Quattro notti di uno straniero > Fabrizio Ferraro

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Ho incontrato il timido Fabrizio Ferraro in una serata di settembre stranamente fredda e umida. Preludio perfetto al film che avremmo visto. Poche domande, o meglio affermazioni, risposte concentrate.

Quattro notti di uno straniero.
Parte da Le notti bianche di Dostoevskij per poi perdersi nei vicoli di Parigi.

La lavorazione.
Fare un film oggi ti riempie perché sai che stai disperatamente resistendo a qualcosa senza sapere a cosa. Filmare oggi è molto facile almeno apparentemente, è facile la riproduzione dell’immagine. Riuscire a capire come costruire poi una visione è un’altra cosa. Ogni volta che ti tuffi nell’avventura di un film è sempre faticoso a priori, soprattutto quando non sai dove stai andando. Vedere dove ti ritroverai è la cosa interessante. Non lo sai mai prima.

Il circuito alternativo.
È una scelta consapevole e al contempo forzata. Forzata dalla situazione visto che non si fa più attraverso il cinema esperienza estetica, c’è una situazione di stallo. La gran parte dei registi sono irresponsabili perché per salvare il loro piccolo tornaconto distruggono se stessi, il terreno su cui camminano e l’aria che respirano. Il film successivo devono abbassare sempre più il livello, non fare più un film libero. Sempre più registi dotati e consapevoli accettano delle imposizioni per chissà quali leggi e chissà quali regole che non sono scritte da nessuna parte.

Il bianco e nero.
Mi viene da dire perché il colore. Sono scelte date dalla ricchezza di alcune macchine. La ricchezza dei grigi mi entusiasmava di più perché ci sono più informazioni rispetto al cliché del colore. Le dominanti dei colori fanno sì che il film venga ancora di più ancorato al proprio tempo. C’è una saturazione eccessiva della plastica digitale del colore. Sabotare il digitale per non farsi direzionare dalla macchina tecnologica. Cerco di capire qual è la posizione migliore e la fotografia giusta per il film.

Digitale.
Anche qui una scelta voluta e forzata. Cerco di utilizzarlo per come voglio io e non il contrario.

I film hanno vita lunga.
Viviamo in un mondo dove si dimentica tutto. Al di là del valore del film, alcuni riescono ad incontrare delle persone e a proseguire il loro cammino. La prigione che si rompe per andare da un’altra parte.

Il cantiere.
Sto girando un film musicale sul concetto di fuga, per esempio in Bach, con musicisti jazz come Paolo Fresu.

 

 

Non parla molto Ferraro, non ama farlo, vuole farlo attraverso i film. La visione umida e fredda è specchio delle immagini che si depositano piano piano sullo schermo bianco, con eleganza e raffinatezza di inquadrature. Il film è un lento treno onirico, che si ferma in tutte le stazioni e aspetta. Aspetta tutti, fino all’ultimo. É un quadro in bianco e nero di un bianco accecante e di un nero torbido che impedisce la visuale. È maschera da portare con pazienza senza soluzione di continuità, di giorno e di notte, e di notte copre anche dal freddo. Le scene sono tirate fino all’estremo come rette parallele, quelle che alle scuole medie non si incontrano e non si incontreranno mai, ma che alle superiori ci ripensano, e prima o poi verso l’infinito magari, ma un appuntamento se lo danno e arrivano anche puntuali. Forse sono tirate un po’ troppo, stressate nella illusione del fermo immagine, l’occhio del regista indugia per molto tempo, ma guai a contarlo il tempo, è una invenzione infinita.

Il film è un contenitore di elementi, l’acqua in primis, e non acqua di petrarchesca memoria, né chiara né fresca né dolce, è acqua della Senna sulla cui salubrità nutrono dubbi anche i ratti che la frequentano. Elementi come la metropoli, quella senza connotati, che la rende uguale e diversa a qualsiasi altra. Elementi come la morte o la quasi morte, che poi che differenza fa.

Vi si muovono indecifrabili personaggi che si seguono e si inseguono, ma con calma, che fanno le scale dal primo all’ultimo gradino, non come i film normali. Effettivamente qualche forzato intellettualismo si evince, ma forse la visione dovrebbe conformarsi a canoni da opera pittorica nel suo contenitore naturale: un museo d’arte moderna. O elaborarsi discretamente emulando il treno lento di cui sopra. Sempre che non si abbia fretta di arrivare. •

Vincenzo Libonati

 

 

Quattro notti di uno straniero
Titolo internazionale: Quatre nuits d’un étranger

Regia, sceneggiatura, fotografia, montaggio: Fabrizio Ferraro
Soggetto: ispirato a Le notti bianche di Fëdor Dostoevskij
Suono: Klothè
Mix suono: Tommaso Galati
Collaborazione alla realizzazione: Felice D’Agostino
Produttore: Marcello Fagiani
Interpreti: Marco Teti, Caterina Gueli
Produzione: Boudu, Passepartout
In collaborazione con: Rai Tre – Fuori Orario
Distributore: Boudu
Colore: bianco e nero
Formato di proiezione: DCP
Paese: Italia
Anno: 2013
Durata: 90′

 

Fabrizio Ferraro – Ha studiato cinema e filosofia del linguaggio, si è poi dedicato alla fotografia e ha organizzato incontri e retrospettive cinematografiche dirigendo, nel 2000 e nel 2001, la Mostra Cinematografica Internazionale di Terzo Cinema.
Nel 2006 ha pubblicato il Breviario di estetica audiovisiva amatoriale – Natura, immagine, etica edito da Derive Approdi. Tra il 2006 e il 2008 ha realizzato una tetralogia di film-studio sull’amatorialità, singolarmente presentati in vari festival tra cui il Torino Film Festival e il Fid di Marsiglia; nel 2009 ha diretto Je suis Simone – La condition ouvrière, menzione speciale al 27° Torino Film Festival, seguito l’anno successivo da Piano sul pianeta – Malgrado tutto, coraggio Francesco

2013 | Quattro notti di uno straniero
2011 | Ethos (Doc)
2011 | Penultimo paesaggio
2010 | Piano sul pianeta – Malgrado tutto, coraggio Francesco! (Doc)
2009 | Je suis simone (La condition ouvriere) (Doc)
2008 | Malvisto maldetto. Film-studio in III durate (Doc)
2008 | Sopralluoghi all’inferno. Tetralogia sull’amatorialità IV (Doc)
2007 | Suite in amore, alto/basso/sotto (Doc)
2006 | Le variazioni del signor Quodlibet. Film-studio in tre variazioni (Doc)

 

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