Perché i morti siano placati (Sandro Pertini)

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Perché i morti siano placati
di Sandro Pertini

XXV aprile 1945, solo otto anni sono trascorsi e già sembra appartenere alla leggenda. E se non fosse per i partigiani e per i patrioti quella lotta nostra sarebbe già stata dimenticata.
Perché mai questo, ci chiediamo accorati non per noi, ma per i nostri morti, la cui memoria custodiamo gelosamente nei nostri cuori, perché mai questo?
Perché nella classe dominante vi è oggi chi sente acuta la nostalgia del passato e non può perdonare ai partigiani e ai patrioti di aver voluto quel passato seppellire.
Altri, pur ripugnando al fosco periodo fascista, non può sopportare che il Secondo Risorgimento sia stata opera delle forze popolari, le cui gesta vorrebbe fossero dimenticate, perché il ricordarle suona severo rimprovero alla sua cattiva coscienza di attendista.
Si vuole che si dimentichi, perché se quella lotta si rammenta, non potranno non esser messi in luce i suoi protagonisti e quindi come si potrà continuare ad indicare questi figli della classe lavoratrice quali “nemici della Patria”, se della Patria essi furono i più strenui difensori?
Si vuole che si dimentichi, soprattutto perché non siano proclamate come ragione di nuova lotta le istanze non ancora soddisfatte che animarono la Resistenza e ne costituirono il lievito rivoluzionario. Eppure queste istanze furono consacrate nella Carta Costituzionale, voluta dai costituenti quando la situazione, sorta dalla guerra di liberazione, era incandescente e si temeva di urtare la volontà popolare. Oggi invece, quelle istanze e la Carta Costituzionale stessa sono rinnegate e si spera in una maggioranza parlamentare, sia pure in modo illecito carpita, per poterne far scempio.
Così si spiega come siano state aperte le porte delle galere ai criminale fascisti, il cui posto è stato fatto prendere a partigiani; così si spiega come dalla fogna fascista siano stati con tanta premura ripescati e riportati a galla logori gerarchi del regime, i quali forse andranno a sedere in Parlamento di fronte agli uomini della Resistenza, insozzando in tal modo con la loro presenza l’assemblea repubblicana.
Così si spiega l’ostilità che il governo ed i suoi prefetti hanno sempre manifestata per la Resistenza per cui oggi negli ambienti ufficiali l’essere stato partigiano è considerato una colpa.
Ebbene, noi intendiamo tenere acceso il ricordo di quella nostra lotta non per fare della vana e vuota retorica patriottarda, bensì perché vogliamo che lo spirito della Resistenza informi questa giovane Repubblica, che delle forze della Resistenza è pur sempre una conquista.
Ricordiamo, perché tutte le istanze per cui ci battemmo e per cui caddero tanti nostri fratelli siano finalmente soddisfatte. Nessuno dimentichi che non solo per cacciare i nazisti e seppellire il fascismo lottammo allora, ma anche e soprattutto perché la giustizia sociale divenisse una realtà e costituisse la base della libertà, altrimenti la democrazia continuerà ad essere una lustra, una cosa vuota e fragile.
Ci battemmo, anche e soprattutto perché il lavoro cessasse d’esser considerato il castigo dell’antica maledizione, ma divenisse sorgente di benessere e di gioia per chi lo compie, di progresso e di forza per la Nazione.
Ci battemmo, perché la pace proteggesse per sempre con la sua alla la vita e la fatica di ogni uomo ed una feconda solidarietà si realizzasse fra tutti i popoli della terra e gli italiani pur distinti nelle diverse ideologie e nei loro contrasti politici – necessari per aversi una vera democrazia – si sentissero tuttavia uniti nel nobile ed alto proposito di rinnovare politicamente e socialmente la Patria, dopo la nefasta parentesi fascista.
Perché tutto questo si avveri, noi oggi ricordiamo i nostri morti, tutti i morti senza distinzione di parte che far monopolio o speculazione elettoralistica di quel sacrificio sarebbe profanarlo.
Li ricordiamo, i nostri morti, per liberarci da ogni meschina passione, da ogni basso rancore, che trasforma l’uomo in lupo, e per sentirci quindi migliori; perché ci guidino solo la nostra fede, l’amore per il nostro popolo, la volontà di continuare la lotta iniziata trent’anni fa e non terminata il 25 aprile 1945. Questa data costituisce solo una tappa gloriosa della nostra lotta.
A sospingersi avanti sono i nostri morti non ancora placati. E non saranno placati finché nella loro Patria, per il cui bene caddero, vi sarà un bimbo morente di fame, una madre senza tetto e senza pane, un vecchio abbandonato alla miseria, dopo anni di onesto lavoro, un uomo sfruttato da un altro uomo; finché l’incubo della guerra sovrasterà sull’umanità.
Perché, dunque, placati alfine riposino i nostri morti, noi continuiamo con la fede e la fermezza di allora la lotta sino al raggiungimento della meta immancabile: l’Italia del popolo lavoratore. •

Sandro Pertini

 

[da «Lavoro Nuovo», 25 aprile 1953 – articolo tratto dal sito della Fondazione Sandro Pertini]

 

 

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