Trieste Film Festival 2013 // Flusso di coscienza

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Flusso di coscienza triestino
XXIV Trieste Film Festival – 17/23 gennaio 2013
www.triestefilmfestival.it

a (s)cura di Francesco Selvi

 

Quello che segue è il resoconto del flusso di (in)coscienza di Francesco Selvi all’interno delle immagini in movimento della 24esima edizione del Trieste Film Festival, un festival che negli anni ha saputo costruirsi un’identità ben precisa, costituendo – di fatto – un avamposto della visione sulle cinematografie dell’Europa centro orientale (dell’Est) davvero unico nel panorama italiano ed europeo. Un’attenzione costante al presente ma pure al passato, con retrospettive e "recuperi", mai fuori tempo massimo. L’integrazione al suo interno del Premio Corso Salani  (III edizone) e del meeting internazionale di coproduzione When East Meets West (II edizione) lo rendono un appuntamento davvero prezioso per cinefili e professionisti – "croccante" direbbe Philippe Daverio. [edizione 2012edizione 2011]

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Cosa mi spinge verso Trieste? Cosa mi muove in infiniti e interminabili viaggi in treno, cambi di binario, cambi di umore, cambi di tempo, cambi di compagni di viaggio, cambi di temperatura…? C’è da chiederselo, o almeno io me lo chiedo, essendo non del tutto indifferente a me stesso quello che combino! Non completamente, poiché in parte… mi curo poco, mi dimentico… lascio perdere me stesso, ma solo in parte, poiché una minima percentuale di me ancora si interessa… Ma che starà facendo questo corpo panzuto che mi delimita? Ma perché si inoltra ancora in terre quasi straniere dove lo accoglierà un freddo al limite della sopportazione? e mica solo atmosferico… freddo di sguardi, freddo di anime che a fatica si accorgono le une delle altre, presenze delimitate in se stesse… insomma, c’è da chiederselo! Beh, mica ho trovato una risposta, ma forse tanti frammenti che sommati fanno intravedere una plausibilità… il cinema esteuropeo… la vacanza ad alto tasso epatico… queste sciatte paroline… i vicoli inerpicati sulla collina… la rocca che da lassù ti guarda e ti schiaccia… una visita alla risiera di San Sabba… una ragione esplosa che diventa miriade di piccoli motivi e motivetti quasi da fischiettare allegramente! Beh, poi soprattutto il fatto che quest’anno ho dato un calcio alla solitudine, niente microcamere con letto singolo e tendina tirata, niente silenzi opprimenti, niente arredi orrendi da Ikea di serie B… e dire che speravo che il Rippa e il Galbiati mi mandassero per lo meno in un bel 4 stelle… illuso! Beh, la provvidenza in realtà mi ha tenuto in serbo di meglio, la provvidenza quest’anno parlava toscano e indossava calze a righe multicolori, mi portava sino all’ex ospedale psichiatrico reso glorioso dalle gesta basagliesche, mi coccolava con meravigliosa marmellata di more selvatiche! I ragazzi di corto mobile hanno avuto l’onere e il poco onore di ospitarmi nella loro nuova casetta – avventura triestina alla quale faccio un grosso in bocca al lupo! Ah, stanno tentando di mettere su strada un vecchio camper per trasformarlo nel primo cinekamper in cui fare visioni ai quattro angoli del globo, proiettando anche in pellicola: diamogli una mano! Beh, giunge il 17, giovedì, fa un freddo notevole e le orecchie sono già croccanti quando arrivo alla sala tripcovich, nuova struttura data al Trieste Film Festival, si sente già da fuori che l’occasione sfiora il mondanino, il mondanetto: un etto di mondano! Ma perché poi? Perché sembra una prima a teatro? Perché si aggirano vecchiette in pellicciotto? Perché la sala, vicino all’enorme, straripa di gente che quasi non trova modo di sedersi? Ah ecco… vedo che fra le persone si muove veloce una tappetta… mi pare di averla già vista da altre parti, il viso è noto, prendo il catalogo del festival, lo apro, scruto… Elisabetta Sgarbi! Ah, ecco svelato l’arcano, ecco… forse credono che da un momento all’altro comparirà l’efferato fratello, elegantissimo ma nonostante questo sempre dispensante capre e caprette a tutti… sperano invano! C’è aria di malcontento, il critichetto non si vede, presente solo la sorella che però si è fatta dare manforte da qualche altra gloria delle umane lettere… ne scorgo una: ha il viso tondo, capelli corti, occhiali da suora laica, già tremo, dove mi porterà il cuore stasera? Ad un bell’infartino? Beh, sicuramente no, dato che il film della Sgarbi non è nient’altro che una docufiction venuta male, accozzaglia di opinioni su una città che tira alla facile commozione ma che non riesce nemmeno in questo, nonostante l’illustre (e stavolta per davvero) presenza di Pahor, arzillo nonostante i cent’anni, dell’altro centenario triestino Gillo Dorfles, nonostante la voce dell’ubiquo Toni Servillo, insomma, nonostante tutto, il film non funziona… come da copione scroscio di applausi, interminabili! Beh, purtroppo in ognuno di noi c’è un copione insito, sottopelle, come il microchip del cane, che talvolta (parola di