Interno di un convento > Walerian Borowczyk

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Interno di un convento
regia di Walerian Borowczyk (Italia/1978)
recensione a cura di Fabrizio Fogliato

Girato completamente in Italia e prodotto da Giuseppe Vezzani per la Trust International e la Lisa Film, Interno di un convento è forse il caso più rappresentativo del genere sexy-conventuale dell’intera storia del cinema. Nel 1977 Walerian Borowczyk sta lavorando a un progetto cinematografico da realizzare in Italia con protagonisti Monica Vitti e Michele Placido, ma essendo entrambi gli attori occupati su altri set, il regista polacco decide di realizzare un film completamente diverso. Essendo rimasto attratto dalle poche pagine dedicate agli amori conventuali all’interno delle Promenades dans Rome (Le passeggiate romane) di Stendhal, Borowczyk chiama sul set Ligia Branice e Marina Pierro e costruisce il film Interno di un convento come una sorta di passaggio di consegna tra le due muse ispiratrici. Considerato osceno e blasfemo, il film viene bocciato in censura e su di esso vengono operati pesanti tagli al momento dell’uscita nelle sale, ma non sufficienti a impedirne il ritiro dalla normale programmazione. Grazie al DVD della tedesca X-Rated, editato con il titolo Unmoralische novizinnen, è oggi finalmente possibile vedere il film nella sua forma integrale e completa, avendo per tutto il tempo della visione ben chiaro in mente che ci si trova di fronte all’opera senz’altro più controversa del regista polacco: «È stato detto con ironia che, venendo a girare un film in Italia, il regista ci ha dato quello che meritiamo. Una boutade che si può utilizzare, notando che Boro – una vita spesa nel paziente, angelico, travaglio dell’animatore – è assediato dalla produzione che offre mezzi e vuole in cambio film secondo l’immagine “italiana” del “maestro dell’erotismo. Un meccanismo che non giustifica e che non assolve, specie se si considera Interno di un convento non col metro del moralista ma con quello dello specifico filmico. Grezzo e sbrigativo, pacchiano e immotivato, il film girato nei dintorni di Roma a fine primavera del ’77, si può facilmente liquidare in poche battute» (Valerio Caprara, Walerian Borowczyk, La Nuova Italia, 1980). Detto che si tratta di un’opera che traduce il metodo in maniera, e che quindi perde gran parte dell’eleganza e dell’erotismo suggerito (e pertanto più pregnante) del cinema precedente. È interessante notare come in Interno di un convento siano ancora presenti gli echi del capolavoro di Borowczyk La Bête (La Bestia, 1975), sotto forma di rappresentazione della sessualità maschile. Gli uomini del film sono rozzi e primordiali (sia che si tratti dell’inserviente Silva che del nobile Rodrigo), raffigurati come privi di cervello e dominati da un istinto sessuale incontrollabile: quasi una dicotomia tra uomo e fallo. Anche quest’aspetto contribuisce alla rappresentazione cupa e morbosa della vita conventuale, in cui il sesso è prevalentemente consumato in solitudine attraverso la masturbazione e soggiace alla repressione di pudori e pentimenti.

Il convento, altro luogo “chiuso” del cinema di Borowczyk, è un microcosmo malato, in cui domina il caos e in cui una suora, per mascherare la disobbedienza alla “regola”, non esita a commettere tre omicidi. In Interno di un convento, il sesso è qualcosa di forzato, mai liberatorio, compresso tra ragione e costrizione, totalmente privo di amore e privo di redenzione. La frustrazione dei sentimenti che attanaglia le suore “prigioniere” nel convento richiama le dinamiche della condizione carceraria: chi per lignaggio, chi per obbligo familiare, chi per imposizione ecclesiastica, nessuna delle suore è consapevole della scelta (che non ha fatto). Solo suor Clara dichiara la propria scelta consapevole, ma sarà proprio essa stessa colei che, una volta entrata in contatto con la carne e con Eros, distruggerà definitivamente la tranquillità del convento e pure la sola a desacralizzare la santità del luogo, attraverso un gesto estremo e volontario come il fare entrare furtivamente un uomo tra le mura del luogo.

Anno 1829. In un convento marchigiano, malgrado la continua sorveglianza della badessa (Gabriella Giacobbe), le giovani monache si abbandonano ad ogni sorta di piacere erotico: si amano tra loro, si concedono nottetempo a nobili e contadini, si masturbano. Suor Clara (Ligia Branice) ha un amante (Howard Ross [Renato Rossini]) e quando la badessa la scopre tra le sue braccia e la punisce, facendo allontanare il giovanotto dal territorio del convento, la giovane Clara si vendicherà facendo avvelenare la superiora da una conversa. Ucciderà allo stesso modo, temendo di venir scoperta, la sua complice e la nipote della badessa. La verità verrà egualmente fuori, ma per timore di uno scandalo tutto verrà messo a tacere.

