The Centerfold Girls > John Peyser

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The Centrfold Girls01

l’articolo è stato pubblicato su RAPPORTO CONFIDENZIALE NUMERO15 LUGLIO 2009 (pagg. 37-39). link

Troppo nude per vivere
The Centerfold Girls, un classico scomparso del cinema slasher, torna in circolazione

The most beautiful girls in the world: Some are for loving… Some are for killing!

La Quarantaduesima strada di New York, prima che Rudolph Giuliani nei primi anni ’90 trasformasse l’intera zona in una sorta di Disneyland ad uso e consumo dei turisti, era il luogo dove i vecchi gloriosi teatri “burlesque” si trasformarono in “grindhouse” (1): sale cinematografiche specializzate in film exploitation (2), film commerciali la cui trama è generalmente di inferiore importanza rispetto alla rappresentazione stilistica di sesso e violenza. Le sale, ormai ridotte a rifugi per gli scippatori in servizio nelle zone adiacenti, a luoghi di marchette per giovani tossicodipendenti o di lavoro per le prostitute che vi operavano potendo godere di una temperatura mite e dei loro numerosi anfratti, erano veri e propri laboratori in cui i generi si mescolavano ed erano luoghi dove era possibile assistere a proiezioni di film che altrove non sarebbero stati mostrabili. Frequentare queste sale, poi trasformatesi in sale a luci rosse prima della loro scomparsa, equivaleva per lo spettatore, come ben raccontato da Bill Landis e Michelle Clifford nel loro dettagliatissimo Sleazoid Express: A Mind-Twisting Tour Through the Grindhouse Cinema of Times Square (3), a correre l’altissimo rischio di vivere gli stessi brividi dei personaggi sullo schermo.
Nella provincia, ne facevano le veci i Drive-In, canale di sfogo distributivo di molto cinema di serie B, il più presentabile, il meno estremo.
È in questo territorio quasi di nessuno che titoli come The Centerfold Girls si trasformavano in successi commerciali nei puritani Stati Uniti degli anni ’70 dove, in alcuni stati, era sufficiente un bikini in spiaggia per essere additati.
Praticamente sconosciuto in Italia, dove uscì nel 1975 con il titolo Troppo nude per vivere, ma per anni invedibile anche negli Stati Uniti, The Centerfold Girls nasce da un soggetto scritto da quell’Arthur Marks regista prevalentemente televisivo ma responsabile anche di tre classici del cinema Blaxploitation come Bucktown (1975), J.D.’s Revenge (1976) e The Monkey Hu$tle (1976).
Proto-slasher, genere che troverà – almeno negli Stati Uniti – maggiore identità presso il grande pubblico qualche anno dopo, verso la fine degli anni ’70 (4), The Centerfold Girls ha una costruzione piuttosto anomala con tre storie distinte, per ambientazione e personaggi, il cui unico comune denominatore è il personaggio del maniaco, come da volere di Arthur Marks (5).
Le Centerfold Girls del titolo, ossia le ragazze del paginone centrale (come viene definito comunemente il paginone pieghevole che si trova al centro di riviste per soli uomini come Playboy), sono quelle che sono entrate nel mirino di un maniaco omicida represso, come il genere vuole, sessualmente. Intenzionato a punirle per i loro – ai suoi occhi – disinvolti costumi sessuali, Clement Dunne – che tra l’altro veste solo di nero e vive in una stanza totalmente bianca, giradischi compreso – le uccide una dopo l’altra ritagliando poi la loro testa da un calendario sexy allegato alla rivista per cui hanno posato.
Non esattamente un esempio di grande sottigliezza – lo stupro è trattato più che altro come un fastidio dal cui ricordo liberarsi con una doccia – il film diretto da John Peyser è estremamente semplice nella sua costruzione: già sui titoli di testa l’identità del maniaco è rivelata mentre trascina su una spiaggia il cadavere seminudo di una donna appena uccisa (nella realtà una spogliarellista alla sua primissima esperienza sullo schermo) per poi seppellirlo nella sabbia.
Il prologo fa così piazza pulita di qualsiasi possibilità, per lo spettatore, di impegnarsi nel tentativo di riconoscimento di una trama gialla. Il genere slasher, infatti, non ha ambizioni in questo senso e si accontenta di serializzare un grande numero di omicidi di cui è importante il dettaglio grand guignol, l’evidenziazione dell’atto stesso.
