James Dean

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BIRTH OF THE COOL

Jimmy Dean nasceva oggi, 82 anni fa. Ma più di mezzo secolo è passato dallo schianto a 160 km/h della Porsche argento contro il nero funebre della Plymouth che tagliò la strada all’incrocio della statale come un tristo mietitore. Destin/azione Salinas, dove una gara automobilistica, passione fatale di One Speed Dean, attendeva golosa. Poco prima c’era stata una multa per eccesso di velocità: un chiaro avvertimento, come qualcuno che bussa alla porta in una tragedia greca. Ancora prima, in un profetico spot, la star forever young invitava alla prudenza sulle strade, parlando di un vecchio incidente.

Era il 30 settembre, ore 17.50. Una quindicina d’anni dopo, J. G. Ballard pre-Crash scriverà un epitaffio perfido, altro che John Dos Passos, che mette in luccicanza la pulsione orgonica dell’incidente stradale. Vocero(tismo) da capitale. Amiamo le macchine perché sono la nostra morte, ci rendono come Cesare Pavese che scorge il proprio cadavere negli occhi indifferenti e sexy di Constance Dowling. Eppure… «James Dean muore. Inizia la sua vittoria sulla morte» (Edgar Morin). Sembrava esattamente la deflagrazione mai avvenuta sul set, dove era sempre sul punto di scoppiare. «Recita come un gitano che suoni il violino sulla corda più acuta: basterebbe un quarto di tono più alto e ti farebbe digrignare i denti». Lo scriveva un critico francese, che del nostro aveva compreso La fureur de vivre. E’ il titolo transalpino di Gioventù bruciata cioè Rebel without a cause, il film più collante dei soli tre girati dall’attore (più gli altri tre, di Fuller, Sirk, con Jerry Lewis-Dean Martin, dove semplicemente appare). Un inno al rebel rebel dei due decenni successivi.

James era disarticolato, violentemente fragile, un corpo spastico e prigioniero. Rebel with a cause, circondato dal nulla del planetario. Ne Il gigante mette in crisi l’ordine della messinscena e della recitazione perbene di Rock Hudson e Liz Taylor, sconquassa il cinemascope, l’unico formato, per Nick Ray, capace di mettere in evidenza il puntino spaurito e potente che era Dean. Siamo nel Texas dei Bush, potete immaginare quale fosse e qual è il clima. Il petrolio che si riversa addosso a Jett Rink sembra il secchio di sangue che trasfigura Carrie, lo sguardo di Satana. Aggancio choc tra il profondo Sud, il puritanesimo, l’argentum sceleratum e le due guerre del Golfo. L’horror di tenebra al cuore della nostra epoca Cosmopolis. Così, davanti a una folla di curiosi, più di 4000 persone intorno ai ciak in esterni, l’attore mumble scratch tira fuori l’uccello kamikaze e fa pipì. Risposta alla paura, impersonata da quella folla probabilmente arrogante, rock e razzista come il personaggio che James Dean interpreta sul super schermo. E’ già il correre veloce verso la Plymouth-destino. Crash.

Per una scena de La valle dell’Eden aveva invece trattenuto l’urina oltre ogni limite. Doveva apparire teso, impaurito, quasi in cattività (e quindi cattivo). I metodi stanislavskiani dell’Actors Studio di Lee Strasberg (diventare, non impersonare, il personaggio) sono portati alle estreme conseguenze, contagiando forzatamente anche gli altri. Una bestemmia pesante sulla Bibbia e il religiosissimo Raymond Massey s’arrabbia sul serio. Il regista Elia Kazan esulta: era così che andava girata la scena.

Non aveva mai riprodotto niente di simile la macchina cinema. Piccolo ingranaggio autoreferenziale dei tempi moderni, che aveva fatto della luce, della tele-visione, del treno (della rivoluzione industriale) le sue star. E, poi, delle sue riproduzioni in scala ridotta: Valentino, Garbo, Theda Bara, Fairbanks, Coogan, Tallulah Bankhead. Gli anni ’50 sono gli anni della crisi. In discussione cinema, etica e way of life. La transizione si esplica proprio con la nascita (di nuove cose) attraverso la morte (di vecchie) e tale impasto è della stessa sostanza dei nuovi divi. Marlon Brando, Marilyn Monroe. Il fragile e il deteriorabile come estetica, quasi un mono no aware giapponese impiantato sulla West Coast. Marilyn è già l’incarnazione seduttiva del trapasso (come poi, da noi, mutatis mutandis, e in versione unheimlich, oltre che hard, Moana Pozzi, nei terribili, altrettanto decisivi, ma in peggio, anni ’80-‘90). Brando è proprio la morte al lavoro, col fisico che si degrada fotogramma per fotogramma, fino alla fine. Un altro grande, Monty Clift, è l’ascesi/ascension del recitare, il visibile del non visibile con lo sguardo vuoto quindi pieno (soprannominato blank stare perplexed actor).

Ma il decano (in inglese dean) di tutti, benché più giovane, è lui. Combina la propria personale mitologia (leggere quanto Morin ne ha scritto su Le star) con le inquietudini socio-individuali del tempo. E’ bop, è rock’n’roll. Ma è soprattutto cool (Chet Baker eseguirà, in omaggio, un Jimmy’s Theme). Non libera, addomesticando, la carica emotiva adolescente, come un qualsiasi Elvis the Pelvis. Il corpo attoriale di Dean la carica ancora di più, parola di David Weisbardt, producer di Gioventù bruciata e poi dell’innocuo Love Me Tender (in italiano Fratelli rivali), che capisce subito la differenza. La coolness, prerogativa dei bianchi che volevano fare i neri, a cominciare da Bix, è proprio il navigare cupo nella propria limacciosa interiorità, sapendosi non rebel. L’impossibilità di uscire dal proprio inferno del sé occidentale, quello che attanagliava anche Miles Davis e spingeva La Loca, poetessa beat, a scegliersi dei neri per amanti perché «i Bianchi erano fatti in batteria» e «in cuor loro erano già venditori di polizze».

Dean anticipa il ’68, e soprattutto il suo fallimento, con conseguente ripiego nei nostri anni congelati, dove niente e nessuno più esiste. Non esisto io che scrivo, non esistete voi, se ci siete, che leggete. Se ne accorse anche Altman che girò, a caldo, un film, a foto dinamiche come La jetée, sulla morte di Dean. Con l’intenzione di stigmatizzarne il fascino fanatico, l’epitome da società dello spettacolo (su cui infierirà anni dopo), ma finendo poi per essere risucchiato dal magnetismo autentico del non-eroe. Uno che non fingeva, perché «so che voglio essere un attore, ma non è questo il punto (…). Ci deve essere qualcosa di più».

Vittima del proprio essere vittima. Che si sa destinato al proprio fallimento, perché cittadino di un mondo dove liberarsi significa soltanto uccidere o morire. Fassbinder, che stravedeva per Dean, girerà nel 1972 Selvaggina di passo, le ceneri della gioventù bruciata, anti-edipica storia di nessun gap di generazione, solo auto-condanna. «E’ solo dopo il sacrificio di sé, con cui espia la sua condizione umana, che Gesù diventa Dio» (sempre Morin). Già, già. Non è un caso che oggi i crocifissi, abbondanti in quel dolente film tedesco, proliferino vincenti sulle panze dei più ricchi. E delle pornostar, dei guerrafondai, dei presidenti, dei tecnici, degli arrabbiati black, persino degli ex marxisti-leninisti. I ribelli senza causa e senza nient’altro.

Leonardo Persia

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