Against Jappanese Theater > Vernich

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AGAINST JAPPANESE THEATER
SOCIETY IN LOVE
“NON SO PERCHE’ L’UOMO HA INVENTATO IL PALCOSCENICO”

 

VOICE OVER

È l’angoscia, di aver provato a creare un sistema di pensiero diverso, e la sensazione di aver pesantemente fallito, che forse si è lasciato cadere da solo.  Senza sangue nelle vene, senza voglia di apparire, senza maschere per gli altri. Sono il numero di scopate che ti fai, le persone per cui ti metti in mostra, le cose che possiedi, il lavoro costoso che hai. Tutto il tuo prestigio. La tua patina per farsi vedere, in silenzio e in mezzo alla gente, te lo dice anche il tuo dio, te ne devi vergognare. E’ solo una questione di potere, non mi puoi toccare, non ti puoi sentire, non sei in grado di usare la lingua, in un corpo sbagliato, dall’inizio alla fine, come spazio per mostrarsi, aumentare il gioco o la gloria, non ti puoi cambiare di nuovo o ancora una volta, ripetere sempre la stessa cosa. Un numero qualunque in un mercato fatto male, senza aria nei polmoni. Non sei in grado di ascoltarmi, che volevo solo toccarti le labbra, con le mani sporche e il cuore acido, innaturale come una cosa sola. Lasciati recitare di nuovo, che sto ancora pisciando nella tua bocca.
Striscia verso il ventre di quello che chiami malattia, delle cose che ti puoi dire, con l’odio di dover restare in piedi, senza poter urlare, dritto sul corpo piegato, con le tue viscere infette e senza odore, neanche buone a farsi sentire, neanche buone a farsi scopare. E adesso, che stai sotto gli occhi di tutti, che non hai più pudore, che sei sceso dal palco, che sei in mezzo alla fila, che sei uno qualunque, che non ti si può stare vicino, applaudito dalla gente, che ti ha detto una bugia, con dentro la realtà, o qualcosa di pesante verso se stessi, della tua parte stupida e violenta, cattiva o impulsiva. Io il vero volto, voi la maschera falsa, il puro pensiero, onesto, con l’odio degli altri. In mezzo a tutta questa gente, ve ne dovete restare, del vostro io malato, umiliato e distorto, per le vostre apparenze, per stare tra voi, recitandovi addosso, uno sull’altro, ansimando la testa contro il muro. Hai ucciso la cosa che tenevi per mano, ed è il tuo lato migliore. Ti allontano da te, ti lecco la ferita, ti passo l’infezione. E io che son bimbo, io che son puro, me la vedo male e mi tocca una cura, una frase per gli altri, volendoti bene. Non mi alzo in piedi, sviscero me, vendendomi al prezzo peggiore. Non riesco più a metterci mano, usando solo una buona scusa. Che la gente mi guarda e non vengo più fuori, col corpo violato e la bocca cucita. Attrice di cosa, questo scenario non passa, della tua metà marcia, volendomi solo staccare la pelle, di una parte cattiva, una parte malata. E a prendere tempo per buttarsi via, con qualcuno che guarda una cosa morbosa. Aspettami ancora, indietro non torno, e quando esco, mi esibisco di nuovo, in un posto qualunque, seguendo le urla, della tua, pulsazione più amara.

 

AGAINST JAPPANESE THEATER
Vernich
(Italia, 2013)
8’33

Video

Davide Preziosi + Chandra Lua + Enrico G. Agostoni
 + Alessandra Carfì + Cristina Spinetti + Adele Piras + Emanuele Dainotti + Alessandro Capuzzi

Audio

Anadarko
http://soundcloud.com/anadarko

Franz Dietrich
http://soundcloud.com/onussen

 

 

Note di regia


Lo screenplay è pensato in termini di distorsione dello spazio semantico della parola “attore”, vista come referente di un manichino che recita sia nel reale che su palcoscenico, nella vita e nel suo doppio*. Il testo è scritto in cut-up e realizzato per essere recitato con un tono di voce molto basso da un attore non ben delineato a livello sessuale.

E’ essenziale che rappresenti entrambe le condizioni (maschile- femminile) vestendosi e caratterizzando i movimenti in modo ibrido. Sarà posizionato al di sopra di una cassa audio di grosse dimensioni simulando una postura accovacciata, con le mani sulla testa e la bocca rivolta verso un microfono legato al soffitto (accezione metalinguistica).

Alla destra di questa figura altri sette “personaggi” verranno accompagnati all’interno della scena da un uomo vestito
in modo molto elegante, per essere poi sistemati come dei manichini. Questi indosseranno delle maschere con delle parti fratturate in diversi punti del volto, e una volta mantenuta la posizione si lasceranno cadere per terra, uno ad uno, mantenendo la ritmica della clip audio. Durante la performance video (max 7-8min) gli attori caduti per terra si rialzeranno ed eseguiranno nuovamente la stessa azione, dando così l’idea di iterazione infinita nel tempo ed evidenziando la condizione umana e sociale di collasso su se stessa. Il flusso di coscienza, o voice over, è strutturato usando quasi esclusivamente l’effetto evocativo della parola, a discapito di quello narrativo, mentre il livello unitario della comunicazione punta ad adulare lo spettatore in uno stato di crudele torpore. Non esistono rapporti di causa-
effetto ma solo rimandi a stati della mente o dell’anima. La voce va dritta allo spettatore (“tu-voi” evocativo) a cui non rimane altro che stare fermo a fissare le immagini, condizione umana tout court.

*doppio, inteso come società virtuale, fa riferimento a tutto ciò che riguarda la cultura del web interpretato
soprattutto come collante sociale che elimina il contatto reale.

 

Voci


Deviazione sui rapporti umani che marciscono. Al pari degli attori che mentono svelando nuove verità, e quelli che recitano per nasconderle. Parlando in silenzio e tornando indietro su frasi scomode, per salvare le apparenze, facendo in modo di andare avanti scivolando sempre un po’ più in basso. Niente gloria a chi si è preso gli applausi di chi stava guardando, per chi riesce a fare in modo che tutto sembri fatto per una buona ragione, per chi cerca l’approvazione degli altri invece che di se stesso. Evitando la ferita, stando fermo, provando pudore o vergogna di sé.

 

 

 

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