veterinario) si sposta dalla sede per perdersi nel connettivo del bau e chissà dov’è chissà dov’è… beh, insomma, come da copione gli altri applaudono ed io, come da copione mio, mi alzo e me ne vado! Come potersi sbarazzare del proprio copione e riuscire così in una continua improvvisazione di punti di vista, emozioni, modi di fare, dire, baciare, lettera e testamento? non so, se qualcuno ha indicazioni valide faccia un fischio! Mi perdo per Trieste, prendo al volo un tram che si inerpica su su su verso il blu profondo e verso la cameretta piena di tepore. Il mattino dopo si va a fare colazione all’ex ospedale psichiatrico, che omaggia il cinema col nome “il posto delle fragole”. Ma tutti i vari psichiatrici dove sono finiti dopo che i manicomi hanno chiuso i battenti? Sembrerebbe che non si son spostati di una virgola, dato che la mattinata è una continua carrellata di personaggi che avrebbero mandato in solluchero Ciprì e Maresco… altro che cinema!!! Beh, mi do ad una camminata folle sino al centro città, passando fra l’altro dall’università, mastodontica nei rimembri del fascio! Partono i primi piatti forti della cucina friulana, si va giù duro con la jota, il cotto arrosto nel pane col Kren, il baccalà mantecato, il tutto innaffiato da ampie dosi di friulano, che un anziano signore sostiene chiamarsi ancora tocai… gli do ragione, perché ho come l’impressione che sarebbe capace di scuoiare se messo in discussione! Bere è roba seria, mica da riderci su! Peccato che poi si arrivi a carpire discussioni come quella fra due signori, carini carini con un piatto di jota e due cucchiai nello stesso piatto, che fra una sorsata e l’altra «E ti? come stai? », «Bene bene, me son tajà via un pezetin de prostata, è andata una beleza, mica mona come qui a Trieste che ancora tajano… Udine se schersa poco, si va col laser, mica mona come qui a Trieste, roba da fantasiensa, a la salute…». Affinare lo sguardo, affinare i sensi e soprattutto l’udito, ogni giorno se lo si scandaglia per bene è pieno di gemme, soprattutto qui a Trieste dove il vino scorre a fiumi e a volte riesce a slegare la lingua… da morir dal ridere insomma. Mi fiondo in sala tripcovich con la speranza che la jota (micidiale minestra di cavolo e fagioli) non si riproponga e non mi faccia dormire come un anziano, partono le visioni con Dokumentalists della coppia lettone Ivars Zviedris e Inese Klava. Come da titolo, si tratta di un documentario, in cui si narra la vita ai margini della società di Inta, donna brusca e dai modi rudi che abita all’interno di un bosco delimitato da una palude misteriosa e affascinante per quanto inospitale. Non vi è una vera storia da narrare o dei fatti da mostrare, semplicemente i registi hanno voluto riprendere la vita limite di Inta, che col suo carattere ha poi dato il vero spunto narrativo:non trattenendo mai quello che pensa e dicendo tutto fuori dai denti, la donna trae conclusioni interessanti anche sul lavoro del documentarista, ponendo dubbi perfino se far uscire o meno il film…Inese Klava spiega infatti «nel guardare il girato abbiamo avuto lunghe discussioni se andare avanti o meno col film. Perché filmare, trarne un piacere e mostrare al pubblico questa donna? E poi ci siamo resi conto che il film non avrebbe parlato solo di lei, ma anche di noi, del rapporto che c’è fra noi registi e i personaggi dei nostri film. Inta, in questo senso, è stata di grande aiuto:un’eroina che vive secondo le leggi della natura, esprime senza freni ciò che pensa emette in luce in modo incredibile i lati oscuri della nostra professione». Il cuore di Inta, che appare di ghiaccio inizialmente, pian piano si scalda e Ivars riesce a farsi spazio fra l’intimità della donna, che crede di avere finalmente qualcuno, un amico, che possa aver cura di lei, che si preoccupi della sua salute, che le stia vicino in quella natura ostile. Ma una volta terminate le riprese la donna scopre che il nuovo amico non ha più bisogno di andare a trovarla…sicuramente troppo lungo poiché molto ripetitivo, riesce però a stillare il dubbio, fino a quando è plausibile e giusto entrare così prepotentemente in una vita come quando viene ripresa? Un plauso alla natura, che non fa nient’altro che mostrarsi come è: indoma, selvaggia, terribile e meravigliosa. Breve pausetta, blablabla caramellati, fernettino, vodkino, gingerino, fai una giravolta falla un’altra volta, capriole, calembour, dartagnan, fischi e mazzi e si riprende, stavolta col primo lungometraggio in concorso, What is love dell’austriaca Ruth Mader. Cinque storie di persone normali, dove normalità fa rima con banalità, lavoro lavoro lavoro e poco svago, niente interessi oltre alla carretta da tirare avanti, silenzi inscalfibili che deteriorano ogni giorno i rapporti, colonna musicale per esistenze insopportabili colmate di quella ‘normalità’ che a volte tutti cerchiamo per noi stessi, e una volta trovata rimpiangiamo l’anomalo, l’anormale che tanto ci aveva fatto penare. Cinque spaccati dell’Europa, cinque studi antropologici da far accapponare la pelle. In