Acqua, carne e sangue. Attraverso questi tre elementi distinti ma complementari Walerian Borowczyk risolve il film.
La fotografia traslucida di Luciano Tovoli (reduce dal set di Suspiria di Dario Argento), ammanta l’interno del convento di colori pastello mentre dall’esterno proviene una luce bianca e fortissima che circonda di flou il profilo delle monache. I tre elementi sono tradotti attraverso le scelte cromatiche: l’azzurro dell’acqua del lago, sopra il quale si affaccia il monastero, “penetra” – con il suo riflesso – lungo le pareti bianche dei corridoi del convento; il rosso carminio della carne macellata si confonde con il rosso del sangue versato dalle stigmate, dalla deflorazione e con quello mestruale; infine l’azzurro dell’acqua è destinato ad assorbire il rosso del sangue proveniente dalla carne, come si evince sia dalla scena in cui la suora bagna le proprie mani sanguinanti nella vasca piena d’acqua, ed in quella in cui la suora, sorpresa dalla badessa mentre è intenta a masturbarsi, immerge il dildo di legno sporco di sangue all’interno del catino; ed infine il sangue simbolicamente versato, dalle tre suore morte, viene ipoteticamente accolto dal lago sottostante il convento, attraverso il gesto della suora che getta l’ampolla del veleno fuori dalla finestra. Come ricordato da René Girard nel saggio La violenza e il sacro, il sangue è nascosto nel corpo, ma una volta che viene versato, scatena l’istinto e contagia; quello femminile, poi, esce naturalmente attraverso «i mestrui che vanno considerati nel quadro più generale dello spargimento di sangue», e questi possono essere l’elemento che frantuma gli equilibri degli uomini, portando alla luce la loro animalità, in quanto «appena si scatena la violenza il sangue diventa visibile, comincia a scorrere e non è più possibile fermarlo, si insinua dappertutto, si sparge e si spande in maniera disordinata. La sua fluidità concretizza il carattere contagioso della violenza».

Il “contagio” rappresenta il motore di Interno di un convento: all’inizio del film Silva entra nel convento portando in spalla un quarto di bue, come a rappresentare la “carne” che entra nel luogo “sacro e casto” per portare scompiglio e disordine. Non a caso, nella scena successiva, ambientata nella chiesa, i preparativi per rendere omaggio alla Madonna si traducono in un ballo dissoluto e spensierato, che non diventa mai liberatorio, improvvisamente interrotto dall’entrata imperiosa e furente della madre Badessa. La scena, costruita su un montaggio serrato, attento ai dettagli, sia a quelli erotici che a quelli dei corpi inanimati, è girata a ritmo di musica con la macchina da presa volteggiante che “spia” (da lontano, di nascosto, sempre dietro a qualche ostacolo) il comportamento delle suore. Tra dettagli anatomici, impudichi sguardi sotto le tonache, rose rosse disposte nei vasi o ai piedi delle statue, toccamenti fugaci, oggetti sacri e contatti carnali, lentamente la festa degenera nella rappresentazione di una sessualità lubrica. La suora che si punge con le spine, prima guarda il sangue uscire dalla ferita e poi succhia il dito voluttuosamente, quella sulla scala intenta a sistemare la statua viene toccata da un altra suora che le accarezza le cosce sotto la veste abbassandole le calze, mentre le due suore “sorprese” a palparsi all’interno del confessionale, chiudono le tende come a proteggersi dall’intrusione, ma con il loro gesto svelano anche l’artificio cinematografico attraverso il quale Borowczyk opera la denuncia della “presenza” dello spettatore-voyeur.

