quindi realizzato come film di diploma.

RR: La sceneggiatura è molto accurata e riesce meravigliosamente a mantenere l’equilibrio tra commedia, dramma (e infine tragedia). Hai iniziato a scriverla partendo proprio dal personaggio principale?

MF: Si, come dicevo prima, è stato il personaggio e ciò che lo circonda (un ambiente industriale, nevoso, da ceto medio americano) ad avermi realmente ispirato. Ricordo che al tempo avevo rivisitato alcune tra le mie protagoniste femminili preferite: Julianne Moore in “Safe” (Todd Haynes, 1995. Ndr.), Heather Matarazzo in “Welcome to the Dollhouse” (Fuga dalla scuola media, 1995, di Todd Solondz. Ndr.). Ero chiaramente impegnato nel dare forma a quel genere di donna vulnerabile e disconnessa. Quelle interpretazioni le avevo certamente in testa.

RR: A proposito dell’equilibrio tra commedia e dramma, è stato difficile modularli nel corso del processo di scrittura? E pensi che la commedia contribuisca a rendere il dramma ancora più realistico?

MF: Realismo è una parola difficile in quanto molto soggettiva. Però devo dire che ho sempre trovato un po’ ridicolo che una storia debba essere una cosa o l’altra: commedia o dramma, bianco o nero. C’è molta vita in quella zona d’ombra. Le tragedie si scontrano spesso con l’umorismo o la bizzarria. E, sinceramente, teniamo in costante equilibrio una rete complessa di narrazioni nelle nostre vite…
C’è una tensione intrigante in questo e la gran parte della migliore narrativa credo sappia come tenere in equilibrio entrambi gli aspetti. Credo esista una verità importante in quel dualismo.

RR: Il personaggio di Amber sembra vivere nel mezzo del nulla, il luogo in cui vive è inidentificabile. Pensi che il personaggio venga definito non solo dalla sua (inquietante) famiglia (o dalla mancanza della stessa, ad eccezione di una noncurante madre), ma anche dall’ambiente in cui è immersa? Hai vissuto l’esperienza di crescere in un luogo come quello mostrato nel film?

MF: Mi riferisco spesso al mondo come all’antagonista di Amber e sì, questo include anche la sua situazione familiare. Io non credo che lei desideri specificatamente un bambino e nemmeno desidera Craig, se è per questo. Brama per il desiderio di appartenenza che quelle cose le restituirebbero. Cerca qualsiasi tipo di connessione con il mondo che la circonda ma quel mondo non le offre davvero la giusta prospettiva per conoscere se stessa. Credo che questo rappresenti l’essenza del suo dilemma. È talmente spinta a fare parte di quella esistenza che non trova un posto per lui. Non ha gli strumenti per afferrare questa verità.
Ho preso molto a prestito dalle esperienze fatte crescendo ma la mia vita era interamente suburbana (non rurale né da piccola città). A dire il vero, quello era il mio concetto originale per l’ambientazione: la totale periferia Americana. Molte tra quelle comunità sono indistinguibili l’una dall’altra. Io sono cresciuto in una di queste. Sono sviluppare irregolarmente, piene di catene di ristoranti, architetture industriali, McMansions (per McMansions si intendono case grandi e appariscenti, prodotte in massa come hamburger di McDonald’s. Ndr.), centri commerciali a schiera. Si trovano ovunque: potresti essere in California, Texas o Ohio, sembrano tutti uguali. Ho pensato che questo fosse lo sfondo ideale per i temi di disconnessione e identità che si svolgono nel film.
Fondamentalmente, però, abbiamo scelto un’ambientazione che si allontana da questo concetto in molti modi. Abbiamo evidenziato una desolazione che veniva dalla visione originale ma il mondo ha preso una sua vita autonoma. C’è stata una presa di coscienza in questo perché, sinceramente, le idee che stavamo discutendo non sono confinate nella periferia. In questo caso l’essere rimasti aperti al cambiamento ha migliorato la visione finale.

RR: La tua storia, come si diceva prima, ha molto a che fare con il tema dell’identità: Amber sembra voler disperatamente corrispondere a tutto ciò che la circonda, in qualsiasi modo, non importa come. Pensi che questa mancanza di identità abbia a che fare, in generale, con la vita nelle piccole città popolate dalla classe media americana?