definitiva il film è lento, poco ritmato, banale…ma in fondo la vita dei protagonisti questo è e nient’altro, un mare magnum di triste e ripetitiva banalità…al che mi son fatto delle domande anche sulla mia di vita, scandita da ritmi come orologi a cucù precisissimi, ripetitiva, forse poco interessante…per fortuna la paturnia è durata poco, complice il fernet a fine proiezione. Sia la volta ancora dei documentari: Made in Albania di Stefania Casini è uno spaccato dell’Albania dei giorni nostri attraverso gli occhi di giovani albanesi e di un salentino, Vito, a cui viene rubata la moto e quindi parte per l’Albania dove è sicuro di riuscire a ritrovarla, colmo di pregiudizi e di simpatica italiana ignoranza, Bora invece è tornata in Albania dopo aver viaggiato all’estero ed aver studiato come architetto a Barcellona ed infine di Rubin, che aveva condotto le battaglie di lotta al potere nel movimento del Mjaft insieme a Bora ed ora si è dato invece al risveglio culturale della propria generazione facendo il dj in un emittente roots reggae e organizzando mostre in una galleria derivata da un vecchio vagone treno. I tre partono, ognuno per la sua strada, alla ricerca dell’Albania, di un’idea di questo stato così ambiguo e misconosciuto agli albanesi stessi. Vito da bravo guaglione va alla ricerca della moto, come trovare un ago in un pagliaio…come scusa per mandare un italiano in Albania non è proprio il massimo, anzi, ci fa sembrare ancora più coglioni di quanto già non siamo…e non è poco! Pian piano anche la sua zuccotta capirà l’impossibilità e l’idiozia del proprio obiettivo e il nostro comincerà a vagare in Albania mosso da curiosità, così come Bora andrà alla ricerca delle proprie origini e Rubin pure… in tal modo ci mostrano uno spaccato di uno stato che è passato direttamente dal medioevo alla connessione wireless, dove ancora ci sono parti del paese in cui a malapena si sa che il comunismo è finito, basta, kaputt, parti del paese dove esiste una vera e propria corsa all’oro che si chiama lavoro, sorta di eldorado sperso fra le montagne contornate da capre. Interessante, soprattutto per noi italiani, che ci scopriamo sempre più accomunati coi nostri cugini dall’altra parte del mare, non fosse per il garbo che ancora gli albanesi di questo documentario mostrano, la timidezza, la riservatezza… tutte cose da noi ormai perse da un pezzo, tutto triturato dalla boria del compracompracompraacquistareacquistareacquistare, come dimostra il buon Vito, che entra in casa di questi minatori con una simpatica irruenza che fa rima con minchioneria tutta pacche sulle spalle e viva l’italia e siamo tutti compagni in questa valle di lacrime potrei avere un altro piatto di pasta? Beh, in definitiva un buon documentario con alcune pecche, non imprescindibile anche se si fa vedere volentieri. Si esce dalla sala tripcovich abbracciati dalla bora, urge un cappello, che chiaramente da bravo mona non ho, scorgo un negozio chiamato avventura, wow, mi ci butto…ne esco dopo pochi minuti con un berretto stile steve zizou/jacques cousteau….rosso…tonno insuperabile, cento per cento di bontà, in olio d’oliva! Le orecchie finalmente son salve, la fronte pure, dato che col gran freddo talvolta si congelano anche i neuroni frontali, rendendo poi possibili comportamenti al di fuori del bon ton…e finalmente! A lato di avventura sta un buffet fra i più vecchi di trieste, da Giovanni…parte un panino col cotto al forno nel pane e Krèn, mi pare di sognare, dapprima arriva in gola la morbida bontà del prosciutto cotto, tenerissimo e dolce, poi si dipana in un secondo momento un sentore acre, pungente, si trema, si comincia a piangere invocando la madonna e fra martino scampanato, il naso si apre, invasione barbarica che apre la linea maginot di naso e gola, i bronchi si dilatano, il Kren irrompe con prepotenza ed esplode in tutta la sua violenta bontà, il rafano come salvezza del mondo…beh, non esageriamo, diciamo che col suo allure a metà fra spezia e caramella victor’s il kren è benefico per polmoni e bronchi grazie al suo effetto balsamico!!! Ma io mi chiedo come mai Raspelli non mi chiami come braccio destro per i suoi arrembaggi enogastronomici, mondo ingrato! Si torna in sala tripcovich lievi e soavi, mi aspettano due lungometraggi in concorso, Avanti di Emmanuelle Antille e Klip di Maja Milos. Avanti è il primo film dell’artista visiva Antille, che ha esposto sue opere intuttoilmondo ed ha rappresentato la Svizzera alla biennale veneziana nel 2003. Lea è una ragazza problematica, vive i suoi 28 anni proiettata solo nel passato, poiché la situazione famigliare non gli rende possibile vedere un futuro. La madre Suzanne è ospite di una casa di cura per malattie mentali (e non se ne capisce mai bene il motivo), dove il padre la obbliga a risiedere, contro il parere della figlia. Lea si ritrova quindi ad odiare il padre (mentre come è noto la figlia ha sempre un legame di amore col padre essendo il primo uomo, l’amato!) ed a vivere soltanto di riflesso la madre, grazie a vecchi filmini girati