Il primo episodio, che vede protagonista Jaime Lyn Bauer nel ruolo di Jackie, un’infermiera in cerca di un impiego, vede la ragazza recarsi nel nord della California a un appuntamento con un medico. Caricata una giovane autostoppista, giunge a destinazione per scoprire che il suo appuntamento è stato rimandato a causa dell’assenza momentanea dell’uomo. Decide quindi di trascorrere la notte nella villa isolata di una zia in quel momento fuori città. Mal gliene incoglie in quanto non solo il maniaco è già sulle sue tracce e, ospite di un vicino motel, attende solo il momento migliore per ucciderla, ma anche l’autostoppista appare meno innocente di come si fosse proposta nel corso del viaggio. Lo scopre (lei! Noi ce ne rendiamo conto già al momento della loro partenza) quando alla villa giunge un manipolo di amici (un uomo e due donne) che, drogati e ubriachi, tentano di stuprarla. Certo, le esigenze di copione impongono alla povera infermiera di fronteggiarli con decisione ma anche vestita di una vestaglietta che le copre a stento l’inguine, forse non l’abbigliamento più adatto quando si teme un assalto da parte di una banda di depravati. Non è tutto qui in quanto, salvata in extremis da un uomo che vive nelle vicinanze, deve difendersi dal tentativo di stupro da parte di quest’ultimo. L’arrivo del maniaco che penetra nella villa, dovrà esserle a quel punto sembrata una vera e propria liberazione. Questo primo episodio tradisce nell’estetica la derivazione televisiva del regista. Il prologo, estratto dal contesto, potrebbe infatti essere quello di un telefilm poliziesco dell’epoca. La donna in questa prima storia ha il ruolo della vittima sacrificale e il suo compito, subito dopo quello di uscire dai vestiti il più frequentemente possibile, è essenzialmente quello di strillare e gettarsi per dabbenaggine nelle braccia di un maniaco dopo l’altro, l’ultimo tra i quali non è forse il più pericoloso.
Migliore, a livello estetico, la seconda storia, che vede tre modelle, accompagnate da un attore, un’agente e dal fotografo, marito di quest’ultima, recarsi su un’isola deserta per realizzare un servizio di nudo. Nella villa che li ospita, unica abitazione del luogo, esplodono le tensioni tra i personaggi. Non sono soli, però: il maniaco ha seguito il gruppo e si appresta a fare fuori tutti, uno dopo l’altro, in una storia che molto assomiglia, per assunto e svolgimento, a 5 bambole per la luna d’agosto (6) girato nel 1970 dal grande Mario Bava e distribuito negli Stati Uniti qualche anno dopo, di cui però non prende a prestito la struttura alla “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie (7). Qui l’estetica è decisamente “pop” e i nudi, più insistiti ma mai integrali, concorrono a rendere la storia più leggera, assai meno angosciante della prima. La varietà e il numero delle vittime non modifica il modus operandi del maniaco, che qui ha la possibilità di sbizzarrirsi negli assalti enfatizzando la somiglianza dell’episodio all’estetica dei film gialli italiani dell’epoca.
Se nelle prime due storie le donne sono vittime sacrificali funzionali principalmente all’esposizione dei loro corpi nudi e oggetti di umiliazioni che non tengono in conto alcuna nozione femminista, il terzo vede il maniaco fronteggiare una donna diversa: Vera, una hostess che abbandona il proprio domicilio per un motel in quanto stufa delle continue telefonate e degli omaggi floreali dell’uomo-manico che pare essersene invaghito (per essere precisi trattasi di rose gialle: “Belle, vero? Spero ti seppelliscano in giallo”). Quando si rende conto di essere nel suo mirino, non sapendo che egli ha già ucciso la sua amica Patsy scambiandola per lei, decide di scappare. Nel corso della fuga, a causa della foratura di una gomma, è costretta ad accettare un passaggio da due militari che non tarderanno a cercare di farla ubriacare e la drogheranno sciogliendole una misteriosa polvere nella birra. Il maniaco non faticherà a raggiungerla e a conquistare la sua fiducia per poi rivelarsi. Ed è qui che l’episodio varia rispetto ai precedenti: Vera, per nulla intenzionata a mettere la sua vita nelle mani dell’uomo, si rivolta e arriva ad ucciderlo, dopo un lungo duello, mettendo fine alla vicenda e al film.
Curioso esempio di cinema commerciale dell’epoca , The Centerfold Girls costituisce una visione molto apprezzabile ancora oggi. Il passare del tempo gli ha inoltre regalato l’aura – non immeritata – di classico del genere.
Andrew Prine domina l’intero film spazzando dallo schermo le inesperte attrici scelte per i ruoli di vittime. È lui a donare spessore a un personaggio che in sceneggiatura si suppone non godesse di particolari sfumature. Curiosamente, pochi mesi prima che uscisse il film, era apparso nudo nelle pagine della rivista femminile Viva. La pletora di giovani attrici, molte prive di esperienza, lavoreranno in seguito solo in televisione. Due tra loro, Ruthy Ross e Tiffany Bolling avevano già conosciuto le pagine patinate di Playboy mentre, in un ruolo minore, appare Anneka Di Lorenzo, già “Pet of the Year” di Penthouse, che lavorerà poi nel Caligola prodotto da Bob Guccione, editore di Penthouse, che lo toglierà dalle mani di Tinto Brass (accreditato unicamente come autore delle riprese) e lo modificherà dirigendone alcune scene.

