Francesco Calabrese on “I Killer”

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Penso che oramai sia il web lo strumento migliore attraverso il quale scoprire il cinema più interessante, sicuramente lo è per il formato breve che, nei festival, soffre sempre di collocazioni poco fortunate nei programmi monstre che ci propinano. Online hai modo di vedere grandi quantità di cortometraggi, il più delle volte banali e sciatti, ma spesso incroci dei gioielli, come nel caso de I Killer di Francesco Calabrese (che puoi vedere qui). Calabrese, made in Italy 1980, "arriva" dal videoclip (The Bloody Beetroots, Steve Aoki, Fiorious, Too Young To Love, Amari e Tease) e dalla pubblicità per alcuni dei marchi più prestigiosi del globo terracqueo (Dolce & Gabbana, Vodafone, Google, Gucci, Yamaha, Lamborghini, SKY e molti altri), ma ha anche all’attivo alcuni cortometraggi particolarmente riusciti e di buon successo (su tutti Lovely Monster – vedi sotto).

A corredo della pubblicazione de I Killer all’interno della CINETECA di Rapporto Confidenziale e sul sito, ho pensato di realizzare una brevissima intervista a Francesco Calabrese per farmi illustrare un po’ di quello che sta dietro ai suoi densi 12 minuti…

 

Alessio Galbiati: I Killer è tratto dal racconto Prove di coraggio di Nicola Lombardi (contenuto nella raccolta Bambini assassini, edizioni Stampa Alternativa, 2000) e sceneggiato da te insieme a Enrico Audenino. Ci puoi raccontare cosa ti ha spinto a raccontare questa storia e quali sono state le principali differenze fra il racconto di Lombardi e la vostra sceneggiatura?

Francesco Calabrese: Sono sempre stato affascinato dalla brutalità dell’infanzia e dell’adolescenza, perché credo che in quel periodo risieda tutto quello che siamo e saremo, per sempre. Quindi quando anni fa ho trovato in una libreria quella raccolta di racconti, il titolo mi ha subito colpito. In particolare il racconto di Nicola mi ha riportato alla mente alcuni momenti vissuti in prima persona, misti all’immaginario esterofilo ed epico del cinema americano. Essendo poi quello un periodo in cui cercavo lo spunto per una storia da raccontare, ho pensato bene di adattare quello convinto che sarebbe stato facile da girare. Al tempo però non ero molto esperto e neanche Enrico (Audenino), che lo ha sceneggiato con me. In ogni caso, a parte gli aneddoti e gli aspetti produttivi, quello che trovo più importante riguardo questo racconto è il fatto che rappresenti il bisogno che tutti, grandi e piccoli, abbiamo di essere accettati da un gruppo o dalla società intera. E ci mette davanti a cosa a siamo in grado di fare e sacrificare per raggiungere quell’obiettivo.
Le differenze principali tra il racconto e il film sono minime, ma bastano a cambiare la percezione. Il racconto finiva con il protagonista morto, ucciso dal rivale. Mentre in questo caso non si conclude in tragedia, ma con un aria di speranza. Il protagonista combatte e si libera dell’aggressore e per questo cresce, ma rimarrà per sempre segnato.

AG: Mi ha molto colpito e convinto la maniera con la quale hai concluso il cortometraggio. La sequenza conclusiva impone allo spettatore una grande attenzione perché l’azione si svolge, e la storia si compie, ben distante dall’occhio della macchina da presa. Dal punto di vista tecnico come l’hai realizzata, con quale ottica? E, più in generale, che tipo di considerazioni hai fatto per questa sequenza, l’idea che non tutti gli spettatori possano cogliere la risoluzione della storia la consideri una sfida, una provocazione nei confronti di una visione distratta, oppure questa scelta è nata unicamente per istinto?

FC: In realtà c’è anche un finale alternativo da qualche parte, ma questo è quello del Final Cut.
In ogni caso, seppure non in modo troppo ovvio, questa chiusa mi pare abbastanza chiara e comunque un minimo di apertura e fiducia nello spettatore cerco sempre di averla. Primo perché quando sono io il fruitore mi piace essere stimolato da quello che vedo e secondo perché mi piace stimolare con quello che faccio. L’istinto gioca un ruolo assai ridotto quando si tratta di girare un film, credimi. Ora poi non ricordo quale ottica abbiamo usato per una o per l’altra inquadratura, ma come ho già detto, non penso che la tecnica sia rilevante.

AG: Chi è Francesco Calabrese? Da dove arriva e cosa ci fa adesso a Los Angeles?

FC: Non c’è molto da dire, lascio parlare il mio lavoro. Arrivo dalla provincia del nord Italia e sono a Los Angeles per seguire lo sviluppo del lungometraggio tratto da Lovely Monster, il corto che lo scorso anno mi ha portato qui a firmare con Lionsgate. Oltre a questo sono qui per allargare i miei orizzonti e godere del clima mite di questa città impossibile.

AG: Ti andrebbe di consigliare ai nostri lettori qualche cortometraggio recente che reputi degno di nota?

FC: Non frequento i festival e non sono un appassionato di cortometraggi, quindi mi è molto difficile pensare a qualcosa da consigliare che non sia un lungo o un videoclip o uno spot pubblicitario… Però qualche tempo fa ho visto questo video decisamente originale e piacevole e penso che possa rappresentare per molti una spinta a creare, anche senza mezzi, semplicemente partendo da uno spunto libero come le parole di un bambino.

Poi vi consiglierei il mio Lovely Monster… ma solo per narcisismo.

 

Francesco Calabrese  sito

 

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