in super8. Lea non vive direttamente le cose, le filma e poi le rivede a casa fra le 4 mura che tutto consentono, anche finalmente di piangere lacrime su quel viso duro e tagliente. Durante un fine settimana quando Suzanne viene fatta uscire dalla clinica per far visita al marito, Lea contro il parere di tutti porta la madre nella vecchia casa di campagna, dove i ricordi risvegliano emozioni profonde e nascoste in Suzanne, una brava Hanna Schygulla. Lea filma, filma tutto per soddisfare questa mancanza continua di vita, che sente scorrergli fra le dita, mentre la madre si mette vestiti, si prova velette e si mostra davanti alla telecamera con fare divertito ed anche un po’ (giustamente) ebete! E’ il momento di rientrare, Lea però non ci sta, inversione ad U e via, come due Thelma e Louise ripassate in padella le due partono alla ricerca di un rapporto lontano dalle pressioni della famiglia, lontano dal padre che osservascrutaindaga, lontano dalla casa di cura. Finalmente libere di mostrarsi come realmente sono le due trovano un equilibrio fatto da gesti spontanei e inconsueti, piccole pazzie e parole in libertà. Arrivate in un locale notturno dove la madre andava da giovane a ballare le cose iniziano a incrinarsi: Suzanne si scrosta di dosso ogni atteggiamento compiacente, fa ciò che vuole, balla con diversi uomini ubriacandosi sotto agli occhi increduli della figlia, finalmente dà un calcio alla rappresentazione  di madre che tutti hanno di lei e si mostra libera, intraprendente, distesa. Lea a questo punto non riconosce la madre, quella madre il cui rapporto tanto è andata a cercare… Avanti ci pone di fronte un rapporto che è sempre ambiguo, complesso, difficile, e cioè il rapporto madre-figlia, oltretutto minato da altre difficoltà per la malattia di Suzanne, ponendo anche il dubbio su quale sia il modo giusto di trattare i propri cari in caso di malattie gravi come Alzheimer o demenze…oggi basta un attimo, basta un poco di zucchero e la pillola va giù, alza la cornetta mondial casa ti aspetta, suona la porta e già si affaccia una bionda badante, il vecchio è a posto, la madre è a posto, il padre è  posto, la zia lo zio o anche il fratello…non sono sicuro sia la via più giusta, come un grande film di quest’anno ci ha mostrato, Amour di Haneke… forse in questo enorme scollamento che è oggi la famiglia è sicuramente la via più semplice e la meno traumatica per tutti, tutti o quasi…ho appena il tempo di notare brava maestrina di fianco a me che scrive scrive scrive, ma che scriverà? Allungo l’occhio, mi fulmina, mi sento colpevole anche se non so bene di che, apro la bocca per dire una stronzata qualsiasi e le luci si spengono: tempismo perfetto!!!! Klip di Maja Milos è un film che devo dire subito mi ha scosso… si lo so, Larry Clark ha fatto Kids ormai qualche annetto fa, che i giovincelli siano dediti ad ogni sballo pur di avere un’identità e blablabla… ma vedere, vedere tutto sbattuto in faccia in maniera cruda, beh, è un’altra cosa davvero! Questo la Milos lo fa benissimo, dimostrando grande maestria nell’utilizzo del mezzo filmico, con la violenza di primi piani inequivocabili (ma che è, un palo?), con la vorticosità dei movimenti, con un occhio che taglia come un bisturi e sa dove colpire, chirurgico nel disegnare psicologie e drammi interiori dei personaggi. Jasna è una ragazza come tante, scuola con poca voglia, si pensa ad altro, gli uomini i cavalier l’armi gli amori… il padre della ragazza soffre di una malattia cronica, presenza funerea in casa che richiede silenzio, compassione, pietà, tutte cose che la madre di Jasna dispensa al marito chiedendone una parte anche alla ragazza,sorda ad ogni richiesta di aiuto. Arrabbiata e scocciata dalla situazione famigliare Jasna sogna, sogna l’amore di Djordje, sogna il principe azzurro, anche azzurrino… ma pur sempre un principe! Il principe, quello vero e cioè il padre, ha mancato il giuramento ammalandosi, donando alla ragazza solo depressione che si trasforma in rabbia, rabbia contro la famiglia, contro il mondo intero senza tralasciare, obvious, la rabbia contro se stessa. Jasna è bella, sensuale, ma ha paura di farsi vedere per quel che è, bypassa il problema riprendendo clip su clip col telefonino, postando sue performance ultrasexy sul letto di casa o foto della rasatura del pelo pubico. Jasna in fondo non vuole altro che l’amore di Djordje, ma come lei è intrappolata nella propria rappresentazione di ragazzetta facile che si sbronza alle feste, Djordje è incastrato nella giacchetta dell’uomo che non deve chiedere mai, nell’uomo rude, mai sentimentale… l’amore si trasformerà allora in sesso, il sentimento in bieco possesso, dei ragazzini in bestie fameliche. Il vero volto, quello fragile che è in ognuno di noi, la richiesta di aiuto, la compassione si vedono soltanto fugacemente, o meglio si intravedono, perché appena se ne scorge l’ombra Djordje deve spingere sempre di più l’acceleratore della deboscia, Jasna deve rispondere sempre di più all’archetipo della ragazzina scema tutta face book ed i