CriticsBlob # La grande bellezza > Paolo Sorrentino

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Dunque il cinema italiano è ancora in grado di far parlare di sé. La grande bellezza, l’ultimo film di Paolo Sorrentino, ha fatto discutere molti ma soprattutto ha fatto scorrere grandi quantità di inchiostro (reale e digitale), spesso a sproposito. Accompagnato da polemiche, peraltro cavalcate se non prodotte dallo stesso Sorrentino, circa una presunta incomprensione dell’opera in patria contro un innamoramento collettivo internazionale… sarà, ma le parole insultanti e decisamente sopra le righe dei «Cahiers» non segnalavano una simpatia per il regista e il suo film così generalizzata come da autoindulgenza segnalata… il film scritto da Sorrentino e Contarello è uscito da Cannes finendo immediatamente nelle sale italiane. L’eco di giudizi contrastanti giunto dalla Croisette si è amplificato in uno strabordante muro del suono (assai rumoroso) di valutazioni e considerazioni che hanno definitivamente conclamato la ricchezza di giudizi possibili su un film, ambizioso e (volutamente?) irrisolto.

Sulle pagine di «Rapporto Confidenziale», nei giorni passati, abbiamo pubblicato 3 riflessioni attorno al film, appassionate e illuminanti, ma che non potevano che essere in moderato o feroce disaccordo fra loro. Michele Salvezza lo fa "tirando in mezzo" Wittgenstein: «In arte è difficile dire qualcosa che sia altrettanto buono del non dire niente», Gabriele Baldaccini scomodando Fedro: «Nondum matura est, nolo acerbam sumere», Edoardo Deziani dando direttamente la parola al produttore del film: «Massì Paolo, tu sei bravo, ma sei giovane. Cioè, il tuo cinema è pornografia, pornografia delle immagini».

Quella che segue è una ricognizione nel mare della critica, italiana e (un poco) internazionale. Si avvisa il lettore che le frasi riportate sono unicamente degli "estratti" e che per la lettura completa degli articoli basterà seguire il collegamento alla testata a cui si fa riferimento.

Io, da parte mia, mi tengo fuori dalla mischia, osservo tutto divertito, cinico e distaccato, un po’ a la maniera di Jep, il protagonista del film, illudendomi d’essere davvero fuori da questa confusa confusione – che poi è solo un gioco (meritevole dell’intelligenza del divertimento). •

AG

 

 

• Roberto Silvestri per Il Ciotta Silvestri (21 maggio 2013):
«I cineasti extraromani che penetrano nella esiziale bellezza della città eterna e delle sue ‘gran dame’, rischiano la paralisi operativa creativa. Possono lasciarci le penne. Troppa crudeltà in questi spazi Borgiani e controriformati. Alcuni devono scappare. O trasfigurare, immaginare altro. Per questo ci vogliono subito antidoti, camere di decompressione. Magari pregando Luca Bigazzi di superare Woody Allen nel travestire Roma con un mantello di luce così rossodorata da trasformare in una bomboniera rococò perfino il bar di San Callisto, centro trasteverino odierno della laboriosa comunità cinematografara e degli ultimi frikkettoni. O schiaffandosi nelle orecchie simil-Bruckner o gregoriana a manetta via ipod come se fosse acqua santa.
I migliori abitanti di Roma, dice il luogo comune, sono sempre i turisti, vittime di un caos maligno millenario. Uno, giapponese, all’inizio de “La grande bellezza” (concorso) stramazza al suolo di fronte al panorama del Gianicolo, magari pensando al conto dell’ultimo ristorante. Sorrentino, invece, fa fronte. Un bel coraggio.»