MF: L’identità ha un enorme ruolo nella storia, come si diceva prima. Per quanto riguarda la tua domanda, però, non credo che si tratti di un dilemma specifico delle piccole cittadine popolate dalla classe media. Credo che questo conflitto di identità possa verificarsi ovunque. Credo che molta gente che vive nelle piccole cittadine si trovi molto bene nella propria pelle e nella propria vita e penso che New York sia piena di gente che si sente disconnessa e alienata come Amber. Come dicevo, avevo ambientato la storia in un centro molto più periferico e il fatto che ci siamo ritrovati a girare nell’upstate rurale di New York è dovuto a uno sviluppo dell’ultimo momento. Credo che questo dica molto su quanto universale sia il tema.
Certamente c’è una qualità specifica legata a questo panorama che risulta soffocante per Amber. Abbiamo assolutamente cercato di catturarla ma ha molto più a che fare con la sua realtà soggettiva che con una verità oggettiva. Per quanto pensi che ci siano parti di America che mancano d’anima (come quelle suburbane che citavo prima), non penso si possano fare grandi generalizzazioni, credo che la realtà sia molto più complessa.
La città in cui ci siamo ritrovati a girare (Hudson, nello Stato di New York) è piuttosto sorprendente e abitata da molta gente affascinante. Abbiamo dovuto lavorare nella direzione di un affievolimento della sua bellezza. E malgrado questo, onestamente, penso che appaia comunque ancora bellissima.

RR: Come hai lavorato con gli attori, in particolare con la straordinaria Marielena Lodgson (che ha vinto per questo ruolo il premio come migliore attrice al Brooklyn Film Festival)?

MF: Vorrei poter dire che abbiamo seguito un processo molto calcolato ma ci siamo ritrovati a lavorare a grande velocità. Quindi il casting ha costituito il 70% del lavoro.
Abbiamo collaborato con un’agenzia per trovare Craig e Amber. In entrambi i casi ho preso attori che erano molto diversi da come avevo immaginato i personaggi. Ero molto più preoccupato dal trovare attori che potessero connettersi organicamente alla sceneggiatura e che fossero in grado di passare dagli elementi comici a quelli drammatici. È molto più difficile di quanto uno possa pensare.
Questo era un elemento cruciale per Amber, e Marielena era in assoluto la sola scelta possibile. Era molto più giovane di quanto avessi immaginato ma è così naturalmente divertente e si è insinuata nella fragilità e instabilità di Amber così naturalmente che l’abbiamo scritturata immediatamente.
Abbiamo potuto provare solo alcune volte prima di girare. Ho incoraggiato gli attori a immergersi nel linguaggio dei personaggi e farlo loro. Volevo raggiungere quella qualità simile a quella di Robert Altman o Cassavetes, i cui dialoghi scorrono in maniera quasi da cinéma verité: frammentati, sovrapposti, imperfetti.
Gran parte del mio lavoro è consistito nel fare un passo indietro e sollevare gli attori da troppi formalismi. Non volevo che le loro interpretazioni risultassero controllate o coreografate. La sceneggiatura era stata scritta con questo stile in mente ma al momento di girare c’è stato spazio per un’improvvisazione che ha unito tutti i punti. Molti tra i miei momenti preferiti sono il risultato di questa sorta di esplorazione. La scena del “cookie party” non avrebbe mai potuto riuscire in un ambiente super controllato. Abbiamo messo il volante nelle mani degli attori e girato quasi alla stregua di un documentario. Questo è accaduto in molte fasi della lavorazione.
Marielena è presente in ogni scena del film e ovviamente ha avuto molto peso sulle spalle. La cupezza della storia è stata particolarmente difficile per lei. Lei veniva dalle scenette ed era più a suo agio con un repertorio comico. Era anche vulnerabile in ogni modo possibile, cosa che ci ha permesso di attenuare il suo fascino naturale. Abbiamo imbottito i suoi vestiti per farla apparire più pesante, e pettinatura e trucco le donavano costantemente molto poco. Si è assunta grossi rischi e mi è capitato di doverla assistente emotivamente. Però è riuscita a incanalare ogni minima parte della sua ansia e della sua paura in Amber. Lei è il complimento più costante che io ottenga sul film. Il film si posa interamente sulle sue spalle.