phone. Fa teneramente sorridere la scena del pranzo della coppietta a casa di Jasna, Djordje dismette per un attimo i panni del cinico e violento e ridiventa il ragazzino a cui la mamma dà il bacio prima della nanna, ridiventa pronto ad arrossire e a dire "no no, grazie signora, non ne voglio più…". Jasna e le sue amiche entrano in un vortice sempre più impetuoso, feste dove l’alcool non basta più, dove la trasgressione è un dogma perché infine dà un tono, parla al posto nostro riuscendo a non farci arrossire…e mentre dentro alle case, alle discoteche, ai localetti, si consuma una disintegrazione psicofisica, nelle strade vi è ancora la memoria e la cruda realtà di distruzione sotto forma di rovine, palazzi scardinati, fantasmi architettonici di una guerra che ancora urla e stride nel silenzio, poiché come Caligola imperatore nella camusiana recitina dice ‘non si è mai soli, potessi io per un attimo essere solo senza questo silenzio sporcato di urla, stridori, pieno di morti…’ …mi si scusi le imperfezioni, vado a memoria non trovando più il libro… qualcuno sa dirmi dove sia? Jasna e Djordje si muovono fra queste quattro mura sgarrupate, fra questo scenario che non permette di dimenticare, che richiede una maschera che possa nascondere il dolore, la vergogna…incastrati nel loro ruolo dovranno accontentarsi di questa sottospecie di amore, di qualche foto al cellulare e di tante clip su cui masturbarsi, dovranno vivere in questa anestesia emotiva che in qualche modo li distrugge e li protegge allo stesso tempo. Klip è il primo lungometraggio di Maja Milos, è stato presentato in diversi festival ed è stato insignito del Tiger Award’ al Rotterdam Film Festival. Me ne vado subito dal cinema, vorrei riuscire a prendere un mezzo che si inerpichi su su fino all’ex ospedale psichiatrico, aspetto… aspetto… il 4? Il 5? Forse il 23 bis? Io aspetto, il mio culo dopo tanto cinema merita di starsene posato su un comodo sedile tramvistico triestino… non si vede nessuno, silenzio peggio che ad un concerto di Cage, vedo qualcosa all’orizzonte, son sicuro sia lui, il mio trammettino tanto agognato, è invece un rovo che passa davanti a me cavalcando il vento, rimango basito… sono in un film di sergio leone? E gli indiani? E i soldatini blu? E ulzana? Beh, io son sempre stato dalla parte degli indiani, anche quando si giocava all’asilo e con la scusa di indiani e cow-boy ci si menava alla grande, fottuti yankee! Mi sento già un capo indiano, tiro fuori il mio tomahawk, le penne, voglio le cazzo di penne sulla testa, mi cerco un nome, date le due gocce che ogni tanto arrivano sulla faccia mi chiamo Tordo Bagnato, inforco i miei sandali di pelle di cervo e attacco a camminare. Maledetti yankee, forse sapevano avrei attaccato la carovana travestita da tram, tordo bagnato è un capo molto temuto, appena arriverò alle mie montagne nere organizzerò l’attacco a fort apache, maledetti. Fra questi pensieri di guerra mi perdo, buio totale, silenzio, vorrei fare il mio urlo di guerra ma forse qualche viso pallido potrebbe svegliarsi e attaccarmi, allora sgattaiolo fra le tenebre, mi infilo in pertugi, salgo scale e scalette sempre col mio fido tomahawk in mano, ho voglia di scalpi ma soprattutto di dormire, sempre più tordo e sempre più bagnato, le stradine sono minuscole e molto tortuose, si inerpicano, le mie  squaw si staranno preoccupando, per wotan, se vedo zagor l’amazzo e mi mangio chico, il messicano ciccione…ho le traveggole?non lo so, di sicuro male ai piedi, per mille tuoni, appena arrivo nel mio tepee mi faccio fare un massaggio ai piedi, visi pallidi maledetti, manco un tram per tornare a casa… ancora non ci credo, vedo un palazzo con davanti delle scale, è il mio villaggio penso, mi infilo di corsa nella mia tenda, voglio chiamare subito il consiglio di guerra, esortare i guerrieri a dissotterrare l’ascia, se non ne han voglia che almeno si faccia una pernacchia tutti insieme a custer, tutti buoni propositi che sfumano con un ‘augh’ che somiglia ad uno sbadiglio, buona notte. Il giorno dopo mi sveglio con una buona marmellata di mirtilli selvatici… o erano more? Beh, ottimo, un bell’orzetto e due chiacchiere coi corto mobile boys, dopo un po’ francesco ridacchia, viviana pure, mi guardano in testa… azz, m’è rimasta una penna fra i capelli, tordo bagnato ha colpito ancora! Pranzo come se non mangiassi da mesi, forse per rifarmi della scarpinata della notte prima, forse per prepararmi alla pioggia di cortometraggi che mi aspetta. Anche quest’anno i corti sono stati una vera piacevole sorpresa, storie semplici e a volte disarmanti, a volte girati con due lire (ah, le lire…) ma sempre con belle idee e tante cose da  dire… assolutamente da recuperare ‘Buumes’ del regista Martin Guggisberg, produzione svizzera che sforna questo cortometraggio girato magistralmente e che fa sorridere e ghignare un bel po’, 1982 è un altro corto molto meritevole, idea semplice e ultra divertente, in un bar durante la dittatura in Turchia si sta vedendo un film porno, due soldati stanno facendo una ronda