Mary is Happy, Mary is Happy > Nawapol Thamrongrattanarit

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Mary is Happy, Mary is Happy
di Nawapol Thamrongrattanarit | Thailandia/2013
Venezia 70 | Biennale College – Cinema
recensione a cura di Chiara Rigione

 

«L’aforisma, la sentenza, in cui io sono il primo dei maestri tedeschi, sono le forme dell’eternità; la mia ambizione è quella di dire in dieci proposizioni quel che ogni altro dice in un libro, quel che ogni altro non dice in un libro», scriveva Friedrich Nietzsche nel 1888. Oggi, nell’era di Twitter, l’aforisma non occupa più di 140 caratteri, “cinguettati” nel cyberspazio e spesso dimenticati con la stessa velocità di un tweet. L’eternità è un concetto che ci sfugge, che svanisce nel momento in cui, cliccando sulla freccetta ricurva, si aggiorna la pagina.

E se invece si pensasse di catturare, raccogliere e riordinare diligentemente quei pensieri, tentando di fornirgli una storia plausibile?

Mary is happy, Mary is happy è una favola elettronica, l’adattamento digitale della vita di un’adolescente di Bangkok attraverso i 410 tweet da lei pubblicati nel corso di un anno. Mary Malony esiste davvero, la sua pagina Twitter (@marylony) registra più di duemila followers e oltre tredicimila tweet, ma probabilmente non ha nulla in comune con il personaggio inventato da Nawapol Thamrongrattanarit.

«È stato molto impegnativo adattare la vita di un’altra persona alla sceneggiatura. Ho scelto Mary perché i suoi tweet mi lasciavano lo spazio necessario ad esprimere le mie idee.», ha dichiarato Thamrongrattanarit, che ha scelto di concludere la sceneggiatura prima di chiedere il permesso alla studentessa di rendere pubblici i suoi tweet. «Non avrei potuto parlargliene prima, pur essendo consapevole che avrebbe potuto rifiutare. Non volevo rischiare che diventasse innaturale nello scrivere».

Che la sfida intrapresa da Thamrongrattanarit, regista tailandese esordiente classe 1984, sia stata impegnativa è da credersi. Il labirinto in cui volutamente si è insinuato si è rivelato un bel rompicapo, come d’altronde lo è l’adolescenza. Rompicapo riproposto allo spettatore che cerca di districarsi nel cunicolo narrativo, attraverso una storia che si dipana dinanzi agli occhi e alle orecchie in modo convulso, particolarmente nella prima metà del film. Il titolo del libro di letteratura di Mary “Drama Structure” sembra una richiesta d’aiuto del regista che cerca affannosamente di dare una struttura al suo film. Il ritmo della narrazione è scandito dal battito della tastiera e guidato dal susseguirsi dei tweet della ragazza, in media uno ogni 18 secondi, che invadono lo schermo assumendo ogni volta forme diverse, ora traducendosi in immagini, ora interpretandone gli stati d’animo.

Un vero esercizio di stile quello di Thamrongrattanarit, che ci introduce nella vita di una ragazza completamente fuori dall’ordinario. La telecamera è instabile, quasi sempre a spalla, i dialoghi risultano eccessivi e confusi. Confondono. Come un flusso di coscienza a singhiozzi, i pensieri di Mary espandono la mente dello spettatore. È quasi impossibile star dietro ai discorsi di Mary e Suri, sua migliore amica, ma è altrettanto impossibile distrarsi. C’è qualcosa che attira direttamente al centro dello schermo. Qualcuno prende appunti. Bisognerebbe appuntarsi tutto per venirne poi a capo.

