Il cinema di Carlo Lizzani

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Sul set di Barbagia, 1969

Ripubblichiamo qui, come piccolo e modesto omaggio, una recensione al libro di Carlo Lizzani Il mio lungo viaggio nel secolo breve comparsa originariamente sulla Rivista Segno diretta da padre Nino Fasullo, n. 299/2008, pp. 56-7.

 

In un libro recente (1), Francesco Casetti ha analizzato il ruolo che il cinema ha avuto per la storia e per la cultura del suo tempo al compiersi del suo primo secolo di vita, ribadendo come senza alcun dubbio il Novecento sia stato il secolo del cinema: oltre ad essere stato la grande scoperta che lo ha avuto a battesimo, il cinema ne ha infatti determinato le sorti durante tutto il suo sviluppo, non soltanto scandendone gli avvenimenti ma persino ridefinendo le modalità stesse di percezione del mondo – agendo cioè di fatto sull’immaginario collettivo e determinandolo largamente. Di questo sguardo sul Novecento Carlo Lizzani è stato certamente uno dei più autorevoli esponenti, sin dalla partecipazione a quel movimento neorealista che ha reso il cinema italiano celebre nel mondo; ma in maniera più peculiare di altri Lizzani ha fin da subito accostato all’attività di regista quella di critico, teorico e storico del cinema, unendo dunque alla prassi artistica una continua elaborazione teorica. Il mio lungo viaggio nel secolo breve, autobiografia di Lizzani edita da Einaudi nel 2007, restituisce appieno il senso di questo percorso: e rappresenta un formidabile e appassionante dietro le quinte di questa visione che il cinema – italiano e non – ha avuto sul secolo scorso.

Intellettuale militante, sceneggiatore e regista impegnato, critico e teorico del cinema come del marxismo, politico mancato (per scelta), Lizzani è una di quelle figure che sarebbe riduttivo costringere in uno o più aggettivi; il suo libro, che già dal titolo è un omaggio ad Hobsbawm, sembra assumere in maniera fittizia le vesti di un’autobiografia per celare ciò che in fondo e più propriamente è, e cioè in tutto e per tutto un saggio di storia, non fosse altro che per un’ineludibile impressione che pervade il lettore per tutta la sua lunghezza: l’impressione che Lizzani, classe 1922, sia un giovincello. Ed è quantomeno insolito che un giovincello scriva un’autobiografia. Cos’altro pensare di uno scrittore dalle cui pagine trasuda una non comune passione per la storia ed un’invidiabile attenzione alle più attuali ricerche storiografiche, che sorreggono da un punto di vista teorico le sue idee e le sue intuizioni? Che dire di un regista la cui prima opera risale al 1949 e l’ultima al 2008 (era cioè in preparazione all’epoca dell’uscita del libro), un autore che non ha mai smesso di interessarsi alle modifiche tecnologiche cui è andato incontro il cinema né ha disdegnato di misurarsi con nuovi linguaggi – non ultime le fiction televisive? Tutto si può pensare meno che sia un uomo che guarda al passato con rimpianto, o che scrive un libro per ringraziare e dire addio alla sua attività. Si fa fatica dunque a parlare di questo libro come di un’autobiografia, perché si fa fatica a pensare a Lizzani come ad un artista del passato, come a qualcuno che ha dato tanto al cinema e alla cultura italiana, senza pensare piuttosto a quello che potrà fare, a quello che potrà ancora dare questo instancabile sperimentatore.

