Il Divo > Paolo Sorrentino

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Alla fine è morto anche Giulio Andreotti e la cosa ci ricorda che tutto ha un inizio ed una fine… nel caso in questione incominciavamo ad avere dubbi, perché il Nosferatu della politica italiana pareva davvero eterno… immortale forse perché mai vissuto, un’ombra della sua stessa ombra. Egli era l’ombra dell’Italia stessa. «Giulio Andreotti è la cattiva coscienza di ogni italiano, per questo non lo si può estirpare: è tutto ciò che ha», ha scritto Aldo Busi a pagina 131 del suo Sodomie in corpo 11 (Mondadori, 1988). Ora che non c’è più ci accorgiamo di quanto la realtà politica e sociale si sia immiserita… senza rimpianti ricordiamo il film che lo ha reso immortale, se davvero ve ne fosse bisogno, con un testo di Matteo Contin pubblicato tre anni fa sul numero 26 del nostro periodico. Ancora una volta un occasione per il lettore di (ri)scoprire il nostro archivio che continua a stupire per primi noi stessi per vastità e ricchezza (le ingenuità, quelle, sono un contrappasso che solo la smemoratezza illude di aver scampato). [AG]

 

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DI UN ALTRO LONTANISSIMO PIANETA
“Il divo”: tra avvicinamento e distanza incolmabile

di Matteo Contin
da Rapporto Confidenziale 26 – giugno/luglio 2010

La scelta di un punto di vista è fondamentale per raccontare una storia. Il narratore, sia interno che esterno al racconto, ci aiuta ad entrare nella storia e tramite la sua voce ci traghetta nel complesso delinearsi delle psicologie dei personaggi.
Il punto di vista però non è solamente un occhio che documenta, ma anche un occhio che condiziona la nostra visione della storia mettendo in luce alcuni aspetti delle vicende e tralasciandone altri.
Per ogni tipo di narratore, quella del punto di vista è la scelta più complessa, meditata, soprattutto se la storia che ci si appresta a raccontare si confonde spesso con la Storia, trascinando dietro di sé non solo gli impegni di entertainment stipulati con il pubblico, ma anche una serie di obblighi storici che non devono e non possono essere sottovalutati nell’ottica di un’arte che aspira a raccontare il mondo e i suoi cambiamenti.
Quando il regista Paolo Sorrentino si mise al lavoro sulla sceneggiatura de “Il divo”, deve essersi chiesto proprio questo. Come riuscire a raccontare la poliedrica e sfaccettata vita di Giulio Andreotti, coniugando il rispetto per la Storia e la visione del regista del personaggio?
Sorrentino riversa nel suo film un pozzo senza fondo di articoli, interviste, atti giudiziari, leggende, testimonianze, dicerie, rivestendo la pellicola della stessa ambigua personalità del personaggio che cerca di raccontare. Pur se sostenuto da una sicurezza narrativa e da una consapevolezza autoriale che in tanti dovrebbero invidiare, “Il divo” ha al suo interno una serie di piccoli corti circuiti che, durante la visione, fanno crescere nello spettatore la sensazione di un’impossibilità nell’avvicinarsi al personaggio e al suo modo di pensare e agire.

IO SO CHI SEI
"Io so chi sei" è la frase pronunciata dalla moglie di Andreotti dopo che lui le ha annunciato di aver ricevuto un avviso di garanzia per associazione mafiosa. Io so chi sei, le risponde, ma la certezza delle sue parole non corrisponde alla realtà. Anche lei sa che suo marito è un uomo impenetrabile, dai pensieri così lontani da quelli umani da non essere nemmeno comprensibili.
Quella stessa frase avrebbero potuto pronunciarla lo stesso Sorrentino e Toni Servillo, l’attore che nel film interpreta il Senatore. Insieme costruiscono un personaggio psicologicamente ben delineato, esteticamente stilizzato, rielaborando l’iconografia andreottiana e facendola così entrare a pieno titolo nelle grandi maschere del nostro cinema. Afflitto dal mal di testa, pieno di tic e piccole manie, calato nella sua imperturbabile divisa, l’Andreotti di Sorrentino è un personaggio perennemente in bilico tra il divino e l’umano, dove il divino è rappresentato dal potere quasi atavico del Senatore, mentre l’umanità scaturisce dal suo corpo ridicolo, grottesco, deforme. Ancora un volta per Sorrentino, il potere è dei brutti, proprio come accade nel precedente “L’amico di famiglia”.
In questo fragile equilibrio tra sintesi e umanizzazione del personaggio, Sorrentino rimbalza continuamente tra la rappresentazione dell’uomo e del simbolo, facendo quindi diventare il film, sì una biografia di Giulio Andreotti, ma anche un’approfondita analisi sul potere politico e sul male, tesi offerta al pubblico senza metafore grazie ad uno splendido monologo/confessione che vede lo stesso Andreotti spiegarci le logiche della sua potenza.

