Sequenze casuali da film immaginari #24 #42

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Avevo pensato questo. Si chiama "Sequenze casuali da film immaginari". Una specie di rubrica. Questi pezzi vorrebbero essere degli stralci di sceneggiature di film che non esistono. Ho pensato una cosa del genere perché mi sembra che il vostro tipo di critica cerca di creare un discorso a margine sul cinema, mi sembra che cercate di creare uno spazio piuttosto che definire qualcosa. Come se il vostro fosse un luogo da cui partono molte strade. Così ho pensato a dei frammenti puramente evocativi di un cinema che non esiste ma che potrebbe esistere. Non un racconto ma una suggestione, un’allusione, una strada perduta. Rivolta a chi legge di cinema. Che nel momento in cui legge potrebbe immaginare il film che c’è dietro quel frammento, chiedersi se quella scena non l’ha già vista, chi potrebbe essere il regista di quella scena. E niente che impegni più di tanto, perché in fondo si tratta di un gioco, un gioco per appassionati di cinema.
Questa è l’idea. [AE]

 

 

Scena 24

Esterno notte. Una spiaggia. Nessuno. Buio. La sabbia grigia e azzurra. Sembra un liquido. Da molto lontano il rumore di un’auto. Via via più vicino. Lenta arriva sulla spiaggia. Si ferma. Spegne il motore e i fari. Nessun movimento. Avviciniamo lo sguardo. Due profili al posto di guida e del passeggero. Non li distinguiamo. Restano immobili. Ci allontaniamo di nuovo. Poi le voci. Attutite, non capiamo le parole. Prima una voce poi un’altra. Lente. Poi il silenzio tra le voci. Altre parole che non capiamo. Un nuovo silenzio. Poi di colpo un ringhio strozzato subito interrotto. L’automobile oscilla. Colpi sul finestrino. Ora siamo più vicini. L’ombra dell’uomo dalla parte del passeggero che si dimena. Siamo ancora più vicini. Vediamo solo la sua bocca aperta. Non riesce a parlare. Non respira. Qualcosa lo soffoca. Altri colpi. Si dimena di più. Ora più lontani vediamo la sua ombra. Si inarca. Un altro scatto, ancora il sibilo della sua voce strozzata. Si inarca di nuovo. Poi cede, torna a sedere. Altri due colpi sul vetro. Cede anche la mano. La testa scatta ai lati, come per scacciare una mosca. La testa si ferma. Non si muove più. Un nuovo silenzio. Lo sportello del posto di guida si apre. Dalla macchina esce un uomo. Ora lo vediamo in faccia. Ha un completo blu. È sgualcito, come se ci avesse dormito dentro. Tra i quaranta e i cinquant’anni. La pelle è scura, spenta, senza luce. È alto e imponente ma ha un che di floscio. Lo sentiamo respirare rumorosamente. Capiamo che non è la fatica, è il suo modo di respirare. Si allontana dalla macchina. Ora siamo lontani. Solo il suono del suo respiro. Si ferma dopo qualche metro e guarda verso il mare nero. Resta fermo qualche minuto. Si accende una sigaretta. Fuma tiri brevi senza passione. Spegne la sigaretta sotto la scarpa. Mette il mozzicone nella tasca del vestito. Torna alla macchina. Apre lo sportello dalla parte del passeggero. Abbraccia il corpo dell’altro uomo e prova a tirarlo su. Ma si ferma a metà, il corpo in parte ancora dentro l’auto. Si volta verso il mare. Guarda o sente qualcosa che noi non vediamo. Poi sentiamo tante voci. Risate. Ragazzi. Li vediamo. Fanno luce con i cellulari. Sono lontani. Scelgono un punto. Alcuni si siedono. Uno si sfila subito la maglietta e corre in acqua. Si passano le birre. C’è una ragazza con i capelli biondi e ricci. Racconta qualcosa e due ragazzi ridono. Lei si interrompe perché ride troppo e non riesce a proseguire. I ragazzi ridono ancora di più e lei si ferma del tutto, ride senza più fermarsi. L’uomo vicino all’automobile guarda la scena. Posa il corpo di nuovo in macchina. Accosta lo sportello, e per un attimo sembra quasi che abbia paura di svegliarlo. Si allontana dalla macchina e raggiunge il punto in cui da prima guardava il mare. Guarda i ragazzi. Uno si alza e si spoglia. Un altro lo imita. Poi tutti. Corrono verso l’acqua. Urlano e ridono. I corpi grigi e luminosi. L’acqua brilla. Scompaiono e riaffiorano. L’uomo che si è allontanato dalla macchina è fermo in piedi. Si accende una sigaretta. Si siede sulla sabbia. Un ragazzo nuota verso una ragazza che ride. Si ferma davanti a lei. Lei non ride più. Lui si avvicina ancora. Si baciano. Gli altri li vedono. Qualcuno applaude e urla qualcosa. Loro continuano a baciarsi. Lei posa le braccia sulle sue spalle. L’uomo seduto sulla sabbia li guarda. Ha un’espressione neutra e attenta. Guarda ma noi sappiamo che sta pensando a qualcos’altro. Qualcosa altrove, qualcosa di suo. Poi guarda la sigaretta e la spegne nella sabbia. La mette in tasca. Si alza in piedi. Prova a togliersi la sabbia dai pantaloni. Ma il vestito ormai è sporco, e il suo sembra un gesto di circostanza. Resta fermo in piedi. Lancia un’occhiata verso l’auto e subito si volta di nuovo. Posa le mani in tasca. Guarda la scena come se guardasse un quadro. Guarda. Il suo sguardo è come se guardare significasse: “prendere”. Poi, senza smettere di guardare guarda di nuovo. E il suo sguardo è come se guardare significasse: “ricevere”. •
AE

