The Necessary Death of Charlie Countryman > Fredrik Bond

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THE UNNECESSARY MOVIE BY FREDRIK BOND

The Necessary Death of Charlie Countryman di Fredrik Bond (USA/2013)
Berlinale 63 – CONCORSO INTERNAZIONALE

recensione a cura di Tiziana Puleio
pubblicata all’interno dello speciale BERLINALE 63 in Rapporto Confidenziale 38

 

La gioia dell’attesa non conosce delusione maggiore che una realtà ben lontana dalla meraviglia. Tra tutti i film in concorso di questa 63ma edizione del Festival di Berlino, uno in particolare risuonava nei discorsi dei partecipanti e sulle tastiere dei giornalisti ben prima dell’inizio della kermesse.

The Necessary Death of Charlie Countryman, già dal titolo (morte necessaria: curioso, no?) prometteva qualcosa di cui parlare, a Potsdamer Platz e oltre. Insieme a un cast raffinato e per tutti i gusti: il giovane talento (Shia LaBeouf), la femme fatale (Evan Rachel Wood), il gigante sexy (Mads Mikkelsen). Eppure, allo spegnersi delle luci in sala, e passati i primi, possibili 10 minuti, la realtà prende il sopravvento. Ma partiamo dall’inizio.

Charlie (LaBeouf) deve al più presto lasciare gli Stati Uniti e volare a Bucarest. È il fantasma dell’amata madre, a pochi giorni dalla sua morte, ad averglielo suggerito. In volo, Charlie conosce il passeggero seduto accanto a lui, strambo chiacchierone sulla cinquantina. Che inaspettatamente poco dopo muore e lascia, sotto forma di spirito, a uno stupito Charlie un messaggio per l’adorata figlia (Rachel Wood). L’incontro con la ragazza darà alla vita di Charlie un nuovo obiettivo: farla sua, qualsiasi cosa comporti. Anche mettersi contro il pericoloso malavitoso (Mikkelsen) a cui lei “appartiene”.

Una leggera, piacevole favola dei tempi moderni? Potenzialmente, perché no. Resa invece ridicolmente surreale e mal costruita da una regia confusa e da una sceneggiatura piena di lacune. Calpestati, soffocati da queste enormi pecche, i 3 personaggi arrancano, finti e scarni, dall’inizio alla fine della pellicola. LaBeouf è il bambinone mai cresciuto che ha divorato romanzi Harmony a cui ruba improbabili metafore («noi siamo la perla, tutto il resto è ostrica»!) per esprimere un amore che già di per sé non si spiega come sia nato. Evan Rachel Wood è fredda e crudele un minuto, dolce e focosa l’altro. Cosa vuole davvero, non è dato a noi di saperlo. E Mads Mikkelsen, miglior attore protagonista all’ultimo Festival di Cannes, rivelazione degli ultimi anni, ridotto a un inutile ammasso di muscoli pompati da un cervello del tutto privo di neuroni. Tutto intorno, micro personaggi satellite, anche simpatici, ma irrilevanti. Messi lì nel tentativo di colmare i vuoti di un’opera incompleta.

Fredrik Bond, al suo primo lungometraggio, prova a stupire con un mix di noir, azione e romanzo. Ma come risultato ha piuttosto un nuovo, lunghissimo videoclip – suo campo d’azione fino a pochi mesi fa. A una vibrante colonna sonora (Moby, M83, Sigur Ros) e una fotografia fluida e scattante, colorata da tinte sognanti e accese, non segue infatti quella che rimane sempre e comunque la linfa vitale di un film. Le emozioni non ci sono, e la motivazione dei personaggi non trova spiegazione plausibile. Logica o irrazionale che sia, comunque necessaria.

La delusione è ritrovare il film nel concorso di un Festival a 5 stelle. A rubare un posto privilegiato a chi l’avrebbe davvero meritato. •

Tiziana Puleio

 

 

 

 

Rapporto Confidenziale
numero 38
marzo/aprile 2013
ISSN: 2235-1329

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