Laitakaupungin valot (Le luci della sera) > Aki Kaurismäki

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Il cinema di Aki Kaurismäki ha come protagonisti assoluti individui posti ai margini della realtà, uomini “d’altri tempi”, che si destreggiano in un contesto sociale completamente estraneo, ostile alla loro ingenua umanità, alle loro semplici aspirazioni, ai loro sentimenti. Ma se in Leningrad Cowboys go America (film che nel 1989 porta il regista finlandese al successo internazionale), il veicolo privilegiato di questo spaesamento, di questo esser-fuori-luogo consisteva nella carica di grottesca comicità intrinseca nei personaggi protagonisti, che si dispiegava in una serie di irresistibili gag lungo tutto lo svolgimento della pellicola, nella trilogia di film sulla Finlandia contemporanea l’ironia cede il posto a una rappresentazione (mai melodrammatica, sempre “composta”) del dolore e della sofferenza di coloro che vivono questa “estraneità sociale”. Le luci della sera, capitolo finale della trilogia iniziata con Kauas pilvet karkaavat (Nuvole in viaggio, 1996) e proseguita con Mies vailla menneisyyttä (L’uomo senza passato, 2002), è forse l’opera che porta alla massima espressione artistica questa fase della produzione del regista.

Tutti sono soli, nell’universo di Kaurismäki: gli individui sono monadi isolate, incapaci di relazionarsi le une alle altre. I dialoghi sono brevi e laconici, e in ogni singola inquadratura avvertiamo una distanza fisica, apparentemente incolmabile tra i personaggi. Basti pensare alla splendida scena del concerto rock dei Melrose (storico gruppo finlandese, più volte omaggiato dal regista), in cui Kaurismäki ci mostra pochi uomini di spalle che ondeggiano con la testa in silenzio, sulle note del brano “In the meanwhile”, che risuonano in un’atmosfera decisamente surreale e straniante. La città di Helsinki, restituitaci dal regista attraverso ampie panoramiche, nonché inquadrature fisse che mostrano il porto commerciale deserto, i grattacieli in vetro, le autostrade trafficate, le ciminiere industriali immerse nella fredda luce della sera, non possono non ricordarci la sequenza finale de L’eclisse di Antonioni, in cui la desolazione della periferia di Roma rappresentava metaforicamente la barriera dell’incomunicabilità che impediva il rapporto tra i personaggi. Allo stesso modo, la malinconica fotografia di Timo Salminen rende quasi palpabile l’estraneità e l’isolamento del protagonista rispetto alla realtà che lo circonda, costruendo inquadrature in cui all’essenziale e spoglia rarefazione degli spazi e delle forme si accompagna la freddezza e l’opacità dei colori e delle luci.

 

 

Ma Le luci della sera non è solo un piccolo gioiello di estetica filmica, che racchiude in sé le lezioni stilistiche di maestri come Robert Bresson e Yasujiro Ozu, da sempre ispiratori della produzione cinematografica di Kaurismäki. La vicenda di cieca e gratuita violenza che colpisce lo sventurato protagonista risveglia in noi un profondo sentimento di compassione, e presenta allo spettatore un inedito modello di “eroe” contemporaneo, incarnato da quest’ultimo: il suo è un eroismo della sopportazione, della resistenza, dell’immobilità, ma soprattutto della purezza, dell’estraneità morale rispetto alla spietata crudeltà che domina i rapporti sociali nella società contemporanea. Koistinen, sorvegliante notturno che trascorre la propria vita nella più completa solitudine, è ingannato e tradito dalla donna di cui si invaghisce, amante di uno spietato gangster che progetta una rapina in uno dei supermercati sotto la sorveglianza del protagonista. È la sua ingenua (e al tempo stesso ferrea) morale a impedirgli di denunciare l’amata alla polizia, che lo accusa ingiustamente del furto, e che lo porta a subire le più gravi umiliazioni. Nell’impossibilità di trovare conforto in un rapporto affettivo, nonostante le attenzioni di Aila, sua unica amica, proprietaria di un chioschetto notturno al porto, Koistinen, davvero solo al mondo, è l’ultimo della serie degli “esclusi”, degli “umiliati” del cinema di Kaurismäki, e forse quello che più ci spinge a partecipare emotivamente alla sua triste vicenda. Nel suo volto insanguinato, nelle espressioni ingenue e malinconiche del suo viso, sempre illuminato da una luce chiara e privo di contrasti di colore nei primi piani, il regista ci mostra i tragici effetti delle più primitive forme della sopraffazione, esercitata dal più forte sul più debole, che da sempre permea per molti aspetti la gran parte dei rapporti umani, e che ritroviamo in forme sempre nuove a livello globale nella società di massa contemporanea. La scena finale, con il dettaglio della mano dello sventurato che stringe quella di Aila, venuta in suo soccorso, lascia intravedere uno spiraglio di speranza, la possibilità di un riscatto, ma senza darcene la certezza: troppo forte è l’amarezza che proviamo per la passata vicenda del protagonista.

 
Lorenzo Livraghi

 

 
Laitakaupungin valot
(titolo italiano: Le luci della sera. Finlandia/Germania/Francia, 2006)
Regia, sceneggiatura, montaggio: Aki Kaurismäki
Fotografia: Timo Salminen
Aiuto-regia: Nadja Decos
Scenografiae: Markku Pätilä
Suono: Jouko Lumme, Tero Malmberg
Costumi: Outi Harjupatana
Interpreti: Janne Hyytiäinen, Maria Järvenhelmi, Ikka Koivula, Marja Heiskanen, Joonas Tapola, Melrose, Sergei Doudko, Andrei Gennadiev, Arturas Pozdniakovas, Kati Outinen, Silu Seppäla, Paju
Produzione: Aki Kaurismäki per Sputnik OY in associazione con Yle Tv-1, Pandora Film e Pyramide Productions S.A., Finnish Film Foundation
Durata: 78′

 

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