DI UN ALTRO LONTANISSIMO PIANETA
Quello del monologo/confessione è l’unico momento della pellicola in cui il pubblico si avvicina ad Andreotti. Pur essendo un feroce atto di (auto)accusa, il pubblico empatizza con lui, partecipa alla sua frenesia di raccontare ciò che lui è diventato per colpa del potere. Il mostro Andreotti, sedato dalla diplomazia e dal senso dell’umorismo per tutta la pellicola, esplode in quel momento, in una dolorosa presa di coscienza di quello in cui si è trasformato, arrivando verso un finale in cui il mostro Andreotti si trova fagocitato dalle logiche del potere che lo privano della moralità, dell’etica, in fondo anche della sua umanità. Per questo tutto il lavoro di fatto da Sorrentino in sede di scrittura e da Servillo sul set, sembra quasi sgretolarsi sotto la personalità ambigua e fastidiosa del vero Andreotti che riemerge con forza dall’interpretazione iconica che ne hanno fatto attore e regista.
Sono piccoli momenti che affiorano durante la pellicola, momenti che infastidiscono lo spettatore, che lo fanno sentire a disagio una volta al cospetto del Divo Giulio.
In almeno due occasioni, Andreotti getta il suo sguardo placido e penetrante verso la macchina da presa: Andreotti ci guarda, ci scruta, ci capisce. Non riusciamo però a ricambiare quello sguardo fugace, non riusciamo a comprenderlo così come, dal nostro punto di vista, non riusciamo a comprendere le logiche del potere, la natura del male.
Sono però due i momenti in cui questa impossibilità di immedesimazione ed empatia è sottolineata in modo più marcato dalla precisa regia di Sorrentino. Andreotti è nell’auto che lo sta portando in tribunale e la macchina da presa è praticamente appoggiata sulla sua spalla. Mentre nella cornice dell’abitacolo scorre un colonnato, alcuni fotografi e le forze dell’ordine, il nostro sguardo si focalizza sulla lente degli occhiali di Andreotti. Per la prima volta vediamo il mondo dal suo punto di vista: ai nostri occhi è un mondo deforme e deformato, incompatibile con la nostra visione delle cose, infinitamente lontano dalle nostre logiche.
L’altra sequenza che ci aiuta a capire questo aspetto, avviene qualche istante prima del termine della pellicola. La camera segue Andreotti entrare nell’aula del tribunale, ma ad un certo punto in modo completamente inaspettato, la sequenza si trasforma in una lunga soggettiva in cui finalmente lo spettatore ha la sensazione di essere diventato Giulio Andreotti, di averlo compreso, forse addirittura di averlo perdonato. I carabinieri ci guardano negli occhi e noi, coi nostri di occhi, possiamo vedere ogni singola sedia vuota, ogni singola sedia piena, ogni avvocato, ogni testimone, ogni flash che ci acceca per qualche millesimo di secondo. Nel momento in cui abbiamo la certezza di aver compreso ogni cosa, ecco sbucare alla nostra destra l’inconfondibile sagoma di Andreotti che rivela una volta per tutte il trucco. La soggettiva era solo la nostra illusione di aver capito, alla fine della pellicola, qualcosa in più di quell’uomo così sfuggevole, ambiguo, misterioso e affascinante che è Giulio Andreotti.

Matteo Contin

 

 

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