L’Angelo della vendetta

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

angelo


Articolo pubblicato su RC numero2 | febbraio’08 (pag.19)
free download 8.2 | 4.2 | ftp

L’Angelo della vendetta: un combattimento ad armi pari

di Costanza Baldini

La figura della donna-Killer ha, da sempre, avuto molta fortuna al cinema, in una particolare declinazione del cliché della femme fatale, o per meglio dire della dark lady. Da Catwoman a Nikita, da Basic Instinct a Tomb Rider, le donne al cinema hanno sempre saputo maneggiare le armi con grazia e disinvoltura. Vorrei proporre un confronto tra tre film: Ms.45 (as Angel of Vengeance) di Abel Ferrara (1981), Kill Bill vol.I e vol.II di Quentin Tarantino (2003, 2004), e Sympaty for Lady Vengeance di Park Chan-Wook (2005). Questi film raccontano la storia di tre vittime degli uomini, le ferite che gli uomini hanno loro causato sono indelebili ed esigono una vendetta, per cancellare, almeno in parte, il dolore che hanno causato. Le protagoniste: Thana, Beatrix Kiddo e Geum-ja si procurano dunque un’arma e decidono di farsi giustizia da sole. Mi sembra molto interessante analizzare le diverse reazioni delle tre protagoniste, tutte infatti soddisfano con successo il loro personale desiderio di vendetta, tuttavia rappresentano caratteri, psicologie molto diverse. Ancora più interessante è l’analisi di come la mente di un uomo, il regista, possa descrivere la mente di una donna, la protagonista del film. I tre registi scelgono di adottare il punto di vista della donna ed esprimono tre interpretazioni molto diverse sul funzionamento della mente delle rispettive killer.

In Kill Bill vol.I, ‘The Bride’ viene mossa da una furia cieca di vendetta. La sua furia è tale che la protagonista non si ferma davanti a nulla. ‘Se anche tu incontrassi Dio sulla tua strada con questa spada lo trafiggerai’ le dice Hattori Hanzo, il costruttore di Katana. Nel vol.I la psicologia di Beatrix è appena tratteggiata. Sappiamo pochissimo di lei, sappiamo quale sia il danno che Bill le ha inflitto, e la nostra eroina non vacilla mai, neanche quando si accorge di aver ‘per sbaglio’ ucciso Vernita Green davanti a sua figlia. E’ solo nel vol.II che la psicologia di The Bride inizia a diventare più sfaccettata, in particolare nel momento in cui rivede sua figlia e, quasi nello stesso momento, uccide Bill portando a compimento la sua vendetta. E’ davvero commovente il dialogo tra The Bride e Bill in procinto di morire, una vera e reciproca dichiarazione d’amore che ci mostra, forse per la prima volta, che Beatrix non è una semplice ‘macchina di morte’, ma una persona che cova al suo interno dubbi e sentimenti contraddittori:

Bill: «Pai Mei taught you the five point palm-exploding heart technique?»

The Bride: «Of course he did».

Bill: «Why didn’t you tell me?»

The Bride: «I don’t know… because I’m a bad person».

Bill: «No. You’re not a bad person. You’re a terrific person. You’re my favorite person, but every once in a while, you can be a real cunt».

La visione di Tarantino è chiara, c’è una totale identificazione con Beatrix, una donna che merita la propria vendetta, come viene più volte sottolineato durante i due film, e che viene idolatrata dal regista che non perde occasione per glorificare l’epopea della sua eroina. Il regista insiste sui dettagli fisici più ‘atletici’ della protagonista, il sudore, le ferite, il sangue. La furia che muove Beatrix è puro istinto di sopravvivenza, diritto naturale di prevalere sugli altri animali, legame naturale con la figlia della sua carne. Se non fosse abbastanza chiaro, il regista che lo ribadisce anche alla fine ‘la leonessa si è riunita con i suoi cuccioli, adesso tutto è calmo nella foresta’.

