Il meglio del 2012 – Ivan Talarico

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IL MEGLIO DEL 2012
di Ivan Talarico

articolo pubblicato in Rapporto Confidenziale 38

 

Duemiladodici, anno di grandi stanchezze e criticità, di ferrovie e perdifiato, di evasioni tra le file sempre più arrossate (non si sa se sia vergogna o pubertà) dei cinemini romani. Frequentazioni narcolettiche, intense, rapporti confidenziali con il finto vellutino delle poltrone: il cinema come parentesi della stanchezza diventa sonno, ma sonno colorato ed agitato, di risvegli improvvisi e placidi sottecchi.
Questi i film che mi hanno turbato.

الجبل بناء
Titolo internazionale: Mountains Don’t Walk
Titolo italiano: Il califfo biondo
di Jean Viteou (Arabia Saudita/2012)

Il medio oriente non è mai stato così occidentale come nello sguardo di Viteou. La sua breve esperienza statunitense ne ha segnato intensamente la cinematografia, rendendo i vezzi barocchi delle esagerazioni; le riprese, ricamate il più delle volte da fili rossi d’immagini persistenti, cinémi inesplicabili e subliminali, sono diventate piatte, stucchevoli. Il suo sguardo ironico sull’oriente diventa sberleffo insopportabile; l’amore ottuso dei primi lavori diventa qui critica sagace e pertanto inarrivabile. L’immagine di Maometto, che con una parrucca bionda gira per Medina a bordo di un califfo (un motorino, da cui il titolo), accelerando e sgommando per non tardare all’appuntamento con la Montagna è epica e degna di menzione.

 

Disastri apparenti
Titolo internazionale: Sonia and Disorder
di Ettore Disonio (Italia/2012)

L’accanimento sul cadavere della Commedia all’Italiana, perpetrato dalla buona parte dei registi contemporanei, trova una valvola di sfogo nella pellicola di Disonio. Finalmente una vicenda brillante, non colloquiale, non telefonata, raccontata con accanimento terapeutico e dissennatezza. Il paradosso di Sonia, madre di suo padre, trova soluzione certa nel riscatto sociale di una generazione alla berlina. Senza scadere nella fantascienza, ma con una buona dose di metafisica, Disonio ci insegna le regole della densità e discrezione dello spazio/tempo, nelle cui maglie facilmente si può facilmente scivolare. Le stesse maglie che Sonia indossa, cambiandone almeno sei nella scena madre del film, a coprire la sua nudità eroticamente esibita fin dalla prima scena. Punte di raccapriccio nella scena in cui Sonia partorisce il padre che le ordina di vestirsi e mandare via i medici, per pudore genitoriale. Da non perdere.

 

η μέδουσα φοβάται
Titolo internazionale: The Night of Dracma
Titolo italiano: La medusa triste
di Kostas Dimitrou (Grecia/2012)

Nell’anno in cui la pirateria finanziaria europea vuole sprofondare la Grecia, ecco un documentario postumo (un documento, oserei dire, che accade a futura memoria) che ne risolleva la dignità. Costruire una casa di dracme nel centro di Atene e viverci dentro, spendendo sé stessi e la propria vita per cambiare le cose, invece che i vili soldi è un lampo di genio. Kostas – il regista e interprete – vive sessantuno giorni cibandosi solo dell’angoscia e del malcontento della gente, per poi morire di ricordi e aspettative. Sensazionali sono le animazioni – molto Monthy Python – in cui Dracma, signora anziana e gobbuta, un po’ befana, un po’ Demetra, sfugge alle cacce priapiche di Euro, teutonico biondume di muscoli e vigore, rifugiandosi da Kopeko, a mendicare un piatto caldo di minestra; da Lira, a piangere sul latte versato; da Yen, preferendosi gheisha che asservita all’occidente imperialista. Riso amato.

 

Or son Welles
Titolo alternativo: Well, I’m Welles
di Walter Malle (USA/2012)

La vita del regista vista da un profilo inedito. Scarti di lavorazione, inediti, veri e propri spaccati di vita privata, per la prima volta presentati a simulare un discorso, che ha la traiettoria della rivelazione: la ricerca nel cinema e in teatro non è altro che il tentativo meticoloso di costruirsi, partendo dalla propria assenza. Malle gioca con il montaggio come fosse un’ipnosi, capace di cavare dal morto Welles parole inedite, fresche dichiarazioni d’intenti. E in un ciclo di vicende ricorrenti dimostra come il suo cinema non sia terminato, come la macchina da presa stia ancora registrando camuffamenti e spiazzamenti ineffabili. In una vorticosa sequenza di montaggio la bara, in cui Welles è sepolto, è controcampo di Welles che piange, controcampo di Welles che soffoca l’inquadratura con panoramica a schiaffo su Welles indifferente, che non teme la necrosi dei suoi immaginari, interrotta da una voce, una voce nel buio (sembrano gli Hurlements debordiani): «Non c’è morte quando non si è nessuno. Diventare qualcuno equivale a darsi per vinto. Per sepolto».

 

ミカド
Titolo internazionale: No Japan No Cry
Titolo italiano: Il gioco degli Shanghai
di Uku Kirita (Giappone/2012)

Opera prima di Kirita che convince e sbaraglia al XXVI festival manciuriano di Ko-sokij. Del Giappone si è sempre ammirata la lentezza, l’eleganza, il raffinato erotismo, la discrezione. E in questo film le virtù diventano il cortocirtuito inevitabile della civiltà. Solo due uomini al centro di questo – definirlo non è semplice – "thriller catalessico". Il corpo e il gioco. La carne e la brace. Poche parole, sospese tra le pareti di carta di riso di un finto tokonoma, scosse da un umile vento che costantemente le mette in discussione. E il rituale in cui il gioco diventa metafora dell’esistenza. Come nella partita a scacchi con la morte de Il settimo sigillo, la posta in palio è la vita. Ma in questo caso una vita materica, fatta di brandelli di corpo e carne, di cannibalismo e tenerezza. Senza movente. Ad ogni turno un bastoncino di legno viene estromesso dal gioco per diventare spiedino, su cui arrotolare i pezzi di carne sciancati al perdente. Un tizzone di fuoco li trasforma subito in cibo per l’avversario. E la sfida continua, in un crescendo drammatico dove l’equilibrio di sottili asticelle è metafora imprudente dell’equilibrio mentale perduto nell’assordante pugna di vuoto del silenzio.

 

 

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