Flores raras (Reaching for the Moon) > Bruno Barreto

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FLORES RARAS (Reaching for the Moon)
di Bruno Barreto (Brasile/2013)
Berlinale 63 – Panorama special

recensione a cura di Cristina Beretta
pubblicata all’interno dello speciale BERLINALE 63 in Rapporto Confidenziale 38

 

Film del brasiliano Bruno Barreto, concluso appena una settimana prima dell’anteprima nella sezione Panorama, Flores raras (Reaching for the Moon) racconta una storia vera ed è ispirato al libro (quasi) omonimo Flores Raras e Banalissimas di Carmen Lucia de Oliveira. È ambientato in Brasile, negli anni Cinquanta/Sessanta del secolo scorso, ed è il ritratto di tre donne realizzate e innamorate; è la storia di un triangolo amoroso e del suo difficile equilibrio.

New York, Central Park 1951. La poetessa Elizabeth Bishop (Miranda Otto) siede su una panchina con l’amico e mentore Robert Lowell; è alla ricerca di ispirazione per il suo lavoro e l’amico la convince a partire: cambiare aria non potrà farle che bene. Si reca così a Rio de Janeiro per far visita a Mary Morse (Tracy Middendorff), un’amica del college, che ora vive in una splendida villa progettata dalla compagna, l’architetto Lota de Macedo Soares (Gloria Pires).
Elisabeth non ha intenzione di rimanere a lungo, nonostante Mary faccia di tutto per appianare le divergenze tra la compagna e l’amica: Elisabeth è urtata dai modi troppo diretti dell’anfitriona brasiliana, quanto questa è irritata dai modi sofisticati e freddi della poetessa. Ma, dopo questo primo momento di avversione, Lota ed Elisabeth cedono all’attrazione reciproca e si innamorano.
Mary, ancora innamorata, non riesce a lasciare Lota, che – machissima – è determinata a vivere con entrambe; a Mary compra il figlio che tanto desiderava e alla Bishop fa costruire nella proprietà uno studio/appartamento.
Il menage à trois si rivela difficile: Mary è rosa dalla gelosia e dai rimorsi di aver perso tutto per stare accanto a Lota, ma cresce la piccola con amore; Elisabeth si rifugia sempre più nell’alcool, ma in quel periodo vive una fase artistica molto produttiva che da lì a poco verrà coronata con il Pulitzer per la poesia; Lota invece si immerge nei lavori per la costruzione del Flamingo Park di Rio.
Qualche tempo dopo, la Bishop decide di tornare per un anno a New York per lavorare alla NY University. Lota, che ha preso male questa decisione di Elisabeth, si consuma nel lavoro (supportata da Mary, che le sta sempre accanto) e ha una crisi di nervi.
Sarà a New York, qualche tempo più tardi, che si consumerà la tragedia – che era già stata annunciata nella prima parte del film in un dialogo tra Mary e Lota.
Il film si conclude sulla panchina di Central Park, dove il film era iniziato, con la poesia One Art della Bishop.

 

 

Bella la perfetta intesa tra Gloria Pires nei panni di una donna forte e ispirata, una forza della natura, che vuole tutto (I want everything I can get) e Miranda Otto, nel ruolo di una poetessa di successo, timida, che fa fatica ad aprirsi al mondo, che si rifugia nell’alcool, ma che è forte e coraggiosamente continua a spingere più in là i propri limiti.

Il film dipinge con sensibilità i sentimenti e i ruoli delle tre donne, anche quando cambiano in modo repentino e inaspettato. Piace la naturalezza con cui viene vissuta l’omosessualità e il fatto che il film non contenga giudizi moralistici sul nucleo familiare piuttosto eccentrico o sul conservatorismo di Lota (che supporta il colpo di stato del 1964 che instaurò in Brasile un regime dittatoriale).

Un film brasiliano, ma che potrebbe benissimo essere hollywoodiano: a parte un paio di battute in portoghese, tutti parlano un inglese americano impeccabile (d’accordo: Lota ha una leggera inflessione). È un film biografico patinato che non porta nessuna bandiera: non quella di film politico o storico, e nemmeno quella arcobaleno. Letterario lo è, ma solo perché si basa sulla vita di una poetessa e perché è punteggiato di citazioni delle sue poesie, non contiene riflessioni sull’arte di scrivere. Se proprio dovesse portare una bandiera, gli metteremmo quella americana. •

Cristina Beretta

 

 

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