 

 

Scena 42

Esterno notte. Una spiaggia. Nessuno. Buio. La sabbia grigia e azzurra. Sembra un liquido. Poi nel buio le voci. Piccoli fasci di luce. Risate, corpi che si avvicinano. Ragazzi. Arrivano in un punto della spiaggia identico a molti altri e si fermano. Uno si sfila subito la maglietta e corre in acqua. Altri si siedono. Un paio restano in piedi. Si passano le birre. C’è una ragazza con i capelli biondi e ricci. Racconta qualcosa e due ragazzi ridono. Lei si interrompe perché ride troppo e non riesce a proseguire. I ragazzi ridono ancora di più e lei si ferma del tutto, ride senza più fermarsi. Tutti intorno parlano ad alta voce. Uno canta qualcosa e altri ridono. Uno si alza, si spoglia. Un altro lo imita. Poi tutti. Tranne la ragazza con i capelli biondi e ricci. Vede i corpi intorno a lei alzarsi e spogliarsi ma resta seduta. Non si toglie nemmeno la felpa. Le braccia intorno alle gambe magre. Ride con la bocca spalancata. Un’espressione di pura gioia. Ma la mantiene così a lungo che sembra grottesca. Gli altri corrono verso l’acqua. Urlano e ridono. Quello che prima cantava riprende la sua canzone mentre entra in acqua. I corpi grigi e luminosi. L’acqua brilla. Scompaiono e riaffiorano. Un ragazzo nuota verso una ragazza che ride. Si ferma davanti a lei. Lei non ride più. Lui si avvicina ancora. Si baciano. Gli altri li vedono. Qualcuno applaude e urla qualcosa. Loro continuano a baciarsi. Lei posa le braccia sulle sue spalle. La ragazza con i capelli biondi e ricci li guarda. Ha una strana espressione neutra e attenta. Come se guardare significasse: “rubare”. Poi si guarda intorno. E vede qualcosa. Vediamo per un momento con i suoi occhi. Vediamo un uomo nell’ombra. Lontano. In piedi. Fuma. Guarda i suoi amici in acqua. E ora vediamo la faccia di lei. Come se ascoltasse un discorso che si svolge in un’altra stanza. Un discorso che riguarda lei e nient’altro che lei, fatto da qualcuno che non conosce. Noi sappiamo cosa sta pensando. Pensa di avere la conferma di essere pazza. Perché pensa che quell’uomo non esiste. Lo vede ma non c’è. È convinta che è un uomo che ha già visto e che non può essere lì. Noi lo sappiamo perché abbiamo visto la sua storia prima di arrivare lì. Pensa di essere pazza come le hanno detto tutti. Nel frattempo alcuni ragazzi sono tornati dall’acqua. Le siedono accanto. Alcuni parlano con lei, altri fra loro. Lei scoppia a ridere. Ride e scherza con gli altri anche se non sentiamo le sue parole. La musica, poche note rade di pianoforte, sale. Sono note semplici e ripetitive. Ma ogni tanto approdano a una dissonanza. Poi riprendono, circolari e lente, falsamente accoglienti. Alla ragazza viene da piangere ma fa finta di niente. Ride ancora. Poi si alza. Gli altri non la guardano nemmeno. Per loro è tutto normale. Noi soli vediamo lei al centro di tutto. Va verso la riva. Non si spoglia. Piccoli passi sicuri e rapidi ma senza fretta. Entra in acqua senza esitare. La vediamo di schiena nell’acqua che si allontana. Non vediamo più gli altri. Non sappiamo se la stanno guardando. Vediamo solo lei e l’acqua. Si allontana dalla riva. Ora le siamo vicini. Piange. Un pianto che sembra una specie di reazione allergica dell’organismo. Come aria che esce da un foro. Ora si volta. Guarda il punto in cui c’era l’uomo nell’ombra. Ora non c’è nessuno. Guarda verso il gruppo dei suoi amici. Anche lì nessuno. Solo i resti del loro passaggio. Le bottiglie vuote. Come se fossero andati via senza chiamarla. Come se fosse passato del tempo. Come se fosse passata una notte intera e la notte fosse rimasta notte. E lei sempre lì, in acqua, sola. Si lascia scivolare nell’acqua. Nel suo sguardo potremmo vedere una specie di sollievo. Galleggia. La testa abbandonata. I capelli si spargono nell’acqua come un liquido. Guarda in alto. Guarda il cielo. Guarda le stelle. Le stelle scompaiono. •
AE

 

 

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Sequenze casuali da film immaginari
a cura di Andrea Esposito

 

sequenze 31/40
in Rapporto Confidenziale 39

 

sequenze 14/43/22
in Rapporto Confidenziale 38

 

 

e sul sito, la sequenza #31, QUI.

 

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