La leggenda di Kaspar Hauser > Davide Manuli

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Kaspar Hauser spara house

La leggenda di Kaspar Hauser sta a Herzog come Vinyl (1965) di Andy Warhol sta al pur successivo Arancia meccanica (1971). Esprime un dissossamento underground o udigrudi made in Brazil, futuro del passato. Questo tipo di cinema lo facevano nei ’60/’70 Sganzerla, Bressane, José Agrippino de Paula e Andrea Tonacci. Pure in quel caso si sproloquiava, disarticolava e de-semantizzava. Venivano omologati gli opposti, le lingue, Straub-Huillet e porno, chanchada e i dischi volanti di Welles, Godard Godot Godzilla. Anche lì, musica a palla. Spezzettata, dissonante. Con l’irruzione di donne a urlare «Ho fame!» (prima che in Beket, 2008 [link1link2], accade in Sem essa, aranha, 1970, di Rogério Sganzerla). La stupenda fotografia di Tarak Ben Abdallah avvolge ora di perfezione un paesaggio e uno sguardo che invece il cinema marginal [vedi RC37] demoliva immediatamente nel fuorifuoco e nella grana del super8.

Siamo nel dopo di un post eterno, gabbia di senso. Manuli ritorna circolare su sé stesso, dentro il falso movimento che era già l’holy motor di Bombay: Arthur Road Prison (1999), corto avvolto di spaziotempo Cosmopolis [link 1link2], visto da parte del recluso (tossico), tunnel senza uscita, ma in fondo che cambia tra chi è sopra o sotto, dentro o fuori? Non esiste più prima e dopo, ora e allora, lingua mia e lingua altrui, terrestre ed extra. Col nuovo film il concetto è ulteriormente ribadito e stilisticamente ancor più distillato.

A distanza, le accelerazioni, gli zoom, le catapulte visuali di Girotondo, giro intorno al mondo (1998) sembrano un surplus, idem i segni neri d’interpunzione di Beket. Il cielo e la terra, che potevano ancora illudere e distinguere le avventure picaresche de-composte di Angelo e Serena, di Freak e Jajà, costretti a confrontarsi, e pure a reiterare, ripetere, invertire, rei e reificati, funzioni finzioni, si sono definitivamente fusi in un unico paesaggio sociale geografico emozionale temporale di campi lunghi e piani-sequenza, appena scalfito da qualche movimento marcato. Né alto né basso, avvenimento messianico o vita o morte, possono incrinare il monolito visuale manuliano, un maxi-lacerto di senso non-sense.

Nei titoli di testa, il film indica il tempo anno zero del luogo isola. Spazio chiuso e out of joint dello scorrere, quindi. Zero come monade e come nulla, equivalente dello 06 («sei uno zero!») di Fabrizio Gifuni di Beket, adesso prete pugliese alle prese con un monologo di Giuseppe Genna. Si può parlare pugliese, o americano (anche il francese degli altri film), italiano senza capirlo, e scimmiottare altrui suoni, altri testi, entrare e uscire in differenti spazi. Nulla muta, niente è. Le locations (l’alta Gallura di Beket) e il plot, anche lo straniamento di attori, dialoghi, intonazioni, generi, personaggi, ruoli, sessi, musica diegetica, extradiegetica e fuoricampo sonoro (le cuffie di Kaspar), diventano un cerchio la cui circonferenza è ovunque e il centro da nessuna parte, reverse rovesciato, neppure blasfemo, dell’assioma su Dio di Ermete Trismegisto.

Dio c’è ma non c’è. E dire è non dire. Con l’interrogativa che asserisce. Il «santo o peccatore?» che intercalava il Viaggio clandestino (1994) di Ruiz è «il santo è impostore è re» di un non viaggio che equipara esplicitamente legge e trasgressione (il pusher e lo sceriffo sono interpretati entrambi da Vincent Gallo, uniti anche narrativamente dalla droga che il primo fornisce al secondo) e lo fa ugualmente con gli altri opposti: servitù (Marco Lampis) e nobiltà (Claudia Gerini, alla sua seconda de-strutturazione, dopo gli Escoriandoli [link], 1996, di Rezza-Mastrella [videointervista]), corpo sexy (Elisa Sednaoui) e corpo deformato (ancora Lampis). Lo stesso Kaspar Hauser (Silvia Calderoni) è maschile e femminile insieme, idiota e raggiera spirituale. Ricongiungimenti assai contemporanei. Stanno pure nel sottovalutato Oz di Raimi e nel per niente considerato Me Too di Balabanov [link], visione sconsolata della morte dell’autore in medias res della morte del mondo.

Se i titoli di testa assurgono a titoli di coda, si è detto, apertura e chiusura combaciano per mezzo degli ufo che sorvolano corpo e capo del pusher, ripreso di spalle, proprio come l’autobus volante oltrepassava il camminare questuante del duo di Beket. I due perdevano l’appuntamento col dio, stavolta il microcosmo essenziale dell’isola (sceriffo, pusher, granduchessa, servo, puttana/veggente, asinaio, prete) non stabilisce, apparenze a parte, contact alcuno col santo (in sovrimpressione danzante con la puttana), lui stesso completamente chiuso in sé, a tutto disinteressato fuorché al sound techno aspirato dalle cuffie-appendici con le quali emerge dalle acque. Godot è arrivato ma chissenefrega. E in ogni caso questo dio non è un granché.

