Sean Donnelly

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Intervista a Sean Donnelly, regista di
I Think We’re Alone Now

di Roberto Rippa

Sean Donnelly è cresciuto a Santa Cruz, California ma vive a New York sin dalal frequentazione del corso di Cinema e televisione alla New York University.
Ha diretto diversi video musicali e spot pubblicitari, tra cui quelli per Scion, VH1, MSN, AOL, Tally Hall, Galactic, Angela McClusky, Ben Jelen. Il suo video per la band The Spinto gli è valso la candidatiura (unitamete al coregista Jon Watts) come migliore video internazionale ai MVPA Awards del 2008.
La rivista Creativity lo ha incluso nell’elenco dei registi da tenere d’occhio.

Roberto Rippa: Come sei entrato in contatto con Jeff e Kelly? Ho letto che è stato Jeff il primo che hai incontrato perché vive a Santa Cruz, la tua città natale…

Sean Donnelly: Si, ho incontrato Jeff per le strade del centro di Santa Cruz. Lo consideravamo un personaggio davvero interessante prima ancora di sapere di tutta la questione relativa a Tiffany.
Quando ho saputo della storia con lei e che era stato destinatario di un ordine di restrizione da parte di lei negli anni ’80, ho deciso di dedicargli un documentario. Sentiamo parlare tutti di fan e stalker, ma questa mi è parsa un’ottima opportunità per mostrare il suo punto di vista e cercare di capire un poco meglio la questione. Abbiamo poi incontrato Kelly quando avevamo già girato molta parte del film.
Un altro fan di Tiffany, incontrato nel corso della lavorazione e che appare fugacemente nel film, ci ha indirizzati a lei come esempio di persona che amava Tiffany tanto quanto l’amava Jeff. Non ero certo che avrebbe avuto spazio nel film ma ho iniziato a notare tutte quelle strane cose che li accomunava e ho realizzato che, alternando le loro due storie, avremmo potuto narrare una storia di ossessione in modo più ampio anziché limitarla a quella di un solo uomo.

RR: Qual è stata la loro reazione alla tua decisoine di filmarli per un documentraio? Jeff appare come una persona molto aperta, Kelly sembra un po’ più difficile…

SD: Ritengo che uno tra gli aspetti più difficili nel girare qualsiasi documentario sia l’accesso che il tuo soggetto ti concederà. Siamo stati fortunati: sia Jeff che Kelly sono due persone alla mano e si sono aperte progressivamente ad ogni incontro. Jeff si è lasciato coinvolgere subito perché lo conoscevamo già, Kelly si è mostrata interessata sin dalla prima telefonata ma si è aperta molto di più quando abbiamo avuto l’occasione di conoscerci meglio. Kelly ha senza dubbio una tristezza in lei, ma anche un lato molto leggero e gioviale. Terminava sempre le nostre telefonate con una battuta.

RR: Il film è autoprodotto: cosa è successo dall’inizio della lavorazione alla pubblicazione in DVD. Deve essersi trattato di un lungo percorso.

SD: È stato un lungo viaggio, però ho avuto con questo film un approccio diverso da quello che credo la gente abbia abitualmente. Ho iniziato a filmare in modo molto casuale ogni volta che mi trovavo in California e ho iniziato ad accumulare girato. Frequentavo ancora il corso di cinema alla New York University e per questo molta parte del mio tempo era dedicato ai miei cortometraggi. Quindi, una volta terminata la scuola, ho iniziato a lavorare a video musicali e qualche pubblicità, ma ho continuato a girare e montare qualche pezzo del film, quando mi era possibile. Poi ho coinvolto il mio amico Phil. Questo è stato di grande aiuto e le cose hanno iniziato a muoversi molto più rapidamente. Però, avevamo molti progetti nostri e lavoravamo a questo ogni volta che ci era possibile. La lavorazione ha finito con il durare qualcosa come sei anni, nel corso dei quali, però, mi sono dedicato a molte altre cose dedicandomi a questa ogni volta che potevo, così non mi è sembrato un tempo così lungo. È stato un modo interessante di girare un film, penso abbia avuto i suoi lati positivi così come le sfide correlate. Uno tra i benefici è stato quello di non essermi sentito troppo opprimente e che i costi non erano eccessivi e in più sono stati dilatati nel tempo. Anche che la storia è durata più a lungo e quindi ogni volta che ci si incontrava con loro, c’erano nuovi sviluppi.
La cosa difficile è stata che ci dimenticavamo cosa avevamo già girato e che le cose non erano così organizzate all’inizio.