 

• Roberto Manassero per doppiozero (2 giugno 2013):
«Questa volta Sorrentino ha allestito un mondo di ricchi (e quando nel recente cinema italiano è stato rappresentato in termini così chiari?) orribile e fagocitante, e l’ha trasformato in una trappola estetica che guarda agli anni Duemila come Liberace [si parla di Liberace, il pianista protagonista del film di Steven Soderbergh anch’esso in concorso a Cannes 2013, Behind the Candelabra; NdR.] guardava agli anni ’70: in quella trappola ci ha ingabbiato se stesso, il suo film, la sua visione del mondo e l’idea stessa di una città e della sua gente. Questa volta Sorrentino ha deciso non di rappresentare un mondo con il suo stile, ma di fare del suo stile un mondo decaduto, consapevole di quanto tutto ciò comporti in termini di compromissione e svilimento. Gli si può imputare di tutto, tranne di volersi nascondere.»

 

• Mariarosa Mancuso per il Foglio (25 maggio 2013):
«Discorsi in S. S come Sorrentino. Ai critici stranieri è piaciuto, siamo i soliti provinciali. Ai critici stranieri è piaciuto, sono i soliti provinciali. E’ un film kirkegaardiano. E’ un film céliniano. E’ un ritratto fedele della città eterna. E’ un ritratto fedele dell’Italia di oggi. E’ una metafora dei tempi decadenti che stiamo attraversando. Federico Fellini in la “Dolce vita” si affacciava alla balaustra per guardare giù. Oggi non c’è neanche più la balaustra, crollata anche lei. E’ un film crepuscolare (poi si capisce il giovane critico intendeva “decadente”). Salotti romani senza un frocio né un politico? La vera cena sull’Appia Antica delle signore arruolate come comparse – poi scomparse dal montaggio definitivo – era più divertente del film. Con mezz’ora di meno era meglio. Era meglio se lasciava i tre quarti d’ora tagliati. Perché inquadra a lungo la ciabatta della Santa e poi taglia Sabrina Ferilli e Carlo Verdone? Servillo è sempre Servillo. Ma se ha una sola faccia in tutto il film?»

 

• Jay Weissberg per Variety (20 maggio 2013):
«As with “Il Divo” and “This Must Be the Place,” Sorrentino continues to tackle major topics using an extraordinary combination of broad brushstrokes and minute detail. Passion via the intellect has become his trademark, well suited to this dissection of empty diversions, indulged in by latter-day Neros fiddling while Rome burns. The helmer also reveals his immersion in the great Italian cinema of the past, and even when every ingredient can’t be identified, the individual flavors will be familiar to most cineastes. A cameo by Fanny Ardant comes straight from Anna Magnani’s brief moment in “Fellini’s Roma,” informed by the heady perfume of that underrated muse Caterina Boratto. When Jep tells Ramona he’s taking her to a sea monster, images of the final sequence of “La dolce vita” spring to mind, just as a magician recalls the “Asa nisi masa” of “8½.”.
It would be wrong, however, to think of “The Great Beauty” as a work dependent on, rather than indebted to, these predecessors. The pic opens with a quote from Louis-Ferdinand Celine, “Our journey is entirely imaginary. That is its strength.” At the end, Sister Marie speaks of the importance of roots. Both concepts are key to the film; for Sorrentino, as for thousands of travelers and artists, the impossibly rich history of the Eternal City offers equal doses of imagination and solidity, her glories retaining the power to inspire and stupefy.»

 

 

• Boris Sollazzo per Blogo (20 maggio 2013):
«La grande bellezza è un’opera così ambiziosa che probabilmente il critico e lo spettatore, per giudicarlo, dovranno avere l’onere e l’onore di più visioni. Ma il sospetto è che quello che poteva essere un capolavoro, diventi solo un insieme di estemporanee intuizioni. Alcune geniali, spiazzanti, anche dolorose: le feste selvagge – prese di peso dall’immaginario Cafonal di Pizzi e D’Agostino – sono un musical assordante che inchioda una città alla sua bruttezza, insopportabile perché va a sporcare quei monumenti, quei panorami, quei percorsi segreti che Sorrentino si e ci concede per non schiacciarci sotto la grande bruttezza di (quasi) tutti i suoi personaggi. Il problema, però, è il coté umano e intimo, quello occupato dalla spogliarellista Sabrina Ferilli, Alice nel paese delle meraviglie che, pur volenterosa, soffre di un ruolo incompiuto, appena accennato e trascinato via, soprattutto nella sua fine.»