«Mi piace chi si sveglia presto. Dovrei svegliarmi presto per conoscerli», scrive Mary. «Domani succede una volta sola». La felicità di Mary è andare di notte alla ricerca di pavoni con l’amica del cuore. «Ho preso un pavone, alla mamma piacciono». Mary ricerca la luce perfetta per la fotografia dell’annuario di classe. Mary parte improvvisamente da sola per Parigi e passa le sue giornate a dormire ai piedi dei monumenti. L’assurdo diventa l’unica chiave di lettura possibile del mondo criptico della ragazza. Gli insegnanti indossano uniformi da pilota, il preside della scuola muore improvvisamente di morte naturale, il nuovo preside, onnipresente e tirannico seppur invisibile, possiede una fabbrica di caffè e produce zuppe in scatola per la mensa scolastica. Mary ha sempre la stessa uniforme “School 1983” ignara dell’avvicendarsi delle stagioni, come fosse l’eroina di un fumetto. Mary ama la Nouvelle Vague ed ecco l’apparizione di un finto Jean-Luc Godard. Stupore e risate.

 

 

Mary cammina sui binari del treno, Mary s’innamora.
«Tu mi piaci», dice Mary. «Tu no», risponde M.
Silenzio. È la prima volta che ci viene concesso.
«Una vita senza aspettative è una vita felice».

L’umore del pubblico fa su e giù con quello della ragazza, l’ironia del surreale e la superficialità bambinesca iniziale cominciano a svanire. Ma il mondo dell’assurdo è sempre dietro l’angolo, così come il susseguirsi di ricoveri di Mary in ospedale per l’esplosione del suo smartphone. Suri viene trovata morta sul ciglio della strada, il suo diario nelle mani di Mary diventa una potente arma autodistruttiva.

«Se potessimo allenare i sentimenti, oggi ripartirei dalla felicità».
«Mary is happy» ripete la psicologa.
«Mary is happy – Mary is happy» cantilena poco convinta lei.

Il film prende la piega giusta, lo sentiamo, inizia davvero a piacerci. Il surreale si sposa perfettamente con i caratteri impressi sullo schermo.

«Nascondi i tuoi sentimenti».
«Non ho potuto scegliere il mio nome. Sono almeno mia?».

È tardi, Mary, sei negli occhi di tutti, sei di tutti.
Thamrongrattanarit riesce a divincolarsi, tra una serie di apparenti finali, fino a raggiugere quello vero, aperto. L’esperimento è riuscito, siamo tutti storditi, ancora incapaci di comprendere quello che abbiamo vissuto.

«Fare un film è come mischiare elementi chimici. È sperimentale e non sai mai quale sarà il risultato, finché non ti siedi in sala di montaggio. A volte durante le riprese capita una magia inaspettata, come uccelli bellissimi che volano all’interno dell’inquadratura. Questo è il suo grande fascino».

Anche stavolta il binomio Thailandia/Cinema sperimentale ha condotto a qualcosa di piacevolmente sorprendente, nonostante il cinema di Thamrongrattanarit non abbia nulla in comune con quello del suo connazionale eclettico e visionario Apichatpong Weerasethakul.

Dopo 36, lungometraggio realizzato nel 2012, Nawapol Thamrongrattanarit si interroga ancora sul ruolo della tecnologia nella vita quotidiana, analizzandone gli effetti, quali il depotenziamento del ricordo. La frase chiave di Mary «Non serve registrare, basta ricordare» sembra richiamare perfettamente il dialogo tra i due protagonisti di 36: «Peccato che non abbia più sue foto», «Perché peccato? Puoi ancora ricordarlo».

 

Nota: Mary is happy, Mary is happy è stato presentato alla 70. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Biennale College (prima edizione). Il progetto Biennale College-Cinema, sostenuto dalla Biennale di Venezia in partnership con Gucci, ha permesso a tre team di registi e produttori, selezionati tra più di 400 provenienti da tutto il mondo, di realizzare la prima o seconda opera audio-visiva a basso costo (150’000€ messi a disposizione per ogni progetto, per cinque mesi di lavorazione). È possibile leggere interviste e curiosità QUI. •

Chiara Rigione

 

 

Mary is Happy, Mary is Happy
di Nawapol Thamrongrattanarit (Thailandia/2013, 125′)
con Patcha Poonpiriya, Chonnikan Netjui

 

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