Sì, è vero… il cinema è in debito con la Resistenza (Carlo Lizzani)

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Sì, è vero… il cinema è in debito con la Resistenza
di Carlo Lizzani

Sembrerà strano, ma la nostra cinematografia è ancora in debito verso la Resistenza italiana. Sì, quella cinematografia che pure ha dato dei film come Roma città aperta, Il sole sorge ancora, Paisà deve pagare alla Resistenza italiana un debito più profondo, se è vero che essa in tanto esiste, in tanto può continuare a dare opere degne al nostro paese, in quanto la Resistenza e il conseguente processo di democratizzazione (anche se ancora parziale, superficiale) della nostra società, le hanno permesso di manifestarsi, l’hanno ispirata e condizionata. Anche quando i temi prescelti erano altri, quando erano le cronache vive del nostro tempo a muovere i registi, o i problemi delle masse lavoratrici, la tragedia della disoccupazione, la rivolta o la tenacia dei diseredati, sempre tuttavia era presente, negli autori, la coscienza che soltanto la nuova libertà conquistata, e il mantenimento di questa libertà, garantivano le nuove possibilità di espressione, le fonti d’ispirazione più originali.
Bisogna dire dunque che il contributo del cinema italiano al tema “specifico” della Resistenza non è stato poi in fondo quello che nel ’45 avremmo potuto aspettarci.
Sarebbe sufficiente che io raccontassi le difficoltà, ricordassi gli episodi di diffidenza e addirittura di sospetto, che hanno costellato la breve storia di Achtung! Banditi! per dare l’esatta misura dell’ostilità, o per lo meno dell’indifferenza, che sembrano animar oggi gli ambienti della cinematografia ufficiale nei confronti della Resistenza.
Colpa nostra, prima di tutto, colpa dei cinematografari non ufficiali, non ministeriali, colpa di tutti i migliori, che non hanno saputo equilibrare il loro giusto e sacrosanto slancio verso i temi più brucianti dell’attualità con una sempre più meditata rielaborazione del problema specifico – come dicevo –, con un approfondimento ed una storicizzazione dell’esperienza fondamentale del popolo italiano.
Certo, paiono oggi assurde le affermazioni di tutti quei censori più o meno autorizzati, di tutti quegli amministratori ufficiali del Credito cinematografico, di tutti quei catoni da strapazzo che hanno, nella migliore delle ipotesi, la funzione di portare jella, i quali andavano dicendo, nei mesi scorsi, durante la lavorazione del film, e prima della sua uscita al pubblico, essere Achtung! Banditi! film non gradito al pubblico italiano, film di insuccesso, modello ed esempio, addirittura, di fallimento commerciale!
Certo erano, queste, calunnie insidiose e gravi per tutta la Resistenza, peraltro oggi clamorosamente smentite dagli incassi di prim’ordine del film. Né si può dire che il rifiuto delle armi sia stato episodio che la Resistenza possa dimenticar facilmente. Però è necessario dirci che una grande parte di responsabilità ce l’abbiamo proprio noi, ce l’ha il cinema italiano migliore, ce l’ha tutta la cultura italiana.
Il popolo non ha dimenticato la Resistenza. Ce lo deve ricordare fra l’altro questo successo commerciale di Achtung! Banditi! che lascia stupefatti i “tecnici” del mercato cinematografico, e anche, perché non dirlo?, molti partigiani “intellettuali”, molti antifascisti affetti da complesso d’inferiorità.
Soltanto, bisogna decidersi ad uscire dal guscio in cui ci siamo ritirati, a rompere con la paura della retorica, a finirla di considerare la Resistenza un pretesto politico, restio a farsi arte e cultura.
Ce lo ricordano, questo, due episodi delle ultime settimane. Un episodio positivo: l’uscita del libro Lettere di condannati a morte che si profila già come uno degli avvenimenti letterari, come uno dei fatti culturali più importanti di questi anni, ed un episodio negativo: la tentata programmazione, sui nostri schermi, di un film sul generale nazista Rommel.
Con il film su Rommel non è nemmeno più la parte avanzata della Resistenza, l’ala più democratica del movimento di liberazione ad esser calunniata e colpita. Con il film su Rommel non si perpetua il consueto attacco contro il partigiano operaio, il garibaldino, cosa divenuta oramai abituale nel nostro paese, ma si mette in discussione il senso stesso della guerra passata, si osa, per la prima volta sugli schermi, e questo è grave, l’attacco frontale contro tutta una politica che ha visto unito, contro la barbarie nazista, il mondo democratico e socialista, che ha affratellato il partigiano italiano, il soldato del corpo di liberazione, il popolo americano e quello sovietico.
È chiaro che tutti gli antifascisti italiani, che tutto il popolo italiano impediranno alla casa americana che distribuisce il film di mettere in circolazione una simile ignominia. Ma se c’è una lezione che noi dobbiamo trarre da quest’ultimo episodio vergognoso, è questa. Ricaviamo nuova forza e nuovo slancio, proprio da quelle Lettere di condannati a morte, che non riusciamo a leggere fino in fondo perché le lagrime chiudono la gola, traiamo nuovo conforto, da quel libro, per proseguire nello sforzo di inserimento della Resistenza nella cultura italiana. Non accontentiamoci di nuove proteste “contro” gli attacchi degli altri. Facciamo nuove opere. •
Carlo Lizzani

[Pubblicato sul n. 1 di «Patria indipendente» del 2 marzo 1952]

 

 

 

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