Sympathy for Lady Vengeance è forse, dei tre, il film che descrive in modo più complesso ed articolato la psicologia di una donna divisa tra sentimenti opposti. Park Chan-Wook ha la capacità di descrivere il più infinitesimale moto dell’anima della sua indecifrabile protagonista. Geum-ja è davvero una donna come ce ne sono poche. Tutte le sue energie sono volte alla distruzione totale di un uomo, il professor Baek che le ha rapito la figlia e che l’ha costretta a scontare il carcere al suo posto. La vera sfida, tuttavia, si svolge dentro la testa di Geum-ja che compie ogni sforzo per non perdere definitivamente la ragione. Ne risulta l’incredibile ritratto di una donna dilaniata da dubbi e sentimenti opposti: l’ansia di redenzione, la furia omicida, l’ossessione per la giustizia, l’ingenuità, l’amore per la figlia. E’ come se Geum-Ja forzasse continuamente il proprio carattere a compiere un atto dovuto di giustizia, eloquente, in questo senso, la scena in cui taglia i capelli al professor Baek e guarda fissa in camera con sguardo allucinato. Cerca in tutti i modi di sembrare ‘cattiva’, ma lo spettatore sa bene che l’unica cosa in cui crede davvero è l’amore per la figlia ritrovata con cui, come accade anche in Kill Bill, la protagonista ritrova ha immediatamente un feeling istintivo pur non parlando la stessa lingua. La regia di Park Chan-Wook risulta sorprendente nella semplicità con cui riesce a descrivere tramite immagini, pensieri e riflessioni mai esplicitamente dichiarati attraverso i dialoghi.

In Ms.45 o Angel of Vengeance, la protagonista Thana (un’indimenticabile Zoë Tamerlis qui alla sua prima e praticamente unica prova attoriale) è una giovane donna che lavora come sarta a New York. Dopo aver subito un duplice stupro imbraccia una pistola calibro 45 e inizia a uccidere uomini, vagando di notte per le strade più malfamate della città come una specie di Travis (Taxi Driver, 1976) al femminile. Un dettaglio che rende la vicenda ancora più angosciante è il fatto che Thana è muta e dunque non è fisicamente capace di esprimere il proprio dolore o di chiedere aiuto. Lo stile di questo film si avvicina molto al regista voyeuristico per eccellenza degli anni ’80 e cioè Brian De Palma, con una strizzata d’occhio allo homor più nero ispirato ad Alfred Hitchcock (Thana fa a pezzi il cadavere di uno dei due stupratori e lo conserva gelosamente in casa propria). Thana, come Geum Ja è un ‘angelo della vendetta’, vive per vendicarsi, pensa solo a quello. Le due donne sono simili ma anche diversissime, è lo sguardo del regista che le descrive in modo completamente diverso. A Thana, come e Geum Ja vogliono tutti bene, le due donne sanno rendersi molto amabili, tutte le persone che le circondano cercano di aiutarle. Tuttavia Thana è affetta da una grave psicosi, dal giorno dello stupro per lei tutti gli uomini sono uguali e tutti meritano la morte indiscriminatamente. Geum Ja al contrario vive un processo di elaborazione dei sentimenti molto più complesso e spesso anche contraddittorio, entrambe mostrano a tratti un’ingenuità quasi infantile. In entrambi i film c’è un riferimento alla religione cattolica, religione che sarà rifiutata (anche se rimane sempre presente in lei come ‘forma mentis’) da Geum Ja ed ‘evocata’ da Thana che si veste da suora nella scena del massacro finale alla festa di Halloween. Non è un caso che particolare enfasi in entrambi i film sia posta nel trucco delle due giovani donne: ombretto rosso per Geum-ja, rossetto rosso fuoco per Thana a sottolineare una ‘trsformazione’ soprattutto interiore. E’ un mondo prettamente maschilista quello in cui si muovono le due protagoniste, a Thana non vengono risparmiate battute volgari e considerazioni di ogni tipo, che anche quando sono più innocenti (il ragazzo stile Tony Manero che la insegue per riconsegnarle la borsa) devono essere immediatamente punite. Ma non ci sarà salvezza per Thana che è prima di tutto vittima di una solitudine senza scampo.

In tutti e tre i film, nonostante lo spargimento di sangue sia sempre dietro l’angolo, i registi si trovano d’accordo nell’inserire sempre momenti ironici, se non del tutto comici che sdrammatizzano l’incedere inevitabile della tragedia. La complessità dell’universo femminile viene sempre esaltata: i broncetti di Geum-ja, la scena di The Bride che incontra per la prima volta Hattori Hanzo, anche Thana, la più ‘monolitica’ e ‘psicotica’ delle tre viene sorpresa a giocare guardandosi allo specchio. Le donne sono esseri misteriosi e pericolosi, sembrano suggerirci i tre registi, possono comportarsi con l’innocente freschezza di una bambina anche mentre stanno riflettendo su come piazzarti la prossima pallottola in corpo.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+