El orfanato > Juan Antonio Bayona

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elorfanto

articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale – numeronove, novembre 2008 (pag.12).

download. ALTA QUALITA’ 7.0mb | BASSA QUALITA’ 3.0mb

The orphanage. (El orfanato) Regia: Juan Antonio Bayona; Cast: Belèn Rueda, Fernando Cayo, Geraldine Chaplin, Montserrat Carulla, Mabel Rivera; Paese: Messico, Spagna; Anno: 2008; Durata: 105′

TRAMA. Laura dopo tanti anni ritorna nell’orfanotrofio dov’è cresciuta per ristrutturarlo e trasformarlo in una casa famiglia. Suo figlio Simon passa il tempo con degli amici immaginari, ma suo padre non si preoccupa perché crede che con l’arrivo degli altri bambini comincerà a giocare con loro. Il giorno dell’inaugurazione dell’orfanotrofio, dopo una lite con sua madre, Simon scompare e si perdono completamente le sue tracce. Laura, disperata, si farà trascinare nel mondo immaginario del figlio per poterlo ritrovare.

ANALISI PERSONALE. The orphanage pubblicizzato come un horror, in realtà di orrorifico non ha quasi nulla, se non qualche atmosfera gotica e la presenza di alcuni “fantasmi” che arrivano a sconquassare la pace e la tranquillità familiare della protagonista. In realtà siamo di fronte ad una sorta di melodramma con punte fantastiche che di quando in quando viene inframmezzato da momenti di tensione e suspance, peraltro ottimamente costruiti. Rifacendosi vistosamente ad altri film spagnoli dello stesso filone, primo su tutti La spina del diavolo di Guillermo del Toro qui in veste di produttore (oltre che di amico di vecchia data del regista), ma anche The others di Amenabar (pur non raggiungendo le altissime vette di quella grande pellicola), The orphanage si concentra sulla narrazione della commistione di due mondi, quello reale e quello fantastico, quello dei vivi e quello dei morti, o fantasmi per essere più precisi. E se dal primo film prende in “prestito” l’ambientazione e in qualche modo la trama (i bambini fantasmi che tornano a reclamare vendetta), dal secondo attinge per quanto riguarda atmosfera e stile, raccontando anche della disperazione di una madre per i propri figli. Insomma, l’originalità non è il piatto forte di questa pellicola che non ci dice nulla di nuovo e soprattutto non ci offre nessuno spunto di riflessione in più rispetto alle pellicole a cui si ispira. Una sorta di omaggio, se così vogliamo chiamarlo, un po’ sterile che si accontenta di citare e riproporre gli stessi temi, gli stessi spunti già proposti dai due registi in passato. E se ci aggiungiamo una sorta di morale che si rifà alla favola di Peter Pan (la protagonista sarebbe una Wendy cresciuta che torna a “liberare” i suoi vecchi amici d’infanzia) che ci porta verso un finale un po’ troppo stucchevole e melò, allora non possiamo dirci del tutto soddisfatti. Ma nonostante queste sbavature, il film riesce comunque a farsi apprezzare per quanto riguarda la messa in scena con un’ambientazione davvero molto interessante, anche se pur’essa già vista. La grande abitazione, che prima era un orfanotrofio e ora sta diventando una casa famiglia, offre al regista la possibilità di “giocare” abilmente con la macchina da presa che si muove tra i corridoi, le scale, le stanze buie creando quel giusto mix di tensione e di angoscia che coinvolge positivamente lo spettatore che si reca a guardare un film di questo genere con determinate aspettative. Se ci aggiungiamo una fotografia davvero molto interessante e un ottimo utilizzo della colonna sonora, con una perfetta gestione dei suoni e dei rumori che sconquassano la donna che si muove da sola tra gli ampi spazi della sua abitazione, allora possiamo asserire che pur non trattandosi di un grandissimo film, ci troviamo comunque di fronte ad un prodotto alquanto godibile. Gli scricchiolii di una porta che si chiude da sola o di una giostra che di notte comincia a girare senza che nessuno la tocchi o di una scala che viene calpestata da presenze invisibili, riescono davvero a trascinare lo spettatore nel delirio e nelle paure della protagonista, paure che scompaiono al cospetto del suo obiettivo primario: ritrovare il suo amatissimo bambino. Particolarmente interessanti, soprattutto visivamente parlando, alcune sequenze come quella dell’arrivo di una medium (la bravissima Geraldine Chaplin) che entra in contatto con i fantasmi dei bambini o quella in cui Laura viene “attaccata” da un bambino che indossa un’inquietante cappuccio. Ma è una la scena che rimane davvero impressa e che contribuisce da sola a sollevare la qualità complessiva della pellicola: trattasi di uno straordinario piano-sequenza nel quale la protagonista gioca a “un, due, tre tocca la parete” con i suoi vecchi amici d’infanzia. La mdp si muove dapprima lentamente e poi sempre più affannosamente da destra a sinistra, mostrandoci prima Laura, poi la stanza alle sue spalle che comincia man mano a popolarsi di bambini che si avvicinano sempre più a lei. Una scena che si fa apprezzare non solo per la qualità tecnica con la quale è girata, ma soprattutto per le emozioni e le sensazioni che riesce a trasmettere. A conti fatti, insomma, The orphanage è come quei compiti in classe ottimamente svolti (in questo caso ottima la regia che si fa apprezzare dall’inizio alla fine senza nessuna particolare sbavatura) che però non entusiasmano eccessivamente perché magari non proprio interamente farina del sacco di chi li ha svolti. (Alessandra Cavisi)

articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale – numeronove, novembre 2008 (pag.12).

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