In Another Country > Hong Sang-soo

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On ne vit sa vie qu’une seule fois,
donc si on la rate, c’est foutu

Hong Sang-soo

 

C’è tutto un universo nel penultimo film di Hong Sang-soo: quello dell’estraneità e dello straniamento, o meglio del progressivo avvicinamento, del processo di incontro tra le persone e dei fraintendimenti che può provocare. Ed esiste con tutta probabilità anche una forma topica all’interno della quale si può inserire questa storia: è quella che almeno a partire da Stromboli immette Ingrid Bergman in un contesto estraneo e ostile, o che in modo diverso e cronologicamente più vicino al regista coreano fanno registi come Abbas Kiarostami in Copie conforme del 2010 e soprattutto Sofia Coppola in Lost in Translation del 2003, utilizzando rispettivamente Juliette Binoche e Bill Murray come icone del processo di costruzione di un amore, o più generalmente della tessitura di nuovi rapporti umani. L’estraneità dell’ambientazione consente di assistere a questo processo nella purezza permessa da una scissione dagli eventi circostanti, come in un acquario: acquario in cui Isabelle Huppert si muove con una grazia particolare, fino a diventare – nell’ultima inquadratura di questo In Another Country, passeggiando con il suo ombrello in maniera spensierata – un doppio contemporaneo di Charlot. Hong Sang-soo è un regista raffinato e divertente, e nel modo in cui adopera la macchina da presa e mette in scena le sue storie si riconosce il talento di chi è talmente padrone del mezzo da poterci giocare senza temere eccessi. Bastano poche inquadrature per innamorarsi del suo mondo, che è il frutto di un’estrema libertà creativa non soltanto per il basso budget che utilizza o per l’assenza di sceneggiatura, ma per un’aria di leggerezza che riesce a permeare ogni sequenza. E il gusto dello spettatore consiste principalmente nel farsi coinvolgere in questo gioco: con le inquadrature (nel movimento di uno zoom dondolante che è una vera e propria firma); con gli stereotipi (quel che ci dice sullo stereotipo dell’uomo coreano non è molto diverso dai cliché sull’uomo mediterraneo); con gli attori (e con la loro recitazione vitale e stralunata, che si ripete nei suoi vari film); con le storie che racconta (nel loro intreccio di differenze e ripetizioni).

In Another Country è – come sempre più spesso accade nelle storie che si raccontano sul grande schermo, ma in maniera tutt’altro che convenzionale – un film dentro un film, anzi tre film in uno solo: tre storie scritte sul quaderno di Won-joo, giovane regista in vacanza con la madre, che prendono vita nella sua immaginazione e ruotano attorno al perno di una donna straniera che si ritrova in Corea del Sud per ragioni diverse (regista famosa in visita a un amico regista; ricca casalinga in fuga dal marito per incontrare l’amante; moglie tradita alla ricerca di sé in gita con un’amica). Le tre storie hanno punti di contatto, si intrecciano e costruiscono una partitura musicale che è quella della variazione su un tema e della ripresa di scene e immagini che fanno da leitmotiv al film, e ha il passo di ciò che racconta, il ritmo di un comico che si costruisce scena dopo scena, con i tempi necessari alla costruzione di qualcosa di veritiero nell’esplorazione delle peripezie del caso. Perché quel che rimane dopo la visione del film è la sensazione di un sentimento di verità quale solo dalla finzione può derivare: una verità fatta al contempo di leggerezza e gravità, perfettamente rappresentata da una delle scene più divertenti del film, quella in cui Anne dichiara il proprio amore all’amante, e contemporaneamente lo schiaffeggia. «Il mio film può essere visto in modo più o meno comico, o più o meno tragico, a seconda del vostro umore del momento», ha dichiarato il regista ¹. I pochi personaggi che ruotano attorno alle tre diverse Anne costruiscono una rete che si snoda tra un albergo, la spiaggia, un ristorante di Mohang, e intessono relazioni provvisorie, limitate non soltanto dal periodo della vacanza ma anche dall’uso della lingua inglese, che è straniera per tutti i personaggi e che per questo crea un luogo comune (un tessuto che è anche musicale) all’interno del quale le situazioni trovano ospitalità. In Another Country è un film che ha il respiro del cinema, un cinema che nasce dall’ambientazione e che riesce a costruire un racconto fatto di parole, atmosfere, luci. Caratteristiche che fanno di Hong Sang-soo uno dei registi più interessanti dei nostri tempi.

Presentato in concorso alla 65esima edizione del festival di Cannes, il film è meritoriamente distribuito in Italia da Tucker. Il doppiaggio italiano – piaga cui la distribuzione in sala pare essere malgrado tutto ancora costretta, nonostante le possibilità che il digitale riserva – snatura tuttavia gran parte del film, che gioca per l’appunto sullo straniamento linguistico di una francese e un gruppo di coreani che parlano in una lingua che non padroneggiano appieno; e tuttavia la copia italiana ha il piccolo pregio di mantenere in versione originale con sottotitoli le parti dialogate in coreano. Poteva andare persino peggio, insomma. •

Andrea Inzerillo

 

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Note:

1. Il suffit de peu pour voir la vie sous un angle joyeux, incontro con Hong Sang-Soo a cura di Jean-Sébastien Chauvin, in Cahiers du cinéma 682/2012, pp. 28-29. In questo numero della rivista è presente un lungo speciale dedicato al regista coreano, con interviste, analisi dei suoi film e un bel diario di bordo di Isabelle Huppert dal set di In Another Country.

 

 

In Another Country
Titolo originale: Da-reun na-ra-e-seo

Regia, sceneggiatura: Hong Sang-soo
Fotografia: Park Hong-yeol, Ji Yoon-jeong
Montaggio: Hahm Seong-won
Musica: Jeong Yong-jin
Produttori: Kim Kyeong-hee, Hong Sang-soo
Voce narrante: Jung Yoo-mio
Interpreti principali: Isabelle Huppert, Yu Jun-Sang, Jeong Yu-mi, Yoon Yeo-jeong, Keun Moon Sung, Hyo Kwon Hye, Moon So-ri, Youngoak Kim
Produzione: Jeonwonsa Films
Suono: Dolby, Dolby Digital
Rapporto: 1.85:1, 2.35:1
Formato di proiezione: DCP
Lingue: coreano, inglese
Paese: Corea del sud
Anno: 2012
Durata: 89′

 

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