Nikolai W. Kobelkoff – Il tronco umano

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Nikolai_Kobelkoff

da Rapporto Confidenziale 4 – aprile 2008

 

«Io non sono un animale!
Sono un essere umano! Sono… un… uomo»

Nikolai W. Kobelkoff

 

Nikolai Wassiljewittsch Kobelkoff nacque a Wossnesensk in Siberia il 22 Luglio 1851, quattordicesimo figlio di due genitori apparentemente normoconformati e con fratelli e sorelle ugualmente apparentemente normoconformati. Inizialmente la sua difformità creò non pochi problemi ai due genitori, che tendevano a tenere il piccolo Nikolai il più possibile lontano da sguardi indiscreti. Gli abitanti del villaggio erano, all’epoca, estremamente turbati dal suo passaggio in braccio alla madre, come se il piccolo torso umano potesse essere la materializzazione di un qualche presagio funesto e le reazioni più comuni nella puritana comunità russa erano farsi il segno della croce oppure, attanagliati da un vago senso di inquietudine, volgere rapidamente lo sguardo altrove. Nonostante i terribili pregiudizi che lo attorniavano, Kobelkoff ricevette un’educazione straordinaria e all’avanguardia, imparando addirittura a scrivere grazie ad un complicato utilizzo del mento e del moncherino destro per impugnare il pennino. Successivamente Kobelkoff scoprì la pittura, che divenne la sua divorante passione per tutta la vita. Quadri, i suoi, in cui è dolce sorprendersi nei variopinti mondi immaginati dalla sua fervida fantasia. Opere in grado di sconfiggere il tempo, permettendoci di ritrovare la capacità di emozionarsi propria dell’infanzia, rimanendo stupiti sia per la tecnica di esecuzione che per il risultato, intriso di atmosfere silenziose e rarefatte, incantate, quasi… magiche. Una pittura che sembra avere scoperto il modo immaginoso di rappresentare la realtà oppure il modo realistico di rappresentare l’immaginario e che ci ricorda che il pianeta Terra è pur sempre un luogo misterioso, di cui non conosciamo tutte le risposte.

Nel 1871 un talent scout dei circhi itineranti in missione in Siberia, chiamato Berg, avendo udito dell’esistenza dell’uomo-torso, lo incontrò e gli offrì di esibirsi come principale attrazione in uno spettacolo nel teatro di St. Petersburg. Per i successivi due anni il successo di Kobelkoff fu enorme, grazie alla sua straordinaria abilità nel dipingere, scrivere, maneggiare armi, eseguire mirabolanti piroette col corpo, salendo e scendendo da sedie, ergendosi su irte scalinate, fino al punto di inscenare avventurose fughe, la più famosa delle quali fu quella dalla gabbia dei leoni inferociti, un attimo prima di essere divorato.
Kobelkoff in pochi mesi divenne un’attrazione internazionale, effettuando spettacoli itineranti in giro per l’Europa e riuscendo così a conquistarsi i favori di reali e nobili dell’epoca, ammaliati e rapiti dalle sue straordinarie doti.

Mentre si esibiva in Austria nel 1875 conobbe Anna Wilfert, una tenace donna viennese, alcune fonti dicono presentatagli da Alberto I, Re di Sassonia. Il loro matrimonio ebbe luogo a Budapest quello stesso anno, con Anna che felicemente teneva in braccio Nikolai all’uscita della cerimonia. Kobelkoff per l’occasione teneva le fedi nuziali agganciate ad una collana, con tale espediente riuscì nell’impresa titanica di mettere l’anello al dito dell’amata, grazie ad un ingegnoso utilizzo della bocca. Anna ben presto rimase incinta ed ebbe il primo figlio nel giugno del 1876. Ne seguirono altri dieci, di cui ben sei riuscirono a sopravvivere fino all’età adulta.

 

 

Kobelkoff nel frattempo era letteralmente idolatrato dal pubblico di Europa e America, in cui fece un’enorme tournée nel 1882. Alcune voci maligne dell’epoca insinuavano il dubbio che Kobelkoff avesse un terribile lato oscuro, che lo portava a maltrattare nel privato Anna, colpendola violentemente col moncherino, contemporaneamente gridandole oscenità. Altre voci sottolineavano il suo debole per l’alcool. Vero è però che la moglie gli fu sempre a fianco, magnificamente devota, fino alla sua morte. Kobelkoff allargò i suoi orizzonti, includendo la neonata arte cinematografica tra i suoi interessi, arrivando così ad assemblare, nel 1898, i suoi spettacoli in una serie di cortometraggi fulminanti. Con i soldi accumulati in tanti anni di spettacoli, Kobelkoff fu persino capace di comprarsi il suo parco di divertimenti privato nel Prater austriaco. Nikolai Kobelkoff, infine, morì felice nel gennaio del 1933 nella sua casa in Austria, accanto ai suoi cari. La sua fama era così diffusa che, per decenni a venire, ogni artista/torso umano venne presentato alle folle come il “nuovo Kobelkoff”.