 

• Giona A. Nazzaro per MicroMega (30 maggio 2013):
«Regista d’attori e di movimenti di macchina, in Sorrentino vivono e resistono alcune delle migliori caratteristiche del cinema italiano di una volta e al tempo stesso, inevitabilmente, alcune delle contraddizioni odierne mai risolte.
La grande bellezza, al di là, delle partigianerie che impediscono sempre di ragionare sullo specifico filmico, recupera da un lato la sensualità delle opere migliori di Sorrentino e dall’altro tenta di ricontestualizzare il suo respiro potentemente formalista che sovente entra in conflitto con la sua voglia di “dire”.
Resta il fatto che La grande bellezza è uno dei pochi film italiani a grande budget che ha tentato di porsi il problema dell’oggi sia come discorso sulla forma (qualsiasi cosa se ne pensi) che come discorso vero e proprio (contenuto). Ovvio che ci siano delle frizioni; ovvio che non tutto torni; ovvio che il risultato inevitabilmente è imperfetto. Segno questo, a nostro sentire, che c’è vita.»

 

• Manuel Billi per gli Spietati (27 maggio 2013):
«La Grande Bellezza è la sintomatica conferma, e cristallizzazione, di una “tendenza” incapace oramai di occultare un’assenza di sguardo, di prospettive, non solo di risposte ma di domande. Potremmo chiamare questa tendenza “barocchesco”: un profluvio di movimenti di macchina e di effetti senza affetti, un bozzettismo avvilente, un grottesco che ottunde le asperità invece di potenziarle. Il grottesco pare oramai essere diventato il rifugio dei non umili peccatori della nostra cinematografia nazionale, il vuoto finto-pieno nel quale giace da qualche anno anche il cinema di Paolo Sorrentino.»

 

• Deborah Young per The Hollywood Reporter (21 maggio 2013):
«Given the undiminished stature of Federico Fellini, whose startling foresight is increasingly quoted in contemporary movies (Viva la liberta! is a recent example), it was inevitable that someone would think of remaking his masterpieces. Fortunately, director Paolo Sorrentino knows better than to imitate a giant, and The Great Beauty is more a reverent bow, picking up where La Dolce Vita left off 53 years ago. Perhaps not surprisingly, the eternal city hasn’t changed that much. Though Sorrentino’s vision of moral chaos and disorder, spiritual and emotional emptiness at this moment in time is even darker than Fellini’s (though Ettore Scola’s The Terrace certainly comes in somewhere), he describes it all in a pleasingly creative way that pulls audiences in through humor and excess. An overly indulgent running time undercuts some of the fun as the film wears on, but it should still score high with international audiences.»

 

 

• Rossella Catanese per alfabeta2 (7 giugno 2013):
«E il passato vivificante, che esorcizza il malessere esistenziale, è un altro motivo rubato a Fellini, come il «non ho niente da dire ma voglio dirlo lo stesso» di Guido Anselmi, protagonista di 8 e 1/2, che pervade tutto il film di Sorrentino senza però avere la stessa forza senza tempo. Se 8 e 1/2 è «un misto tra sgangherata seduta psicanalitica e un disordinato esame di coscienza in un’atmosfera da limbo» (F. Fellini), «una tappa avanzata nella storia della forma romanzesca» (A. Arbasino), «una costruzione in abisso a tre stadi» (C. Metz), qui c’è solo l’ombra di un autoritratto in forma fantastica. E non bastano un vestito bianco e il Panama del protagonista, né giraffe fenicotteri sul Colosseo, a creare il medesimo terremoto esistenziale.
E il film non solo resta lontano dalla forza espressiva di quella Babilonia postmoderna che è La dolce vita, ma diventa un irritante esercizio di esibizionismo compiaciuto. Ne La grande bellezza vengono a mancare proprio la radicalità del punto di vista, e quella ricerca stilistica personale che ha fatto la fortuna del cinema di Sorrentino.»