fra la neve, nel bar intanto gli animi si scaldano sempre più, il calpestio dei soldati mette ansia, si avvicinano, entrano…e non trovano quello che avrebbero pensato di trovare! Come raccontare il regime con un tono leggero ma non per questo meno incisivo. Altro corto micidiale è dva, che narra di come due cecchini, uno serbo ed uno croato, costretti a stare insieme possano ritrovare una comunione che è quella che lega ogni uomo con gli altri…deve molto a film come No Man’s Land ma ottimo, grande fotografia, ottimi attori, da vedere. Altro corto notevole è Dom Tsia, del russo Ruslan Magomadov. Un uomo vive di stenti in un bunker nel giardino della propria casa, è costretto a vivere in questo modo dato che la guerra fuori impazza, siamo a Groznyi, Cecenia. Ma la guerra calpesta tutto, e quando anche il nostro protagonista si sente minacciato, non più un posto sicuro, decide di provare ad andarsene. Ce la fa, è in macchina, sta viaggiando per la salvezza, per allontanarsi dalla sua patria ormai crivellata, ormai cadavere sopra cui stormi di corvi aspettano impazienti ma… la propria casa, il proprio mondo, la propria città sono magnete troppo forte, sono causa di una decisione che sa di incredibile, fare inversione ad U e tornare nell’inferno. Una bella lezione a tutti gli italiani che, al lupo al lupo, se ne vanno così, come se nulla fosse! Che in fondo gli italiani non amino l’italia non è una novità… scusate, per un attimo mi son sentito un garibaldino, sarà stata la voglia di quelle fantomatiche chicche tutte zucchero e denti cariati che rispondevano al nome di garibaldini!!! Potrei citarne altri, poiché davvero quest’anno i corti sono stati di altissimo livello, mi fermo a questi che mi paiono i più significativi. È poi la volta di Die verte macht (Quarto Stato), thrillerone che fa il verso a thriller americani tutti azione e colpi di scena, niente di meglio per mangiare una manciata di pop-corn e una coca cola con ruttino finale, degno commento alla pellicola. È troppo! Sono indignato e me ne vado, pfui, i prodi cortomobilieri mi aspettano da siora rosa, dove mi hanno assicurato esserci il miglior panino al Kren di trieste. Sono scettico ma vado… per Diana, avevano ragione: non succeda di recarsi a trieste senza passare da questo buffet che sprizza di simpatica umanità e di ottimi piatti, fra cui da non perdere anche il baccalà mantecato!!!! Finito lì mi reco coi gagliardi al The Grip, locale con musica da goccioloni,rock’n’roll, garage, beat a go-go… la serata prende una piega molto piegata, i triestini si dimostrano dei compagnoni e si finisce la notte a tarda ora in un tavolo di completi sconosciuti, perfetto! Domenica, ultimo giorno per me in questa città ammaliante, ultima passeggiata sul molo audace, ultime visioni ed ultima strafogata. Respiro già l’aria  della fine delle vacanze, un miscuglio di malinconia e tristezza che mi rappresento sempre con una foto sbiadita dove una altalena è sola, senza nessuno che la usi, i colori ormai un po’ andati, l’erba incolta, la luce che è quella di un sole un po’ stanco ormai, di fine settembre…ecco, così mi rappresento sin da piccolo la malinconia della fine delle vacanze, un’altalena che non sa più divertire perché non c’è più nessuno da divertire, tutti andati, tornati, chi col magone e chi felice di tornare a casa…mi tengo i miei gropponi e provo ad andare al cinema. Perdo rocker, che mi si dice essere stata una gran bella visione… ahimè, la tarda ora notturna mi ha bradipizzato e così entro in sala solo per la visione delle 18… e per fortuna! Se il mal di testa fosse stato davvero implacabile, se fossi svenuto dal sonno, se mi si fosse cariatoundente, se avessi visto la madonna magari mi sarei perso This Ain’t California, meraviglioso documentario sullo skate nella Germania est! Siamo negli anni 70, tre ragazzini come tanti, schiacciati dall’opprimente omologazione del regime… cosa fare in mezzo a quei palazzi alti, catastrofe di cemento che blocca visuale e sogni, dove mettere le energie vitali enormi quando i divertimenti sembrano venire meno poiché tutto viene strumentalizzato? Lo sport prima di tutto, non semplice divertimento ma accanimento verso ragazzini che non vorrebbero altro che divertirsi… ma l’uomo socialista deve emergere, anche nelle prestazioni fisiche, quindi ragazzino impara a lavorare duro e sodo, qui non ci si diverte, qui si costruisce l’uomo vincente del futuro, qui si spazza via il capitalismo… o quasi! Come fare allora? Come poter sentirsi liberi? Che succede per esempio quando si scopre che una semplice tavola di legno grezzo con attaccate quattro rotelline può viaggiare, e forte!, si può cadere, ci si può far male e finalmente sporcare gli abiti che ti ha con tanto amore stirato la mamma? Succede che l’aria si fa elettrica e i tre diventano a tutti gli effetti i primi skateboarder di una Berlino est che non vede di buon occhio ogni performance, sportiva o no, al di fuori del comune, dell’omologato, succede infine che pur senza saperlo i tre siano inconsapevolmente antesignani del