Sequenze casuali da film immaginari #31

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Avevo pensato questo. Si chiama "Sequenze casuali da film immaginari". Una specie di rubrica. Questi pezzi vorrebbero essere degli stralci di sceneggiature di film che non esistono. Ho pensato una cosa del genere perché mi sembra che il vostro tipo di critica cerca di creare un discorso a margine sul cinema, mi sembra che cercate di creare uno spazio piuttosto che definire qualcosa. Come se il vostro fosse un luogo da cui partono molte strade. Così ho pensato a dei frammenti puramente evocativi di un cinema che non esiste ma che potrebbe esistere. Non un racconto ma una suggestione, un’allusione, una strada perduta. Rivolta a chi legge di cinema. Che nel momento in cui legge potrebbe immaginare il film che c’è dietro quel frammento, chiedersi se quella scena non l’ha già vista, chi potrebbe essere il regista di quella scena. E niente che impegni più di tanto, perché in fondo si tratta di un gioco, un gioco per appassionati di cinema.
Quindi in allegato ci sono tre di questi esperimenti. Un gioco, non sono vere sceneggiature (i dialoghi sono scritti in forma narrativa, ci sono un paio di considerazioni di natura letteraria)… Questa è l’idea.

 

 

Scena 31

Interno Giorno. L’abitacolo di un’automobile. Prima piccoli elementi: la nuca dell’autista; la sua mano guantata sul cambio; i suoi occhi nello specchietto retrovisore. Siamo qualcuno sul sedile posteriore. Poi guardiamo fuori dal finestrino laterale, un po’ dal basso, verso il cielo compatto e grigio. Qualche goccia di pioggia sul vetro. Rada, pigra. Poi il lunotto posteriore, con la strada di ghiaia bianca che si svolge come un nastro. Ci allontaniamo da una grande casa bianca. La casa si rimpicciolisce con una lentezza inesorabile, come un’ultima brace ogni secondo più fioca. Forse ci allontaniamo per non fare più ritorno. Poi vediamo il bambino. Il nostro sguardo era il suo. Il bambino sta guardando la casa. Ha un’espressione seria, attenta, quasi autorevole. Il bambino indossa un vestito elegante. Struscia le scarpe tra loro. Gli danno fastidio. Guardandolo a figura intera, dall’alto, il bambino è un elemento surreale. Il bambino sposta il suo sguardo verso l’autista. L’autista indossa una divisa. Guarda nello specchietto e vediamo i suoi occhi strizzarsi, un sorriso rivolto al bambino. L’autista non è rasato. È vecchio. E anche la divisa è vecchia. La sua persona dà un’impressione di approssimazione, come se fosse qualcuno che stesse interpretando un autista. Come un attore fallito che interpreta un autista in una recita da poco. Ma strizza gli occhi per sorridere, e ora vediamo meglio anche la sua faccia e il suo sorriso, e capiamo che è convinto di quello che fa. Improvvisamente siamo dalla sua parte. Forse ha aspettato a lungo per compiere quel tragitto. Forse ha aspettato a lungo per indossare quel vestito. E allora l’autista ha qualcosa di un reduce vittorioso. Il bambino si volta alla sua sinistra e vediamo chi c’è al suo fianco. Un uomo grasso, i capelli grigi lunghi fino al collo. Qualcuno ha cercato di pettinarlo malamente. L’effetto finale è di un disordine irriducibile e quasi comico. L’uomo respira a fatica, ha il colletto aperto e la cravatta slacciata. Intravediamo una canottiera lisa sotto la camicia. E gli occhi chiari e liquidi guardano fuori dal finestrino, verso gli alberi che fiancheggiano il percorso dell’auto. È patetico. Ma il nostro sguardo resta fisso così a lungo su di lui che non ci viene più da ridere. Ora la sua figura ci dà quasi fastidio. Il bambino lo guarda con il suo sguardo attento ed estraneo. Si avvicina all’uomo e gli prende la mano. La mano dell’uomo è grande e paonazza. Il bambino gli prende la mano con una determinazione ordinaria, con cautela ma senza cura, come un infermiere sbrigativo. Il vecchio tiene abbandonata in mano una maschera dell’ossigeno, collegata a qualcosa che non vediamo. Il bambino conduce la mascherina alla bocca dell’uomo. Lo aiuta a indossarla. Sentiamo il respiro affannoso filtrato dalla mascherina. Il bambino appoggia nuovamente la schiena al sedile. Ora sono entrambi, il vecchio e il bambino, compresi nella stessa inquadratura. Guardano ciascuno fuori dal finestrino, il vecchio attraverso quello alla nostra destra e il bambino attraverso quello alla nostra sinistra. L’automobile intanto prosegue il suo tragitto. Il viale alberato ispira ordine e desolazione. L’automobile si avvicina a un grande cancello in ferro battuto. Attraverso le sbarre vediamo un gruppo di persone. Una folla. Hanno le facce dure e piene di disprezzo. Borbottano qualcosa. Quando la macchina si avvicina cominciano a inveire. Le persone sono diverse tra loro e stranamente uniformi. Forse gli occhi, forse il modo in cui borbottano o urlano. Come se stessero masticando qualcosa di vivo e disgustoso. L’automobile si ferma davanti al cancello. E la folla strilla più forte. Lanciano insulti verso la macchina. L’autista ferma la macchina. La sua espressione è seria e concentrata, come se stesse tenendo un conto a mente. Guarda nello specchietto retrovisore e il suo sguardo è quasi curioso. Il bambino ricambia lo sguardo. Prende la mano dell’uomo accanto a lui. L’uomo guarda la sua mano nella mano del bambino e capiamo che sta pensando quello che pensiamo noi: il bambino non gli ha preso la mano perché ha paura, ma per fare coraggio a lui. Il cancello si apre e la folla urla ancora più forte. L’autista procede lentamente. La folla non si sposta. Le persone più vicine alla macchina alzano le braccia e le agitano. Siamo in un’empasse. L’autista procede lentamente e attraversa la linea del cancello. Le persone guardano dentro la macchina. E vediamo alcuni volti cambiare. Mentre la maggior parte strilla ancora, alcuni si zittiscono. E via via sempre più facce cambiano espressione. Come se una mano severa e invisibile facesse scorrere l’indice e il pollice dagli zigomi fino alle mascelle, in un unico movimento fluido e preciso. Ora la maggioranza fa silenzio. E ora la totalità fa silenzio. Vediamo l’auto dalla loro prospettiva. Attraverso il finestrino vediamo la figura dell’uomo, il suo volto abbrancato dalla maschera. Il suo corpo è al centro degli sguardi di tutti. È grottesco, è patetico, è sacro. Dopo qualche attimo di stasi, lente, quasi senza pensarci, come in ipnosi, le persone si scansano. Il bambino adesso guarda davanti a sé. La gente lascia passare l’automobile, senza distogliere gli sguardi dall’uomo sul sedile posteriore. La macchina fende gentilmente la folla e la abbandona dietro di sé. Attraverso il lunotto posteriore vediamo le persone che guardano la macchina andare via. L’autista dallo specchietto guarda l’uomo e il bambino. L’uomo guarda fuori dal finestrino. Il bambino guarda dritto davanti a sé. •
AE

 

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Sequenze casuali da film immaginari
a cura di Andrea Esposito

 

sequenze 31/40
in Rapporto Confidenziale 39

 

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