 

• Guido Reverdito per CineCriticaWeb (22 maggio 2013):
«La sua afasia letteraria – controbilanciata dall’incessante logorrea che caratterizza ogni personaggio attento a nascondere il proprio fallimento esistenziale dietro cortine di vacui monologhi travestiti da scambi di battute – è forse la chiave di lettura più autentica dell’intera operazione tentata da Sorrentino: ovvero quella dimostrare come l’Italia e gli italiani di quarant’anni fa fossero materia degna per un romanzo di analisi sociale, mentre la cafonaggine becera dei giorni nostri può essere all’altezza soltanto delle cronache del gossip, vera pietra tombale di ogni ambizione letteraria. Quando, alla fine, Gambardella incontra una santona centenaria la quale gli rivela che il segreto della vita è quello di non allontanarsi mai dalle proprie radici, soltanto allora sente rinascere dentro di sé l’ansia creativa. E non a caso sale su un traghetto e torna nel suo Sud alla ricerca in salsa vagamente proustiana di un passato incontaminato che possa sopravvivere se recuperato sulla carta e faccia da antidoto alle piaghe irriferibili del presente.»

 

• Florence Andoka per Independencia (4 giugno 2013):
«Courage, le meilleur est passé. Comment en sommes nous arrivés là ? La prophétie pasolinienne qui annonçait déjà les ravages de la société de consommation inscrivant la laideur dans les corps s’est réalisée. C’est même la société pharmaco-pornographique décrite par la philosophe Beatriz Preciado qui s’illustre ici. Chacun apparaissant transformé par la chirurgie esthétique, assujetti à une image idéale, devenue monstrueuse dans son incarnation. Toute activité artistique est tournée en dérision au même titre que les événements de la vie religieuse. Une enfant peintre prodigue, une sainte revenue d’Afrique et les mondains se pressent, ricanent. Le spectacle est partout, rien ne lui a résisté, mais chacun, Sorrentino en tête, y prend part sans entrain, conservant en lui la douce nostalgie d’une autre vie jamais vécue, d’un autre film jamais tourné.»

 

• Raffaele Meale per CineClandestino (21 maggio 2013):
«Diretto con mano ferma e facendo ricorso a un divertito abuso del grottesco, La grande bellezza è un inno disperato a Roma, alle sue miserie quotidiane, e allo stesso tempo un’ode al volto, alla ricchezza espressiva e alla straordinaria capacità attoriale di Toni Servillo, mattatore assoluto all’interno di un cast che comunque riserva sorprese a non finire. Verrà probabilmente messo alla berlina da buona parte della stampa, e c’è il rischio che anche chi lo apprezzi finisca per disconoscerne i reali meriti, ma La grande bellezza segna il ritorno di Paolo Sorrentino nell’empireo dei registi italiani contemporanei.»

 

• Serena Nannelli per il Giornale (25 maggio 2013):
«Più che una narrazione per eventi, il film è un affresco per immagini, molto realistico nella sua deformità. Ogni qual volta appare surreale o grottesco, si sappia che è invece quasi documentaristico. La durata eccessiva e priva di una trama vera e propria è funzionale a calare appieno lo spettatore in certe vite ostaggio della noia o di divertimenti forzati e senza scopo che molti si ostinano a invidiare. E’ un film a suo modo necessario perché indica nella grande bellezza del titolo l’unico vero rifugio a tanto infelice e sguaiato naufragio, indicando in attimi di purezza e magia, seppur inafferrabili e in perenne dissolvenza, l’antidoto alla fatica di vivere. Sono momenti che non si possono possedere se non rivivendoli poi nella mente col ricordo e che sono alla portata di chiunque riesca a fermarsi a respirare un po’ di autocoscienza.»