La violenza si incarna figura della madre Badessa, la quale non esita a entrare nottetempo nelle celle delle monache, a trafiggere il materasso con una spada alla ricerca di “oggetti proibiti”, o a rovistare all’interno di mobili e cassetti alla ricerca della prova della colpa. L’immagine di dominio e di relazione coercitiva che ella ha con le suore è esplicativa dell’ipocrisia e del perbenismo repressivo incarnato dall’istituzione ecclesiastica. Tale atteggiamento porta all’anarchia e poi al suicidio e all’omicidio, in una rappresentazione della vita conventuale totalmente priva di qualsivoglia aspetto spirituale e/o salvifico. Tra le mura del convento regna la follia e, non a caso, nel film, è concesso poco spazio agli esterni, come a voler trasformare il luogo chiuso in una trappola senza via d’uscita e in cui l’unica speranza consentita per rincorrere la libertà è quella della morte. Aspetto esplicitato dalla domanda insistente e quasi fastidiosa che viene posta da vari soggetti alla fine del film: «Chi ha aperto la porta?». Il vero sacrilegio, come denuncia sarcasticamente Borowczyk, non è proprio dell’agire blasfemo, non è una specificità della sessualità esibita e peccaminosa di un ceto sociale inattaccabile perché “nascosto” dalla Chiesa, ma la vera trasgressione è tutta racchiusa nella banalità di un’unica “colpa”: quella di aver aperto uno spiraglio (la porta) in un luogo che deve mantenersi “sepolcrale”. Colpisce il fatto che l’incontro tra Rodrigo Andriani e Suor Clara venga accompagnato da una preghiera laica pronunciata dalla donna/suora durante l’amplesso. Preghiera carica di allusività e doppi sensi «Vieni nella mia mente con tutti gli affetti del cuore, penetra con la tua grazia nell’anima mia! Vieni! Vieni! Mio Signore!», che rilancia la promiscuità e al contempo svela il bigottismo e l’ipocrisia ontologica di una monacazione forzata, pronta a dissolvere i suoi valori nella carnalità più greve e negletta. Emblematico dunque il finale, con il Cardinale che, mentre in Chiesa giace il feretro della madre Badessa, tra le urla dissennate delle suore, mentre l’organo suona note “apocalittiche”, con il volto imbrattato di sangue pronuncia le seguenti parole: «Dio onnipotente, perdonaci. Poveri servi della tua potenza e schiavi di nostri peccati. Noi ti promettiamo di impegnarci con tutti i nostri mezzi, con tutta la nostra intelligenza, con tutta la nostra forza, per custodire tutto quello che è accaduto in questi sacri luoghi… affinché nulla arrivi al di fuori… Amen».

Anche in un film apparentemente secondario e minore come Interno di un convento, Borowczyk non rinuncia alla furia iconoclasta che contraddistingue il suo cinema. Nonostante siano evidenti al suo interno concessioni a un erotismo di maniera, talvolta al limite della pornografia, come pure la depurazione dal fascino e dal mistero dei suoi film precedenti, è indubbio che Interno di un convento rappresenti un tentativo commerciale “all’italiana” realizzato con la consapevolezza che solo una rappresentazione della vita conventuale così estrema e pacchiana, a tratti persino volgare, possa giungere a scuotere e turbare le coscienze del pubblico di una nazione che ospita la Città del Vaticano. Non è un caso dunque che Interno di un convento sia uno di quei film messi all’indice dalla Chiesa (a differenza dei numerosi epigoni di nunexploitation, intenti solo ad inanellare una serie “innocua” di nudi e amplessi lesbici e non), stigmatizzato ancora oggi, tanto da trovare posto nell’elenco dei film proibiti stilato da Vaticano (assieme a I Diavoli di Ken Russel, Je vous salue, Marie di Jean-Luc Godard, L’ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese, Il Ritorno di Jens Jorgen Thorsen, e altri). E questo perché, nonostante il suo essere in pericoloso equilibrio tra dramma e barzelletta, mette a nudo (in tutti i sensi), in modo credibile, le contraddizioni di un sistema coercitivo, violento e irrazionale di reclutamento delle vocazioni.

Fabrizio Fogliato

 

 

Interno di un convento
Altri titoli: Intérieur d’un couvent, Unmoralische Novizzinnen

Regia, montaggio: Walerian Borowczyk
Sceneggiatura: Marcello Lizzani, Giuseppe Vezzani, Walerian Borowczyk (dal romanzo Promenades dans Rome di Stendhal, 1829)
Fotografia: Luciano Tovoli
Musica: Sergio Montori
Costumi: Maria Laura Zampacavallo
Scene: Luciano Spadoni
Suono: Carlo Palmieri
Interpreti: Ligia Branice (suor Clara Visconti), Renato Rossini [Howard Ross] (Rodrigo Landriani), Marina Pierro (suor Veronica), Rudi Dal Prà (vescovo), Loredana Martinez (suor Martina), Gabriella Giacobbe (madre tedesca), Mario Maranzana (padre confessore), Alex Partexano (Silva, il macellaio), Olivia Pascal, Patrizia Mauro, Gina Rovere, Dora Calindri, Jole Rosa, Maria Cumani Quasimodo, Francesca Balletta, Miana Merisi, Romana Monti, Romano Puppo, Raymonde Carole Fouanon, Simona Villani, Paola Arduini, Silvano Bernabei, Brid Cranich, Stefania D’Amario, Jane Long, Imelde Marani, Paola Morra, Mike Morris, Antonietta Patriarca, Greta Vayan, Paola Prosdocimi, Elisabetta Pedrazzi, Rossella Pescatore, Valeria Pescatore
Produzione: Trust International Films, Lisa Film, München
Distribuzione: V.I.S. Distribuzione Cinematografica
Censura: 71259 del 17-01-1978
Rapporto: 1.85:1
Lingua: italiano
Paese: Italia
Anno: 1978
Durata: 95′

 

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