RR: Sono curioso di sapere come ha reagito Tiffany – che nel film compare in alcune occasioni pubbliche.

SD: Ho saputo che non l’ha visto. Ho spedito una copia del film al suo agente, che ha espresso il suo apprezzamento e mi ha detto che era ben fatto.

RR: Su YouTube ci sono alcuni video che testimoniano la vita di Jeff dopo il film. hai intenzione di continuare a seguirlo anche in futuro?

SD: Certamente, se trovassi qualcosa di nuovo da girare, perché no? L’ho chiamato qualche settimana fa, quando mi trovavo nei paraggi ma mi ha risposto che il preavviso era stato troppo breve e che era troppo occupato per incontrarmi. Forse la prossima volta. Apparirà in un nuovo programma intitolato “Hot Package” su Adult Swim (rete televisiva via cavo che condivide il suo spazio con Cartoon Network trasmettendo serie animate e non e anime giapponesi. Ndr. Fonte: Wikipedia). Recentemente è apparso anche in un video musicale dei Teddy Bears per una canzone in cui appaiono anche Cee-lo e i B-52’s.

RR: Ho letto un paio di recensioni in cui vieni accusato di avere sfruttato, di avere approfittato, di Jeff e Kelly per via della loro fragilità. Non potrei essere meno d’accordo: ho trovato il tuo film molto rispettoso, sincero e anche empatico. Del resto sono accuse che sono state mosse anche ai Maysles quando hanno girato “Grey Gardens” e nemmeno lì si trattava di un’accusa a mio modo di vedere giustificata.
È stato difficile lavorare al montaggio cercando di equilibrare i momenti molto divertenti e intimi con quelli più tristi?

SD: Per noi era molto importante riportare le figure di Jeff e Kelly sotto la giusta luce. Volevo che il film desse allo spettatore la sensazione di frequentarli e di conoscerli perché potessero farsi le loro valutazioni e i loro pensieri. Ci sono state situazioni molto intense che abbiamo deciso di lasciare fuori perché non ci sembrava corretto includerle nel film. E, soprattutto, perché non erano rappresentative di come loro sono.
Ma siamo stati davvero molto attenti nel montaggio chiedendoci se Jeff e Kelly si sarebbero sentiti rappresentati fedelmente e mostrati in una luce corretta. Gran parte dei documentari trattano di persone vincenti, o di persone che sfidando le avversità creando qualcosa di sorprendente. Ogni qualvolta punti la camera su una persona che ha un problema mentale, che commette atti discutibili, per raccontarne la storia, la gente dirà immediatamente che la stai sfruttando. Ma credo che questo non sia giusto e che ti precluderesti la possibilità di raccontare molte storie. Ritengo che Jeff e Kelly siano persone affascinanti e che dalle loro storie si possano ricavare molti spunti di discussione e occasioni di apprendimento. È molto più difficile raccontare le loro storie perché non hanno un finale eroico. Però continuo a credere che siano storie importanti verso cui le persone dovrebbero dimostrare apertura.

RR: Per quanto tempo avete ripreso Jeff e Kelly? Sono curioso anche di conoscere la composizione della troupe.

SD: Li abbiamo filmati in modo non continuativo per circa 5 anni. Eravamo soprattutto io e Jordy (il produttore) a farlo all’inizio. In seguito Phil e il suo amico Charley sono venuti a Las Vegas e quindi eravamo in quattro. Charley si è occupato del suono, mentre Phil di gran parte di quelle scene. Ma molte volte ero solo io con la camera e il suo microfono integrato, quindi è stato sempre diverso.

RR: Alla fine del trailer di “I Think We’re Alone Now”, Jeff afferma che il film renderà le cose migliori per tutti. Qual è stata la sua reazione e quella di Kelly quando il film ha iniziato a essere mostrato in pubblico?

