5 Broken Cameras > Emad Burnat, Guy Davidi

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Definire 5 Broken Cameras come un documentario sarebbe fuorviante. Ha molto più l’aspetto e il contenuto di un diario, nato e sviluppato come tale. Emad Burnat è un contadino, ha quattro figli, ognuno dei quali nato in un momento di precisa importanza nelle vicende del conflitto Israelo-Palestinese (il loro primogenito nasce durante il Trattato di Oslo, il cui scopo era quello di regolare i rapporto di pace tra Israele e Palestina), e l’idea di filmare nasce dal desiderio di testimoniare nascita e crescita dell’ultimogenito Gebreel, ma anche quello di permettere al padre di riscoprire il mondo attraverso i suoi occhi.
Ma l’intenzione non può prescindere dal luogo: Emad vive a Bil’in, villaggio palestinese in Cisgiordania in cui si vive di agricoltura e della raccolta di olive. Un villaggio che vede il 60% delle sue terre, preziose per la sopravvivenza della sua comunità, confiscate dall’esercito israeliano, che nulla lascia di intentato per scacciare i suoi abitanti, non ultimo l’occupazione attraverso la colonia di Kiryat Sefer, un insediamento illegale anche per le leggi degli invasori.

E così la nascita e la crescita di Gebreel si incrocia forzatamente con la vita nel villaggio e l’occhio di Emad si sposta dalle attività di resistenza alla vita quotidiana in tempo di guerra.
La resistenza non violenta da parte degli abitanti del villaggio si svolge inizialmente quotidianamente per poi diventare settimanale, con cadenza ogni venerdì dopo la preghiera, per permettere alla gente di praticare all’invasione delle terre un’opposizione creativa e sempre pacifica.
Violento è invece l’esercito, che non esita a sparare lacrimogeni ad altezza uomo (e bambino) in un crescendo di tensione che vedrà anche alcuni morti tra gli abitanti del villaggio.
Bil’in è uno dei tanti territori invasi dall’esercito israeliano, uno tra i tanti di cui si sa infine poco, assurto a simbolo proprio per la sua resistenza pacifica, e Emad, costantemente in prima linea, testimonia tutto. In una comunità in cui il concetto di famiglia è esteso all’intera comunità, le scene di lotta non escludono nessuno.
Quando a fine 2004, a speculazione edilizia già consolidata, viene dato l’avvio della costruzione del famigerato muro che isolerà le ormai depauperate terre, la resistenza si farà forzatamente più strenua, grazie anche alla presenza pur passeggera di attivisti israeliani e di ogni parte del mondo.
Emad diventa sempre più un tutt’uno con la sua videocamera, da lei si sente protetto, ha l’impressione che dietro il suo obiettivo nulla possa accadergli. E filma tutto, anche quando l’esercito, magari vestito da Palestinesi per generare ulteriore caos, tenta di impedirgli di farlo.
La prima camera filma dall’inverno del 2005 all’autunno 2006, la seconda dall’inverno del 2006 a primavera del 2007. Le videocamere saranno cinque, tutte di seconda mano, tutte prima o poi rotte, una per avere protetto Emad da due pallottole altrimenti a lui destinate.
Gibreel a 3 anni è già perfettamente in grado di capire cosa accade intorno a lui e suo padre sceglie di non nascondergli nulla proprio perché sappia distinguere anche autonomamente il pericolo, condizione indispensabile in un luogo in guerra in cui l’esercito non sta a guardare chi sta colpendo. E l’esercito intensifica progressivamente le sue incursioni, non facendo risparmio di armi, arrivando anche a entrare rumorosamente nel villaggio di notte con lo scopo di tenere svegli i bambini. Un sistema di tortura efficace, che non vede però la resa dei Palestinesi in una lotta comunque sempre impari ma sempre gestita da questi ultimi in modo pacifico. Anche quando un bambino di 11 anni viene ucciso da un cecchino, seguito poco dopo da un diciassettenne, e la protesta non violenta diventa un esercizio arduo.
E così, mentre le terre a causa della guerra quotidiana diventano irriconoscibili anche a coloro che le hanno sempre abitate, la quarta camera filma per tutto il 2008, quando un incidente tiene Emad tra la vita e la morte per due mesi in un ospedale di Tel Aviv.
La morte per mano dell’esercito di Adeeb Abu-Rahma, un giovane uomo del villaggio, l’unico a essere costantemente ottimista a riguardo della possibilità di giustizia, molto amato dai bambini del villaggio per la sua allegria, cambia la percezione di tutti e quando il trauma affievolisce, rimane solo la rabbia.
Il film si concluderà con una piccola vittoria per il villaggio. Come la storia proseguirà, lo sappiamo.
La sesta camera testimonierà l’agognata distruzione del muro, Emad verrà colpito da una granata, la videocamera non si romperà, simbolo della forza dell’immagine in tempo di guerra.

Il film nasce grazie all’incontro avvenuto nel 2005 tra Emad (sua anche la voce narrante) e Davidi, attivista israeliano all’opera per Indymedia e autore di cinque documentari realizzati tra il 2006 e il 2010. Davidi si ferma nel villaggio per 3 mesi, quando Emad ha ormai filmato molto e pubblicato parte delle sue testimonianze su YouTube. Prende però forma anni dopo, quando Davidi, che si occuperà poi del montaggio dell’opera, diventandone di fatto co-autore, lo convince a lavorarci partendo proprio dal punto di vista personale, un personale che è costantemente e forzatamente radicalmente politico (nel senso ampio e reale del termine) e che non manca di mostrare come le vittime di un sistema stabilito altrove siano infine più di una, anche se per ragioni profondamente diverse e con ricadute profondamente diverse.
E la sua forza risiede proprio nel personalizzare in modo potente e sempre appassionante un episodio infinito della nostra Storia spesso e volentieri ignorato o manipolato dai media, quando non fatto oggetto di prese di posizione più consone a un derby calcistico.
Il film di Emad Burnat e Guy Davidi, potesse godere di un’ampia distribuzione (che la candidatura all’Oscar 2013 speriamo possa garantirgli), avrebbe il sicuro potere di aprire gli occhi anche ai più irriducibili del facile slogan.

Roberto Rippa

5 Broken Cameras ha ottenuto il premio Van Leer Group Foundation Award come migliore documentario israeliano al Jerusalem Film Festival e il premio per la migliore regia nella categoria documentari al Sundance 2013.

Per sapere di più di Bil’in e sulla sua lotta: www.bilin-village.org/italiano

5 Broken Cameras
(Palestina/Israele/Francia/Olanda, 2011)
Regia: Emad Burnat, Guy Davidi
Camera: Emad Burnat
Musiche originali: Le Trio Joubran
Montaggio: Guy Davidi, Véronique Lagoarde-Ségot
Produttori: Emad Burnat, Christine Camdessus, Guy Davidi, Serge Gordey
Voce: Emad Burnat
94′

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