(Marc Fratello. Photo: Nicole Davis-Fineman)

RR: Il film dura appena 28 minuti. È stato difficile comprimere una storia così complessa in un formato tanto breve? E hai mai avuto la tentazione, in fase di scrittura, di trasformarlo in un lungometraggio?

MF: Come studenti, siamo strenuamente incoraggiati a girare film dalla durata inferiore ai 15 minuti, quindi ho ovviamente avuto problemi con la dimensione della storia. C’è un’ottima ragione per questo: i cortometraggi più lunghi sono difficilissimi da programmare nel circuito dei festival, specialmente in America. Però ho sempre messo in primo piano le esigenze narrative e questo ha fatto sì che la storia non si traducesse nemmeno in un lungometraggio.
Alla fine, ho fatto il film lungo esattamente come era necessario che fosse. Ho pensato unicamente a ciò che ritenevo avrebbe funzionato al meglio per questa storia particolare. 28 minuti è stata la durata giusta. Non ho mai pensato di aggiungere o togliere qualcosa.

RR: Quanto a lungo è durata la lavorazione?

MF: Otto giorni in tutto.

RR: Com’era composta la troupe?

MF: Il mio direttore della fotografia Dan Sharnoff mi è stato raccomandato da un compagno di scuola. È stato il primo che abbia incontrato e l’ho assoldato immediatamente. Avevo bisogno di una troupe che fosse in grado di muoversi rapidamente e con competenza attraverso condizioni estreme (neve, diverse ambientazioni reali, set pieni di comparse). Velocità e efficienza erano priorità e Dan è stato all’altezza.
Ho pensato fosse importante circondarlo di persone con cui si sarebbe sentito a suo agio e così sono stato felice di spendere soldi nella sua intera squadra. Sinceramente, sono stati i soldi meglio spesi dell’intera produzione. Non avremmo potuto affrontare così tante ambientazioni diverse se la squadra non fosse stata in sincronia. Ci siamo ritrovati a girare il film con la stessa capacità improvvisativa con cui è stato recitato. Abbiamo esplorato molto sul momento e questo è stato possibile grazie alla loro relazione e alla reciproca fiducia.

RR: Parlami della scelta delle musiche.

MF: Questa è una domanda difficile. Posso solo dire di essere feticista per quanto riguarda le musiche nei film e ho trascorso centinaia di ore nel setacciare iTunes e internet per trovare ciò di cui avevo bisogno. Volevo musiche che restituissero qualcosa come “Harold and Maude” o “Basquiat”. Adoro la vibrazione che nasce dallo scegliere musica o artisti affermati per guidare la narrazione.
Sono passato attraverso tutto: da Beirut a Vashti Bunyan, fino ai Boards of Canada. Sono finito su un mix di indie folk e elettronica. Un pezzo in particolare è stato essenziale nella scrittura e ha in qualche modo stabilito il tono della lavorazione e della colonna sonora. Inconsciamente mi sono rivolto a musiche con voci dalla qualità infantile. Suppongo fossero evocative dello spirito di Amber. Ho anche usato un certo tipo di musica per dare un’idea del carattere del mondo. Da qui un po’ di glam metal anni ’80.
Adoro davvero ciò che ne è risultato. La musica costituisce una grandissima parte della mia estetica. Usare artisti affermati, però, è un rischio a causa dei diritti d’autore e delle licenze e questo ha bloccato il film per quanto riguarda la possibilità di diffusione e distribuzione.
Sinceramente, non posso parlare specificatamente della musica perché non so cosa rimarrà permanentemente nel film. Se “Babyland” dovesse avere una sua vita al di fuori del circuito dei festival, molta della musica contenuta dovrà molto probabilmente cambiare. In questo momento la questione è nell’aria.

RR: Il tuo film ha vinto il Focus Features Best Film Award al Columbia University Film Festival nel 2010 e molti altri premi. È stato anche incluso da IndieWire tra il “meglio del meglio” dei cortometraggi tra quelli passati al Sundance. Tutto questo ti sta aiutando concretamente nel mettere in piedi un nuovo progetto? E se si, puoi dirmi qualcosa a riguardo?

MF: Il circuito dei festival ha aperto una quantità impressionante di porte. Sto terminando la sceneggiatura per il mio primo lungometraggio. Quindi, se tutto andrà bene, questo sarà il mio prossimo capitolo.

Novembre 2011

Leggi l’articolo su “Babyland” in Rapporto Confidenziale

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