 

• Camillo De Marco per Cineuropa (21 maggio 2013):
«Questo vuoto che rappresenta ormai da tempo il crollo al rallenti del mondo occidentale, viene filmato da Sorrentino con lo stile che lo ha ormai reso noto al mondo, fatto di svelti piani sequenza interrotti da carrelli all’indietro, zoomate lunghissime, dolly vertiginosi, in un’instancabile e opulenta serie di sguardi alterati e calme visioni. È un itinerario vertiginoso che il regista napoletano propone allo spettatore con quella citazione iniziale dal Viaggio al termine della notte di Celine: "Viaggiare è molto utile, fa lavorare l’immaginazione, il resto è solo delusioni e pene. Il nostro viaggio è interamente immaginario, è là la sua forza". Come dire il cinema. […]
Con La grande bellezza Paolo Sorrentino è costretto a fare i conti con La terrazza di Ettore Scola, in concorso a Cannes nel 1980 (premio per la migliore sceneggiatura) e con La dolce vita di Federico Fellini, Palma d’oro al festival nel 1960. Cinquant’anni sono troppi per tracciare paragoni ma è simile la capacità di rappresentare un segmento della società ed uno stato d’animo con una potente lente deformante e, allo stesso tempo, un eloquente realismo.»

 

• Alessandro Gilioli per l’Espresso (26 maggio 2013):
«Sia chiaro prima di tutto che ‘La grande bellezza’ non è «un film su Roma»: quella serve ai virtuosismi fotografici (a chi piacciono, a chi no), a far sfigurare l’ultimo Woody Allen (non ci voleva molto) e probabilmente ad altre minutaglie (i contributi degli enti locali, gli incassi nella capitale dove sta in 33 sale etc).
Neppure è un film “felliniano”: anche questo serve solo a fomentare le inevitabili discussioni tra chi grida all’emulazione fallita, chi al plagio e chi alla grande citazione (che poi, chissenefrega).
E’ invece, imho, un film che – al netto della sbornia sensoriale – ci costringe a pensare a un tema abbastanza universale (la possibilità e il senso di una morale, oggi) e un altro più locale (l’Italia contemporanea disincantata e priva di qualsiasi afflato a migliorare se stessa).
Il primo tema è il più forte. probabilmente.»

 

 

Fonti dell’articolo: Il Ciotta Silvestridoppiozeroil FoglioVarietyBlogoMicroMegagli SpietatiThe Hollywood Reporteralfabeta2CineCriticaWebIndependenciaCineClandestinoil GiornaleCineuropal’Espresso

 

 

La grande bellezza
Regia: Paolo Sorrentino • Sceneggiatura: Paolo Sorrentino, Umberto Contarello • Fotografia: Luca Bigazzi • Montaggio: Cristiano Travaglioli • Musiche: Lele Marchitelli • Scenografie: Stefania Cella • Costumi: Daniela Ciancio • Suono: Emanuele Cecere • Montaggio del suono: Silvia Moraes • Casting: Annamaria Sambucco • Produttori: Nicola Giuliano, Francesca Cima • Coproduttori: Fabio Conversi, Jerome Seydoux • Interpreti: Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Pamela Villoresi, Galatea Ranzi, Massimo de Francovich, Roberto Herlitzka, Isabella Ferrari, Franco Graziosi, Giorgio Pasotti, Massimo Popolizio, Sonia Gessner, Anna della Rosa, Luca Marinelli, Serena Grandi, Ivan Franek, Vernon Dobtcheff, Dario Cantarelli, Lillo Petrolo, Luciano Virgilio, Giusi Merli, Anita Kravos, Giulio Brogi, Fanny Ardant • Produzione: Medusa, Pathe, Indigo Film, Babe Films, Pathe Prod., France 2 Cinema production in collaborazione con Medusa Film con la partecipazione di Canal Plus, Cine Plus, France Televisions • Paese: Italia, Francia • Anno: 2013 • Durata: 142′

 

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  • Emilio Nanni

    Authentic example of falsity-

    tutto il film è una sequenza ovvia dei luoghi comuni più collaudati per ritrarre la decadenza .Mi aspettavo maggiore originalità e capacità di ridefinire il declino da un punto di vista nuovo che facesse intravede un’altra “vista”

    Film sopravalutato e,Servillo è troppo Servillo : non esiste film. se non una catalogazione di mostri. Poi va bene il fallimento esistenziale generalizzato, la noia, la capacità filmica ecc,

    E non si può non andare a Fellini … e questo è buono