Nella società contemporanea un uomo come Kobelkoff avrebbe avuto ben altra sorte… freak maledetto, eternamente rinchiuso in un qualsiasi Cotolengo, vero e proprio relitto umano, detrito scomodo e ripugnante di una società ipocrita.

Secondo le analisi di Leslie Fiedler, nel suo Freaks, miti e immagini dell’Io segreto (Edizioni il Saggiatore, 2009), l’aspetto di persone difformi o ritenute dal senso comune mostruose è tuttora un vero e proprio tabù sociale. Attualmente la loro esistenza e la loro vera forma fisica tende a essere nascosta ai nostri occhi, mentre l’esibizione di queste persone (le cui deformità fisiche sono spesso ai limiti dell’umano) nei circhi o negli spettacoli itineranti, fu una forma di divertimento popolare di grande successo per diversi secoli in passato.
Una delle più brillanti intuizioni di Fiedler riguarda il cambiamento nelle idee delle persone “normali” su quello che è “normale” non appena entrano in contatto con un freak, concezione che porta spesso ad un sentimento di umana solidarietà con gli individui mostruosi o deformi. Tuttavia frequentemente la comparsa di un freak in un ambiente apparentemente “normale” dà adito a sentimenti di timore, sgomento e disgusto. Però i freaks sono vissuti e sembrano essenzialmente rappresentare una minaccia al sistema piuttosto che all’individuo singolo. Il timore non è causato dai freaks stessi e dai loro comportamenti, ma è ormai parte integrante e inestricabile della struttura sociale occidentale.
Fiedler, invece, genialmente sottolinea come i freaks nella nostra società possano essere le figure che recano un’arcana testimonianza della divinità e delle stimmate (intese come segni fisici dell’estasi religiosa), dandone immediata consapevolezza a coloro che li incontrano. La fragile struttura psicologica dell’uomo contemporaneo al contrario tenta di allontanare il più possibile il contatto con questo intimo trauma collettivo. La cicatrice lasciata dall’esperienza traumatica della deformità è così saldamente repressa nel nostro subconscio. I freaks, però, con la loro presenza sono in grado di attivare queste cicatrici/stimmate e il mutato livello di coscienza che si raggiunge, nel sottoporsi a questo trauma inconscio, va a soddisfare un profondo bisogno umano primario. I freaks ci rendono coscienti delle “cicatrici sacre” che sono dentro di noi. Attraverso di loro possiamo trascendere i limiti della normalità e quindi sperimentare i livelli più profondi e intensi della nostra capacità percettiva, arrivando a cogliere alcuni dei misteri nascosti dell’esistenza. Oggi, come detto, la società mira con ogni mezzo ad escludere ed eliminare i meccanismi che attivano tali stimmate. Gli unici rari elementi che rimangono di questo fenomeno culturale, un tempo ben visibile e assai frequentato, sono i vecchi film (su tutti lo straordinario Freaks di Tod Browning) e le fotografie degli strani fenomeni da baraccone (recuperare a tal proposito il libro Freaks – La collezione Akimitsu Naruyama – Ed. Logos), testimonianza degli effetti shock del passato, ma anche di un approfondimento dell’investigazione umana e materializzazione dei nostri ancestrali bisogni emotivi in forma fisica. Osservando queste laceranti immagini ci sentiamo come se una schiera di mostri potesse fuoriuscire dal nostro intimo, come angeli. Per quanto bizzarri possano apparire, essi sono il nostro io, nascosto sotto diversi strati di inibizione. I freaks sono la prova che i muri e i limiti che abbiamo dati per scontati sono a conti fatti nient’altro che strutture prive di significato. Una nuova realtà si affaccia e sferza le nostre cornee, e noi attoniti guardiamo…proprio come bambini che esplorano il mondo per la prima volta… •

Samuele Lanzarotti

[elaborato con i difformi spunti di un illuminante scritto di Toshiharu Ito]

 

 

 

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  • Alekseij Jakovlevich

    Ciao a tutti, prima di tutto complimenti, siete una rivista incredibilmente aggiornata e corposa, davvero. Pensavo, per spezzare la distanza tra “human torso” e l’oggi, che probabilmente ci sta citare anche quel grande capolavoro ch’è ‘Johnny Got His Gun’ scritto nel ’39 e diretto nel ’71 da Dalton Trumbo. Immagino che lo conosciate a memoria ma mi pareva comunque corretto ricordarlo. Grazie ancora a tutti.

  • rapportoconfidenziale

    vero! ottima segnalazione… di sicuro il tema freaks dall’inizio del ‘900 a oggi è andato prosciugandosi e estinguendosi geneticamente. l’incipit del film di Tod Browning pare essersi compiuto…

  • Alekseij Jakovlevich

    siete dei grandi, grazie. Capita spesso che un commento come il mio sia tacciato di ‘maestrinismo’ e invece, voi, pieno supporto. GRANDIOSO, così sì che s’incentiva la discussione. E dimenticavo i complimenti anche a S.Lanzarotti per l’articolo. Appresto.

  • rapportoconfidenziale

    anzi. sarebbe proprio bello se si riuscisse, attraverso i commenti ad allargare il discorso, a documentarlo sempre più. Di fatto qualsiasi articolo è uno spunto per ulteriori approfondimenti.