SD: A Jeff il film piace molto ma è molto arrabbiato per il fatto che è così breve. Dice: “Ogni volta che mi capita di vedere un film che duri meno di due ore mi sento fregato”.
Lui parla a lungo di qualsiasi cosa, ulteriore aspetto che ha reso molto difficile il montaggio. Ritiene che abbiamo tagliato troppo, soprattutto nella parte in cui parla della “società segreta”.
A Kelly è piaciuto molto e mi ha chiamato più volte per dirmi quanto fosse grata per esserne stata parte. Poi, in un secondo tempo, si è molto arrabbiata e ha detto che il film le stava rovinando l’immagine facendola apparire come una stalker. Le ho chiesto di quale parte non fosse soddisfatta ma non è stata in grado di isolare un momento, malgrado avesse visto il film più di 30 volte. Le ho spiegato che molta gente esce dalla proiezione molto toccata dalla sua storia e altra gente pensa che sia pazza, cosa vera, e che lei non può avere controllo su questo, esattamente come accade con le persone che incontra nella vita reale. Poi mi ha richiamato per farmi sapere quanto fosse orgogliosa di essere parte del film e che vorrebbe lavorare con me ancora in futuro.

RR: “I Think We’re Alone Now” è autoprodotto con Jordy Cohen e il tuo direttore della fotografia Phil Buccellato. Come ha avuto inizio la produzione?

SD: Abbiamo iniziato a filmare Jeff a casa sua, facendolo parlare della sua vita e chiedendogli facendoci mostrare le sue cose. Avevo molte domande da porgli e più risposte ottenevo, più domande mi venivano. Quindi ho voluto incontrare i suoi genitori e i suoi amici e quando mi sono ritrovato con ore e ore di girato ho pensato che avrei dovuto tentare di trasformarlo in un vero e proprio documentario.

RR: Che tipo di distribuzione ha avuto il film, tralasciando i festival?

SD: Abbiamo un distributore in Inghilterra, si chiama Kaleidoscope, e MVD per America e altri territori. Il film è stato trasmesso dalle reti televisive di alcuni Paesi e può essere guardato su Netflix, quindi un certo numero di persone lo ha visto a questo punto. Poi c’è il DVD, disponibile in alcuni negozi e nella gran parte dei negozi online.

RR: È difficile per un film indipendente come il tuo trovare una distribuzione negli Stati Uniti?

SD: Si, c’è voluto del tempo per trovarla e quando l’abbiamo trovata abbiamo ricavato pochi soldi. Ho discusso la possibilità di distribuire il film online in cambio di donazioni ma ho finito con il non farlo. Penso che possa veramente funzionare meglio per i piccoli film e nel futuro potrei farlo.

RR: Parliamo per un attimo di te: Cosa è successo tra i periodo alla NYU, dove ti sei diplomato in cinema e televisione, e “I Think We’re Alone Now”? E cosa è accaduto dopo il film?

SD: Ho iniziato a lavorare al film mentre ero alla NYU e ho l’ho terminato poco dopo essermi diplomato. Ma nel frattempo facevo video musicali e pubblicità e ho fondato una piccola compagnia dedicata all’animazione che si chiama “Awesome and Modest”. Ci siamo occupati dell’animazione per un nuovo documentario sugli U2, e quindi di quella per “Waiting for Superman”, “Resolved” e altro. Poi io e un mio amico abbiamo creato un episodio per una serie animata e lo abbiamo sottoposto alla Fox, che ci ha dato un po’ di soldi per realizzare altri tre corti. Ora vivo a Los Angeles e stiamo lavorando ad alcuni show, uno per la Fox e una per Comedy Central. Abbiamo anche alcune nuove idee che stiamo tentando d vendere. Mi piacerebbe realizzare un nuovo documentario, visto che ho imparato molto nel girare il primo, ma è molto difficile trovare un soggetto convincente e ottenere l’accesso che serve.

12 gennaio 2012

www.awesomeandmodest.com

Alcuni lavori di animazione: www.videolou.com

Leggi l’articolo su “I Think We’re Alone Now” in
Rapporto Confidenziale

Jeff Turner con il DVD del film

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