 

 

Nulla è rimasto dell’«enigma oscuro e terribile di cui si cercò invano la chiave», riferito da Anselm von Feurbach (padre di Ludwig) a proposito dello strano freak sedicenne e clandestino, comparso all’improvviso a Norimberga nel maggio 1828 e mitologizzato come (n)uovo-Cristo, al pari di quello fatto fuori dopo tre anni di prediche, consistenti esclusivamente in tre slogan: «Io sono Kaspar Hauser!», «Diventare cavaliere, come mio padre» e «Non so». Una parabola romantica letta come trionfo cannibale della cultura divoratrice della natura, storia alla Werner Herzog da subito.

A due secoli di distanza, l’enfant sauvage anacoreta si omologa al resto degli abitanti dell’isola, non meno incomprensibili, parimenti (in)significanti. È figlio del figlio di una cultura senza più culto alcuno. Il suo vivere nel presente, quell’«Io sono/Io suono» diventa punto ossessivo compulsivo al di là del tempo, il logos orizzontalizzato nell’isolamento patologico di un dopostoria infinito. Si muove convulso come un giovane isolato in discoteca o nella musicaccia del suo Ipod.

È il battito di herz, più che di Herzog e del cuore, a scandire il lampo bianco di segni minimali costituito dal film. Sfera atemporale e negazione di tutto, che denatura, acceca lo schermo per dire della vita denaturata e accecata. Si offre come un vaccino omeopatico contro il virus del nihil odierno. Invita a guardare col corpo, piuttosto che con gli occhi, nuova esperienza mistica in hi e wi-fi(glio), in nome del pad re e di un altro spirito. Lo spettacolo dorme «il sonno dei gusti» ed è ipertrofico da subito, senza la dose progressiva del suo scorrere, ibernato nell’attesa del Mess-ia, del casino. Si resta agganciati al primo suono, alla prima immagine. L’immagine è il suono. Con il rischio (o la voluttà) di omologarsi al mostrato ascoltato, esser tutt’uno. Visione espansa, non più concentrata ma diffusa. Un happening hic et nunc che potrebbe avere il limite di bruciarsi subito, giusto il tempo della sua durata. Se si rivedono Girotondo e Beket è probabile che non si abbia più l’effetto di sorpresa prorompente della loro prima visione.

L’incontro col santo alieno dio extraterrestre altro tout-court ha l’eccitazione effimera di un rave party o dell’ingerimento di un pasticcone. Lo sceriffo, pezzo vagante di western, esulta con degli «uhhhh» texani da concerto rock quando raccoglie dal mare il sovrano già atteso (nessuna comparsa improvvisa, quindi). Lotta poi, ballando, contro il pusher/specchio che lo rifornisce di roba, nemico del giovane. L’uomo che accoglie è lo stesso che respinge. Metaforicamente e attorialmente. Sarà il pusher biker a uccidere il ragazzo. E dopo la morte lo ritroviamo, in un paradiso che è lo stesso paesaggio, Kaspar Hauser a sparar house. O techno che è (quasi) lo stesso. Ancora, per sempre. Nisba cambiamento. Titoli, inizio. Abisso afasico. Niente da inventare, tutto da negare. Negare e riaffermare, annegare e riemergere. Ecstasy di resurrezione, movimento senza fine. A 130 bpm. •

Leonardo Persia

 

 

La leggenda di Kaspar Hauser
Regia, sceneggiatura: Davide Manuli • Fotografia: Tarek Ben Abdallah • Montaggio: Rossella Mocci • Musiche: Vitalic • Suono: Francesco Liotard • Aiuto operatore: Valerio Coccoli • Costumi: Ginevra Polverelli • 3D: Riccardo Marchesini • Effetti visivi: Fulvio Sturniolo • Composizione digitale: Elisa Tiziani • Produttori: Alessandro Bonifazi, Bruno Tribbioli, Davide Manuli • Interpreti: Vincent Gallo (Pusher/Sceriffo), Silvia Calderoni (Kaspar), Claudia Gerini (Granduchessa), Fabrizio Gifuni, Elisa Sednaoui • Produzione: Blue Film, Shooting Hope Productions con il contributo del MiBAC e della Regione Sardegna • Distributore: Iris Film Distribution • Data di uscita: 13/06/2013 • Suono: Dolby Digital • Formato: 35mm (bianco e nero) • Rapporto: 1.85 • Paese: Italia • Anno: 2012 • Durata: 95′

http://www.laleggendadikasparhauser.com
http://www.intramovies.com
http://www.bluefilm.it
http://www.ilmondodimanuli.com
https://twitter.com/legendofkhauser
http://kaspar2012.tumblr.com

 

Sempre su RC, sempre a proposito dello stesso film…

vedi la recensione a cura di CELLULOID LIBERATION FRONT
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… e …

la recensione a cura di MICHELE SALVEZZA
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