Roberto Rippa

NOTE:

(1) “Grindhouse”, è il termine americano con cui vengono definite le sale, generalmente male in arnese, dedicate al cinema più commerciale, all’ “expoitation cinema”, con proiezioni non stop. Il nome pare derivare dai teatri “burlesque” (un genere simile al nostro avanspettacolo, con comici che si alternavano a spogliarelliste) che si trovavano sulla Quarataduesima strada di New York, poi trasformatisi. Nel film Lady of Burlesque del 1943, un personaggio si riferisce al teatro della Quarantaduesima strada come a una “Grindhouse”. (fonte: wikipedia.org)

(2) Per film “exploitation” si intendono quelle opere fortemente di genere che basano la loro attrattiva sullo sfruttamento di violenza, sesso e tabù di vario genere, evidenziandone l’aspetto grafico. Molti film del genere, un tempo considerati indegni di attenzione da parte degli esperti, hanno raggiunto oggi lo status di culto e molti tra loro hanno conosciuto una rivalutazione critica.

(3) Sleazoid Express: A Mind-Twisting Tour Through the Grindhouse Cinema of Times Square, Bill Landis e Michelle Clifford, Fireside, NY, 2002.

(4) Il genere era già identificabile, in Italia, grazie a film come 6 donne per l’assassino (1964) di Mario Bava cui sono debitori, in parte, i primi gialli di Dario Argento (a partire da L’uccello dalle piume di cristallo del 1970) e i suoi diretti derivati, capaci di dominare gli schermi in gran parte degli anni ‘70 grazie a registi come Umberto Lenzi, Sergio Martino, Lucio Fulci e altri.
A Reazione a catena (alias Ecologia del delitto) di Mario Bava, del 1971, viene attribuita la paternità di Friday the 13th (Venerdì 13, 1980, di Sean S. Cunnigham), capostipite di una sorta di saga. È sufficiente vederlo per notare quanto le due opere si assomiglino malgrado l’ispirazione non venga dichiarata esplicitamente.

(5) Lo dichiara lui stesso in un’intervista a Brian Albright per il numero 33 della rivista Shock Cinema (pagina 39), diretta da Steve Pulchalski. In questa occasione, Marks afferma di avere scritto tre storie distinte unite poi in sceneggiatura da un solo killer che attraversa le tre sottotrame.

(6) La trama del film di Bava differisce da quella di The Centerfold Girls: se in quest ultimo il motivo della presenza del gruppo sull’isola è giustificato dall’esigenza di realizzare un servizio di nudo, lì era l’invito a una misteriosa festa e la motivazione degli omicidi era la contesa di una preziosa formula segreta. In entrambi, però, i personaggi si trovano su un’isola deserta, impossibilitati a raggiungere la terraferma in quanto in attesa che una barca li prelevi dopo qualche giorno e gli omicidi, tutti all’arma bianca, si susseguono senza sosta, uno dopo l’altro.

(7) Dieci piccoli indiani, titolo originale And Then There Were None, è un romanzo di Agatha Christie pubblicato nel 1939. Spesso rappresentato nel cinema, in teatro e televisione, è stato saccheggiato nella sua struttura da molto cinema. Uno tra i molti esempi: 5 bambole per la luna d’agosto di Mario Bava ne prende a prestito la struttura senza accreditarlo come fonte.

The Centerfold Girls
(USA/1974)
Regia: John Peyser; Soggetto: Arthur Marks; Sceneggiatura: Bob Peete; Musiche: Mark Wolin; Fotografia: Robert Maxwell; Montaggio: Richard Greer; Interpreti principali: Andrew Prine, Jaime Lyn Bauer, Aldo Ray, Dennis Olivieri, Janet Wood, Teda Bracci, Tallie Cochrane, Paula Shaw, John Hart, Jaki Dunn, Ray Danton, Francine York, Jeremy Slate, Mike Mazurki, Jennifer Ashley; Durata: 91’.

DVD

Invedibile per anni, il film è stato recentemente pubblicato dalla meritoria etichetta americana Dark Sky in un’edizione curata che presenta anche, nei contenuti extra, interviste a Arthur Marks, Andrew Prine, Francine York e Jennifer Ashley. A completare il corredo, trailer e spot televisivi e radiofonici.

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