Proviamo comunque a stare al gioco, visto che in questa storia del Novecento Lizzani parla di sé e del suo cinema; e cominciamo col dire che i racconti che la compongono sono quelli di un uomo che ha conosciuto e frequentato alcune tra le più importanti personalità della politica e dello spettacolo del secolo scorso: da Amendola a Berlinguer, da De Santis a Visconti, da Pertini al bandito Mesina, solo per fare alcuni nomi. Una storia, quella di Lizzani, per altri versi comune a molti: quella di una generazione di giovani nati negli anni ’20 e che, affascinati inizialmente da alcuni aspetti del fascismo (il furore antiborghese, l’anima modernizzatrice), si ritrovarono presto dall’altra parte della barricata, nella clandestinità, a organizzare forme di resistenza. Potrebbe apparire singolare che i primi interstizi di libertà venissero trovati proprio all’interno di un’organizzazione fascista come il Cineguf (dove Lizzani e altri potevano vedere e amare film proibiti come quelli di Ejzenštejn, Chaplin o dell’espressionismo tedesco); e singolare è certamente che il primo vero spazio di riflessione autonoma e quasi ormai libera fu quella rivista Cinema diretta dal figlio del duce, Vittorio Mussolini, che anni prima della strepitosa generazione francese dei Cahiers du Cinéma divenne una fucina di intellettuali e cineasti che di lì a poco avrebbero contribuito a rivoluzionare il cinema mondiale (De Santis, Rossellini, Visconti, Pasinetti, Antonioni, Pietrangeli). Cinema è forse il primo esempio di nascita di una resistenza intellettuale attorno ad una rivista cinematografica: resistenza fatta innanzitutto di un diverso uso delle parole che ebbe, come effetto del tutto naturale, ricadute immediate sull’invenzione di nuove idee e tecniche cinematografiche (per il neorealismo, così come avverrà coi Cahiers per la nouvelle vague).

 

Cronache di poveri amanti, 1954

 

I racconti degli inizi della carriera cinematografica – gli incontri con Blasetti, l’esperienza di Germania Anno Zero a Berlino con Rossellini, la nomination all’Oscar per la sceneggiatura di Riso amaro – sono l’occasione per alcune riflessioni teoriche sul cinema, il neorealismo e l’epoca di transizione dal fascismo alla democrazia, con tutto ciò che questa comportava per un giovane che doveva decidere che fare della propria vita: “se destinare la mia vita all’uccisione del tiranno o piuttosto raccontarne i segreti e le gesta, […] se impegnarmi nell’azione diretta o tradurla in racconto” (2). La scelta per il racconto viene vissuta quasi come un tradimento: e la scoperta che contro il tiranno ci si può impegnare anche tramite un racconto avverrà solo nel corso degli anni, strettamente legata a quell’idea di cinema come strumento di conoscenza e cambiamento del proprio paese e del proprio mondo che il regista svilupperà nel corso della sua opera.
Già, perché confinarsi nel proprio paese? L’internazionalismo marxista in questo è d’aiuto: Lizzani sarà uno dei primi registi a girare il mondo in lungo e in largo per filmare in paesi lontanissimi dall’Italia, Angola e Giappone, URSS e Stati Uniti, Africa e Asia ecc. Centrale nel libro e nella produzione di Lizzani è allora, nel 1957, La muraglia cinese, il primo film sulla Cina girato da un occidentale. La parte dedicata al resoconto del film cinese è piuttosto lunga e in essa predominano gli appunti e i diari, ai quali Lizzani dichiara sin dall’Introduzione di affidare larga parte della sua esposizione; si tratta di una sezione certo appassionante, ma nella quale più che in altre i materiali diaristici risentono di una mancata rielaborazione, e trovano forse una coesione meno efficace di quella raggiunta nella prima e nella terza parte del libro. Dai diari di Lizzani emerge tuttavia una fervida testimonianza degli esili confini che esistono tra creazione e organizzazione nella settima arte: l’essenza eminentemente temporale del cinema appare così sotto tutti i suoi aspetti, da quello produttivo a quello realizzativo. La narrazione diaristica ci consente inoltre di assistere a una accurata disamina su usi e costumi della Cina maoista degli anni ’50, e anche qui, secondo uno schema che sarà proprio di tutto il libro, i fatti narrati divengono lo spunto per una riflessione teorica: la critica del comunismo su base agricola che Lizzani continuerà a sostenere negli anni a venire.

