Behind the Candelabra > Steven Soderbergh

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Sono venuto a conoscenza di Liberace l’anno scorso grazie a una canzone di Lady Gaga, “Dance in the Dark”, in cui veniva nominato insieme a Gesù e Stanley Kubrick. Avendo già un’idea di chi fossero gli altri due, mi sono informato sul primo. Ho scoperto così un tipico fenomeno da Las Vegas: un carismatico istrione dalla voce vellutata e un pianista dalla tecnica sensazionale (sul talento in senso “artistico”, non ho le basi per potermi pronunciare), quasi da fenomeno da baraccone, che poi era quello su cui puntava l’intero personaggio, grazie anche a un immaginario fatto di costumi, scenografie e repertorio musicale talmente kitsch che gli ABBA in confronto sembravano Crosby Still Nash & Young, e non è una battuta.
Quindi, faccio parte dei (credo) pochi spettatori europei che hanno visto questo film avendo già un’idea di chi e cosa si parlasse.
Il film di Soderbergh è bello. Ed è importante sottolinearlo perché non sempre questo regista azzecca il film. Troppe velleità d’autore che cozzano con la mancanza di talento, i cattivi hanno detto più volte. E il suo penultimo Magic Mike sembra confermare questa tesi: una versione maschile de Le ragazze del Coyote Ugly diretta come se fosse un Cassavetes. Il classico regista che, avendo comunque qualche carta da giocare (ottimo direttore di attori, un gusto estetico piuttosto gradevole, un buon senso del ritmo e una certa sensibilità al soggetto trattato) da il meglio di sè quando lavora su commissione piuttosto che quando si dedica a progetti personali. Anche se a onor del vero, questo è un progetto personale, tanto che è stato Soderbergh stesso a bussare alle porte di vari studi hollywoodiani cercando qualcuno che lo producesse.

 

La rete via cavo HBO ha risposto all’appello, facendone un film per la televisione che è stato poi presentato in concorso a Cannes. Un bel film, dicevo, bello in senso classico: ben diretto, interpretato magistralmente non solo dai due incensatissimi protagonisti Michael Douglas e Matt Damon, ma da tutto il cast (tra i quali ritroviamo Dan Aykroyd, Scott Bakula, Rob Lowe e nientemeno che Debbie Reynolds), girato benissimo con un budget non enorme e in stile “televisivo”, che al cinema da un effetto “film anni 40” che giova all’atmosfera vintage e “camp” della pellicola (quando un attore entra in scena lo si vede dalla testa ai piedi, quando è fermo viene inquadrato leggermente dal basso, oppure in primo piano in modo che risaltino il più possibile gli occhi, i “carelli” sono quasi sempre corti, le panoramiche fisse, niente camera a spalla tranne in qualche scena “matta e disperatissima”).
Ma il film è bello anche perché riesce in varie, inaspettate, prodezze: ci fa apprezzare, quasi amare, due personaggi che non fanno niente per essere simpatici; riesce a mettere insieme un quadro assai esaustivo del rapporto tra la società e la minoranza omosessuale, senza che diventi il tema portante del film, e evitando magistralmente qualsiasi tentazione moralistica e militante (il fatto che Liberace sia incredibilmente riuscito a nascondere la propria omosessualità al mondo intero viene chiaramente preso in considerazione, ma con grande sobrietà, come se fosse assolutamente normale all’epoca, il che ovviamente lo rende ancora più assurdo agli occhi di uno spettatore di oggi, o almeno dovrebbe). Inoltre, riesce a raccontarci una storia d’amore abbastanza noiosetta (a parte certi sviluppi che lasciano di stucco) senza ricorrere a salti temporali, vai e vieni nella storia, le stesse scene viste da punti di vista diversi, immagini di repertorio, interviste d’epoca. Insomma, evitando tutto quello che sarebbe stato scontato trovare dentro una produzione più sensazionalistica (alla Mommie DearestMammina cara, per intenderci), ma lasciando che questo momento di vita a due scorra linearmente e dolcemente tra orpelli di mastodontico cattivo gusto e piccoli sprazzi di poesia sincera, e di spazzatura altrettanto sincera. Il merito va a Soderbergh certo, alla produzione HBO (e il suo marchio di fabbrica tra coraggio e gusto di pescare nel torbido con classe) che ha saputo sfruttare al meglio il talento del regista e a contenerne la sua tendenza a strafare, ma non bisogna dimenticare lo sceneggiatore Richard LaGravenese, al quale va il merito di aver scritto una sceneggiatura ai limiti della perfezione. Un film come al cinema se ne vedono sempre meno (infatti è stato pensato per la televisione), perfino capace di dirci qualcosa di interessante sulla società in cui viviamo oggi: poco importa se qualcosa è sotto gli occhi di tutti, quando gli occhi sono chiusi. In 30 anni la situazione non è cambiata molto, anche in altri contesti.

Troppe paillettes… troppe, troppe paillettes.

Maurizio Mongiovi

 

 

Behind the Candelabra
(Dietro i candelabri, USA, 2013)
Regia, fotografia, montaggio: Steven Soderbergh
Soggetto: “Behind the Candelabra: My Life with Liberace” di Scott Thorson e Alex Thorleifson
Sceneggiatura: Richard LaGravenese
Musiche: Marvin Hamlisch
Produttori: Gregory Jacobs, Susan Ekins, Michael Polaire
Produzione: HBO Films
Interpreti principali: Michael Douglas (Liberace), Matt Damon (Scott Thorson), Scott Bakula (Bob Black), Eric Zuckerman (Lou), Eddie Jemison (assistente alla regia), Randy Lowell (regista)
118′

 

 

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