Assassin(s) > Mathieu Kassovitz

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ASSASSIN(S)
L’insostenibile “leggerezza” della violenza

recensione a cura di Fabrizio Fogliato

 

Assassin(s) è del 1997 ed è un film incompreso e sottovalutato forse anche per il fatto che, dopo L’odio (1995), ci si aspettava qualcosa di simile dal cineasta d’oltralpe. Ma Kassovitz è un battitore libero che con cinismo e autolesionismo vuole continuamente spiazzare il suo pubblico. Così rielabora un vecchio cortometraggio (Assassins… del 1992) e costruisce un apologo sulla “banalità del male”, sulla deriva mediatica della società e, ancora, sulla perdita d’identità, ma questa volta allarga il discorso, ricolmo di pessimismo, a tutte e tre le fasi vitali: infanzia, giovinezza e vecchiaia. Con Assassin(s) Kassovitz mette in relazione la vita “proletaria” delle banlieue con la vita “borghese” della città, creando due archetipi apparentemente distanti che trovano, nel crimine e nella violenza, l’unico punto d’incontro possibile. Egli utilizza un raffinatissimo linguaggio tecnico e sfodera una ricercatezza registica, fatta di Back Zoom Travelling, rallenti e Pan-Focus oltre ai soliti carrelli posteriori, a volte fine a se stessa ma sempre connaturata con la narrazione che asseconda alternando momenti intriganti (la scena della discoteca che continua in ospedale) a momenti di pausa auto-riflessivi (gli zoom e le panoramiche nelle stanze).

Assassin(s), attraverso le storie del vecchio Albert Wagner (Michel Serrault), del giovane Max Pujol (Mathieu Kassovitz) e del tredicenne Mehdi (Mehdi Benoufa), ribadisce la metafora dell’uomo/mondo che precipitando da un palazzo di cinquanta piani si ricorda continuamente “Jasqu’ici tout va bien” e sancisce la fine di un’epoca. La televisione e i media in genere sono ormai relegati ad essere muti testimoni e registratori della realtà e sono definitivamente usciti dal loro spazio comunicativo per investire all’interno della vita reale. Kassovitz sembra presagire con largo anticipo l’era dei reality-show e della cronaca raccontata dalle telecamere a circuito chiuso, urlata e strumentalizzata nei talk-show. Fa sua la logica di Jean Baudillard espressa ne Il crimine perfetto: «Tutti abbiamo inghiottito il nostro ricevitore, il che produce intensi effetti di disturbo dovuti all’eccessiva prossimità della vita e del suo doppio, dovuti al collasso del tempo e della distanza». L’elemento trainate e scatenante di questa situazione è il borghese (e qui Kassovitz si avvicina a Besson) incarnato in Assassin(s) dal diabolico Wagner, che è qualunquista, omofobo, moralista e razzista e che racchiude in sé tutta l’ipocrisia e la falsità del cittadino medio europeo. Un cittadino normale, con un mestiere consolidato e con la voglia di tramandarlo sorretto da una rigorosa etica professionale. Non importa se il mestiere è quello di assassino a pagamento, perché la logica della società tollera qualsiasi mezzo pur di raggiunger il fine: il diritto di ogni uomo a non essere dimenticato ed a perpetuare le tradizioni di famiglia.

Lo zapping ripreso nella sequenza della discoteca, che mixa immagini di Un chien andalou di Luis Buñuel con quelle di manga giapponesi, è il sintomo di una nevrosi patologica che ammorba una società dove le immagini vengono deprivate del loro significato in funzione di una logica commerciale e pubblicitaria interessata solo al consumo e non alla comprensione (di esse o di alcunché). A questo proposito si inserisce il discorso sulla Nike, messo in luce dal film attraverso la ri-proposizione integrale dello spot di Tarsem, all’interno del quale calciatori e demoni giocano a calcio in un Colosseo infernale, cioè quello di ascrivere alla multinazionale il marchio della corresponsabilità di una omologazione globalizzata che cinicamente fagocita l’immaginario di giovani e bambini (non a caso Max e Mehdi vestono sempre capi della Nike). A questa logica di vuoto siderale, dove esiste solo la pura tecnica performativa, si contrappone l’incaponimento di Wagner a tramandare qualcosa (che è comunque parte di una tradizione). Così come è un mezzo tradizionale il treno che solca più volte le inquadrature del film e che con un ritmo blando e cadenzate ci conduce verso il baratro infernale della coazione a ripetere messa in scena dal vecchio nei confronti del giovane, dal giovane nei confronti del bambino e dal bambino verso sé stesso: una demoniaca logica di morte. Che ci sia del diabolico in Wagner è chiaro sin dall’inizio, ma quando sotto il sottopassaggio gli vediamo spuntare la coda, ecco che in quel movimento quasi impercettibile abbiamo la consapevolezza della destinazione infernale del viaggio.

Un viaggio che porterà prima all’uccisione da parte di Wagner di Max, inadempiente nel proprio compito e poi lentamente verso la strage finale ripresa priva di sonoro dalla telecamera di sorveglianza. Qui Mehdi metterà a frutto le dinamiche da videogame di cui si nutre da sempre creando un cortocircuito tra la realtà virtuale, la noia, la voglia di protagonismo, e la realtà stessa, che ha il sapore amaro e l’odore stantio dell’autoaffermazione fuori tempo massimo. Game Over verrebbe da dire, ma poi ci si ricorda che due anni dopo alla Colombine High School di Denver la realtà ha superato la fantasia, e allora come fa Kassovitz prima dei titoli di coda, non ci rimane che spegnere la televisione. Assassin(s) forse a causa del suo stesso contenuto o forse per un’eccessiva superficialità da parte della critica venne frainteso e osteggiato, bollato come «Piattamente didascalico nelle sue prediche contro la Tv che abbruttisce, i videogiochi che incitano alla violenza, la gioventù senza valori…» (il Morandini) e porta lo stesso Mathieu Kassovitz ad periodo di pausa di tre anni in cui si dedica alla recitazione come attore (Il quinto elemento di Besson, Jakob il bugiardo di suo padre…) e in cui ripensare il suo cinema, che a partire dal nuovo millennio non sarà mai più quello di prima. •

Fabrizio Fogliato

 

vedi anche
CINEMA IN NUCE. IL CORTOMETRAGGIO SECONDO MATHIEU KASSOVITZ
di Gabriele Baldaccini
pubblicato in Rapporto Confidenziale 38 (marzo/aprile 2013)

 

 

Assassin(s)
Regia: Mathieu Kassovitz
Sceneggiatura: Nicolas Boukhrief, Mathieu Kassovitz
Fotografia: Pierre Aïm
Montaggio: Mathieu Kassovitz, Yannick Kergoat
Casting: Bruno Levy
Production Design: Philippe Chiffre
Costumi: Virginie Montel
Musiche: Carter Burwell
Produttore: Christophe Rossignon
Interpreti: Michel Serrault, Mathieu Kassovitz, Mehdi Benoufa, Robert Gendreu, Danièle Lebrun, François Levantal, Karim Belkhadra, Roland Marchisio, Félicité Wouassi, Nicolas Boukhrief, Donat Vidal-Revel, Philippe Neunreuther, Christophe Rossignon, Pascal Ondicolberry, Agnès Akopian
Produzione: Canal+, Kasso Inc. Productions, La Sept Cinéma, Lazennec Films, TF1 Films Production, Zweites Deutsches Fernsehen (ZDF)
Suono: Dolby Digital
Rapporto: 1.85:1
Paese: Francia
Anno: 1997
Durata: 128′

 

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