punk, succede che ci si sbucci le ginocchia e che ci si metta bandane in testa come ancora nemmeno i migliori negazione, tutti pazzi, tutti felici, tutti contenti, stiamo morendo! E’ quel che sembrano dire questi indomiti in riprese originali dell’epoca , con quella grana meravigliosa del super8 che rende tutto così intimamente sporco e sgrammaticato, è quel che sembrano urlare mentre si gettano sulle costruzioni della Alexanderplatz tutta cemento, è quel che gli si legge negli occhi spiritati ed allo stesso tempo tristi. Con la caduta del muro i tre si perderanno di vista, la reunion avverrà per la morte di Panik, vero folletto malvagio del trio, la cui vita al limite si spegne sul fronte dell’Afghanistan dove era stanziato come militare… militare? Proprio lui che aborriva ogni norma e regola impostagli dal regime e più familiarmente dal padre? A volte forse i propri fantasmi riescono ad avere la meglio,  a noi almeno la volontà di aver provato a combatterli!!! Come i cugini d’oltreoceano, gli zephir boys, semplicemente più disagiati e selvaggi… non solo per gli amanti di thrasher, gran bel film! Tralascio Despre oameni si melci, commedia romena di Tudor Giurgiu carina ma niente di più, per arrivare a parlare del nuovo lungometraggio di Loznica, che già nel 2010 mi aveva folgorato con il primo lungo, Scaste moi. Quest’anno il regista russo ha visto premiato In the Fog con premio FIPRESCI al festival di Cannes, quindi le mie aspettative erano ancora più alte. E dovevo ricordare che non bisogna avere mai aspettative sulle cose, sulle persone, su un colloquio, su un progetto… più alte son le aspettative più grande sarà lo schianto mentre atterriamo per terra frantumandoci ogni fottuto ossicino nel corpo! E le eccezioni? Beh, esistono, per fortuna, e In the Fog è una di queste! Siamo al confine russo occidentale durante la seconda guerra mondiale, la regione è occupata dai tedeschi, che mandano tre uomini a morte per avere deragliato un treno. Sushenya, compagno dei tre, viene invece liberato. Perché è stato liberato? Lui non lo sa, dato che non ha parlato e mai l’avrebbe fatto, forse nemmeno i tedeschi lo sanno… gli unici a non avere dubbi sono invece i compagni partigiani,compagni fra l’altro anche di giochi sin dall’infanzia, esperienze, risate, insomma, vecchi amici. Eh sì, perché mai troverete una persona con meno dubbi di colui che crede essere nel giusto, la ragione sarà sempre con lui e mai affiorerà un dubbio… i partigiani insomma lo additano, Sushenya viene prelevato da casa da due compagni, Kolya e Voitik, saluta moglie e figlio prima di seguirli nel bosco, conscio del fatto che fra poco morirà. La piccola comunità spersa nel bosco è sicura al cento per cento della colpevolezza dell’uomo, non basta conoscere qualcuno come le proprie tasche, esserne amici, compagni di avventure… basta invece una colpa anche solo sfumata per tirar fuori lo sceriffo che è in ognuno di noi, l’inquisitore!!! Questo aspetto del film del russo lo accomuna all’ultimo Vintenberg, meraviglioso nel suo vedere la pedofilia da un punto di vista inconsueto. Ma in mezzo al bosco i tedeschi stanano i tre, Kolya viene colpito mentre Voitik scappa codardamente. Sushenya prende in spalla il compagno e amico, anche se conscio del fatto che è destinato a morire… vuole donargli degna sepoltura. Ritrovato Voitik, i tre si ritroveranno accerchiati nella orsa tedesca e, obbligati a passare del tempo assieme, cominceranno a svelare ognuno la propria versione dei fatti. Sorta di Rashomon dove la verità si nasconde sempre, il film di Loznica è come una macchina ad orologeria, perfetta in ogni ingranaggio, inquadrature lunghe, lunghissime sui volti memorabili dei partigiani, che consci della morte ormai certa si caricano di una tensione che stringe forte alla gola anche lo spettatore. Nella nebbia fitta del bosco, dove i limiti della cose, il loro profilo e la loro figura si confondono, anche la verità viene a galla come un fantasma, rarefatta, con contorni labili, indefinibile… il bosco stesso, coi suoi mille  trabocchetti, le fronde a coprire parzialmente la vista, i mille rumori di gola di rospo e gli urli rapaci, sembra metafora della visione di Loznica sull’uomo e sui rapporti che instaura, sempre intricati, senza mai una via certa e ben visibile, pieni di vicoli ciechi, punti morti, insidie. Poiché gli occhi e le orecchie sono cattivi testimoni per gli uomini che hanno anime barbare, eraclito docet. Gran finale nella nebbia, tutto infine termina nel dubbio, nel torbido, nell’indefinito, solo lo sparo si ode sicuro, glaciale, mentre la verità se ne va insieme a Sushenya ed ai cadaveri dei due compagni, conscia forse del fatto che agli uomini non serve, come non è mai servita! Le luci si accendono, sono estasiato…non fosse per la maestrina, che imperterrita scrivescrivescrive… se stai leggendo, ti prego, dimmi che avevi di così necessario da scrivere! E con questo messaggio da telefono azzurro vi saluto dal molo audace, bagnato come un tordo senza ombrello in una giornata di pioggia. Augh.

