La grande bellezza > Paolo Sorrentino

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Sulla presunta bruttezza de La grande bellezza.
 

«Abbiate pure cento belle qualità, la gente vi guarderà sempre dal lato più brutto».
Molière, Le Misanthrope ou l’Atrabilaire amoureux

 

Cito immediatamente anche Fedro: «Nondum matura est, nolo acerbam sumere». Ho letto diverse cose in questi giorni sull’ultimo film di Sorrentino e quasi tutte esprimono pareri negativi. Parafrasando la frase dello scrittore romano citata poco più su: questo paese è un paese di invidiosi. Sì, perché a Sorrentino è riuscita una cosa che in Italia, oggi, sembra essere pura utopia: avere un buon successo ai botteghini con un film di grande valore. E quando le utopie si realizzano, il terrore del cambiamento è ciò che spaventa tutti, nessuno escluso. Ma non mi preoccuperei più di tanto, successe anche a La dolce vita (unico paragone che mi sento di fare con il film di Fellini). In Italia siamo sempre buoni a lamentarci, a vedere ogni cosa con gli occhi di chi ha perso ogni speranza, ma quello che più ci atterrisce è la prospettiva di un cambiamento. E attenzione: non sto parlando di un totale cambiamento, non, cioè, di un falconeriano «se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», bensì di un cambiamento lento e progressivo, un cambiamento reale e ottimista, un cambiamento che costringa a credere nel domani e a impegnarci attivamente nelle cose che affrontiamo ogni giorno. Per farlo abbiamo bisogno di ideali in cui credere; l’ideale puro e ormai smarrito è “La grande bellezza” di cui parla Sorrentino. Ed è proprio quell’ideale che, insieme al cambiamento, terrorizza tutti i detrattori di questo film.
Ripropongo le parole pronunciate da Jep Gambardella, il personaggio interpretato da Servillo: «È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato: è l’uomo miserabile». E non, come da molti trascritto in maniera errata, con una congiunzione: «e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile». No, tutto ciò che precede quei due punti è l’uomo miserabile. “Sotto il chiacchiericcio” e lo sfuriare di una vita vuota è là che si trova l’estasi impossibile di un’eterna bellezza.
È tutta qui, insomma, “La grande bellezza”; è tutta nell’impossibile speranza di un paese migliore, dove le cose che valgono ottengono quello che meritano. Dove le cose belle sono al primo posto nell’indice di gradimento. Questo Sorrentino è un fantasma, uno di quelli che spaventa a morte, è una di quelle presenze che spuntano all’improvviso e ti manifestano la realtà così com’è, e cioè filtrata, perché la realtà è sempre filtrata. Una realtà-romanzo, mi verrebbe da dire, riflettendo su un’osservazione che Christian Metz sviluppa nel suo Cinema e psicanalisi: «Il lettore del romanzo, seguendo i percorsi specifici e singolari del suo desiderio, aveva già provveduto a rivestire visivamente le parole che aveva letto, e quando vede il film vorrebbe ritrovare quelle sue immagini: di fatto vorrebbe rivederle, per quell’implacabile coazione a ripetere che abita il desiderio, che spinge il bambino a usare sempre lo stesso giocattolo, l’adolescente a ascoltare senza sosta lo stesso disco, prima di abbandonarlo per il successivo che riempirà a sua volta un certo numero di giornate». La realtà è il romanzo che leggiamo con i nostri occhi e che vorremmo fosse interpretato sempre e continuamente attraverso la concretizzazione delle nostre percezioni, è quel giocattolo del quale ci disfacciamo molto difficilmente. Non abbiamo ancora capito che il film, invece, è un sogno che deriva da un’espressione altra dalla nostra, un’espressione fuori dalla realtà che dipende dal volere inconscio di una persona diversa da noi spettatori: il regista. Ma il film è anche un oggetto complesso e stratificato, una “cipolla di vetro” per guardare all’interno della quale, delle volte, sono necessari coinvolgimenti emotivi che travalicano le possibilità di molti. Sono quindi quei pochi che riusciranno a comprenderne l’essenza e a liberarne il vero significato dentro di loro che ci scarcereranno dalla realtà che non vogliamo vivere e alla quale non vogliamo più credere. Prima che al cinema, “La grande bellezza” andrebbe cercata dentro di noi. E non è detto che riusciremo a trovarla.

Gabriele Baldaccini
 
 

Leggi anche:

La grande bellezza / Michele Salvezza
La Grande Freddezza, la grande bellezza / Edoardo Dezani

La grande bellezza
(Italia-Francia/2013)
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino, Umberto Contarello
Musiche: Lele Marchitelli
Fotografia: Luca Bigazzi
Montaggio: Cristiano Travaglioli
Scenografie: Stefania Cella
Costumi: Daniela Ciancio
Interpreti principali: Toni Servillo (Jep Gambardella), Carlo Verdone (Romano), Sabrina Ferilli (Ramona), Carlo Buccirosso (Lello Cava), Iaia Forte (Trumeau), Pamela Villoresi (Viola), Galatea Ranzi (Stefania)
142′

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