I nomi degli attori e delle attrici che animano la vasta filmografia del regista sono noti e appartengono oggi alla storia del cinema; nella parte del libro che ripercorre più analiticamente la carriera di Lizzani troviamo spesso traccia dell’inizio (o quasi) delle loro carriere, a cominciare da quelle di importanti figure femminili del suo cinema, attrici del calibro di Silvana Mangano, Carla Gravina, Giovanna Ralli; per continuare poi con aneddoti forse poco noti su attori come Pier Paolo Pasolini, Gian Maria Volonté, o su un Peter Falk ancora sconosciuto, un certo Martin Scorsese, un giovane attore di nome Robert De Niro, gradito al regista eppure scartato dalla casa di produzione di Crazy Joe.
Pur attraverso un percorso eclettico, che ha toccato tutti i generi cinematografici (un esempio tra gli altri: il ’68 del suo cinema sarà western, con Requiescant!), Leitmotiv dell’opera di Lizzani rimane sempre l’interesse per la storia contemporanea; il suo, un cinema fortemente votato al cambiamento dello stato di cose. Arte, storia e politica sono dunque la triade dichiarata dalla quale questo intellettuale marxista non si è mai voluto allontanare nel corso di tutta la sua vita: considerando “non la mia vita al servizio del cinema, ma piuttosto il cinema come strumento per conoscere il mio paese e il mio mondo” (3).

 

Con Pier Paolo Pasolini sul set de Il gobbo, 1960

 

La terza parte del libro giunge fino ai giorni nostri, raccontando anche le esperienze per così dire “istituzionali” degli anni ’80, come l’importante direzione della Biennale Cinema di Venezia o la presidenza della Federazione Internazionale Circoli del Cinema: come a completare quegli aspetti che ancora mancavano all’interno di una carriera che ha visto Lizzani ricoprire quasi ogni ruolo nel mondo del cinema. Ma non era e non è ancora finita: dovevano venire i tempi di film come Caro Gorbacev, la caduta del comunismo e le crisi interne alla sinistra italiana; il periodo di ritorno al documentario e di collaborazione con la tv; l’omaggio a Rossellini e Ugo Pirro con Celluloide; la ripresa dell’elaborazione teorica con il saggio del 1995 Il discorso delle immagini; tutte tappe testimoniate ancora una volta dai diari e dagli appunti del regista.

A riprova della nostra impressione iniziale, anche le considerazioni conclusive del regista sono tutt’altro che nostalgiche o consolatorie: “Forse ho fatto troppi film. Ma non me ne pento. […] A volte, anche in qualche film non del tutto riuscito, vedo momenti, sequenze che mi piacciono” (4). Sequenze che potrebbero comporre, com’è Lizzani stesso a suggerire, un’appendice visiva delle varie edizioni della sua Storia del cinema italiano, un’antologia di spezzoni che rappresentino la storia del nostro paese, dalle guerre ai giorni nostri. Un film di montaggio non troppo distante da quel Viaggio in corso nel cinema di Carlo Lizzani che Francesca Del Sette ha dedicato al regista, accostando alle immagini dei suoi film le interviste ad alcuni tra gli attori, i critici, i registi che hanno avuto modo di conoscerlo e collaborare con lui. Un film di montaggio che, anche in linea teorica, renderebbe giustizia alle idee e ai sogni che hanno spinto Lizzani a realizzare le sue opere: il cinema come strumento politico, il sogno di un grande film sulla storia contemporanea, com’è quello, considerato globalmente, del cinema di Carlo Lizzani.

Andrea Inzerillo

 

Articolo pubblicato originariamente in « Rivista Segno », Anno XXXIV, n° 299 – ottobre 2008, pp. 56-7

 
Note:

(1) Francesco Casetti, L’occhio del Novecento – Cinema, esperienza, modernità, Bompiani, Milano 2005.

(2) Carlo Lizzani, Il mio lungo viaggio nel secolo breve, Einaudi, Torino 2007, p. 56.

(3) Ivi, p. 183.

(4) Ivi, p. 308, corsivo mio.

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  • Giuseppe Barreca

    Un grande regista, un intellettuale fine, se n’è andato con grazia, come è vissuto