Francesco Selvi

 

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CREDITI dei film citati nell’articolo

 

Il viaggio della signorina Vila

di Elisabetta Sgarbi

italia, 2012, HD, 60’

sceneggiatura Elisabetta Sgarbi, Eugenio Lio; fotografia  Elio Bisignani, Andres Arce Maldonado;  montaggio Elisabetta Sgarbi, Andres Arce Maldonado;  musica Franco Battiato; suono Pino Pinaxa Pischetola  scenografia Luca Volpatti;  costumi Betty Fiore;  interpreti  Toni Servillo, Lucka Pockaj, Gillo Dorfles, Claudio Magris, Boris Pahor;  produzione Rai cinema; coproduzione Betty Wrong;  distribuzione internazionale Rai Cinema, Betty Wrong

 

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Dokumentalists

di Ivars Zviedris, Inese Klava

Lettonia, 2012 HD, col, 82’

sceneggiatura Ivars Zviedris, Inese Klava, Inga Abele fotografia Ivars Zviedris  montaggio Inese Klava  suono Aivars Riekstins produzione VFS film   distribuzione internazionale Taskovski films

 

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What is love

di Ruth Mader

Austria, 2012, HD, col, 80’

sceneggiatura Ruth Mader fotografia Jorg Gonner montaggio Niki Mossbock musica Manfred Plessi suono Martin Greunz interpreti Saskia Maca, Walter Scalet, Eva Suchy, Forentina Suchy, Jonas Horak produzione KGP

 

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Made in Albania

di Stefania Casini

Italia, 2012, col, 90’

sceneggiatura Stefania Casini fotografia Royald Elezaj, Genti Koci, Davide Micocci montaggio Andrea Facchini musica Gabriele Panico suono Reard Gjermani, Gianluigi Gallo interpreti Rubin Beco, Bora Baboci, Livio Marsico produzione Bizef Produzione coproduzione Era film Albania distribuzione Martha distribution

 

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Avanti

di Emmanuelle Antille

Svizzera, Belgio, 2012,HD, col, 85’

sceneggiatura Emmanuelle Antille fotografia Stephane Kuthy montaggio Anne Laure Guegan suono Eric Ghersinu  scenografia Fabrizio Nicora costumi Maria Muscalu interpreti Hanna Schygulla, Nina Meurisse, Miou Miou, Jean Pierre Gos produzione Box Productions coproduzione Versus productions,RTS radio, Television Suisse

 

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Klip

di Maja Milos

Serbia, 2012, HD, col, 102’

sceneggiatura Maja Milos fotografia Vladimir Simic montaggio Stevan Filipovic suono Zoran Maksimovic, Ognjen Popic scenografia Zorana Petrov costumi Senka Kliakic interpreti Isidora Simijonovic, Vukasin Jasnic, Sanja Mikitisin, Jovo Makisc produzione Film House Bas Celik distribuzione internazionale Widw Management

 

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Dva

di Mickey Nedimovic

Germania, Croazia, 2012, HD, col, 26’

sceneggiatura Mickey Nedimovic fotografia Henner Besuch montaggio Denis Bachter musica David Schoch suono Julian Cropp, Niklas Kammertons costumi Melita Saki effetti speciali Branko Repalust interpreti Stipe Erceg, Carlo Ljubek produzione Filoufilm

 

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Dom Tsia

di Ruslan Magomadov

Russia, 2012, HD, col, 26’

Sceneggiatura, montaggio, suono, produzione,distribuzione Ruslan Magomadov fotografia Evgenji Savenkov, Ruslan Magomadov effetti speciali Aleks Meserykov interpreti Evgenji Martinov

 

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Buumes

di Martin Guggisberg

Svizzera, 2012, 35mm, col, 17’

Sceneggiatura Martin Guggisberg, Guy Krneta fotografia Thomas Wuthrich montaggioMirjam Krakenberger musica Frank Gerber suono Thomas Gassmann scenografia Dominique Steiner costumi Sabina Hexspoor interpreti Matthias Fankhauser, Ruth Schwegler, Regula Imboden, Philippe Nauer, Alex Freihart, Alice Brunger, Hansorg Surer produzione so&so coproduzione  

Swiss radio and television SRF

 

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1982

di Yildiray Yildirim

Turchia, 2012, HD, col, 8’

Sceneggiatura Yildiray Yildirim  fotografia Emre Karadas montaggio Emre Karadas, Yildiray Yildirim suono Sedat Azazi scenografia Onur Uzun costumi Hilal Ozatay interpreti Erdal Demir, Ihsan Atak, Adnan Kiras, Bilal Kakaj, Serkan Gunej produzione Yildiray Yildirim

 

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Die vierte macht

Di Dennis Gansel

Germania, 2012, HD, col, 115’

Sceneggiatura Dennis Gansel fotografia Daniel Gottschalk montaggio Jochen Retter musica Heiko Maile suono Patrick Veigel scenografia Matthias Musse costumi Natascha Curtius-Noss interpreti Moritz Bleibtreu, Kasia Smutniak, Max Riemelt produzione UFA cinema coproduzione SevenPictures for Pro Sieben distribuzione Celluloid Dreams

 

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This ain’t California

Marten Persiel

Germania, 2012, HD, b-n & col, 90’

Sceneggiatura Marten Persiel, Ira Wedel fotografia Felix Lehiberg montaggio Maxine Godecke musica Lars Damm suono Elias Struck scenografia Anne Zentgraf costumi Simone Eichhorn animazioni Sasha Zivkovic produzione Wildremd Production coproduzione Arte, Rundfunk Berlin-Brandeburg distribuzione Wide Management

 

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V Tumane

di Sergej Loznica

Germania-Russia-Lettonia-Paesi bassi-Bielorussia, 2012,35mm, col, 128’

Sceneggiatura Sergej Loznica fotografia Oleg Mutu montaggio Danielius Kokanauskis suono Vladimir Golovnitskij scenografia Kirill Suvalov costumi Dorota Roqueplo interpreti Vladimir Svirski, Vlad Abasin, Sergej Kolesov, Vlad Ivanov, Nikita Peremotovs, Julia Peresild, Nadezda Markina, Kirill Petrov produzione ma.ja.de. fiction coproduzione GP cinema company, Rijafilms, lemming film, Belarusfilm  distribuzione Moviemax media group

 

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