Frances Ha > Noah Baumbach

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Frances Ha è un film che realizza un’estetica della levitas, vocabolo latino che in sé racchiude tutte le sfumature di significato che spaziano da “leggerezza” a “inconsistenza”, “volubilità”. La protagonista, ventisettenne newyorkese ancora adolescente, incarna alla perfezione queste qualità caratteriali, che si riflettono nella sua eccentricità, rispetto al contesto sociale che la circonda. Si può parlare di eccentricità, e non di estraneità o alienazione: Frances infatti ha una migliore amica, con cui condivide casa, letto, persino le sigarette, ed è apprendista in un’accademia di danza classica presso la quale sogna di diventare coreografa. Ma nel momento in cui Sophie, l’amica di sempre, decide di trasferirsi prima a Tribeca, con una sua collega, poi in Giappone, con il proprio compagno, pare che la realtà idilliaca in cui la protagonista conduceva un’esistenza felice e spensierata si dissolva improvvisamente. Non assistiamo tuttavia a uno scontro drammatico e violento con la “vera” realtà, come ci si potrebbe aspettare, bensì a un continuo vagare della protagonista attraverso svariati luoghi, anzitutto “spaziali” (varie zone di New York, Sacramento, Parigi), ma al tempo stesso “sociali” (i nuovi coinquilini, il gruppo di amici della compagna dell’accademia, i parenti a Sacramento). Frances non è mai davvero estranea ad alcuno di questi contesti, senza tuttavia riuscire a esserne realmente parte: la giovane pare muoversi in un non-luogo, in un universo personale di cui è l’unica abitante e di cui gli altri personaggi non riescono a decifrare le regole e i significati.

Forse è proprio l’esigenza di esprimere questa eccentricità della protagonista che spinge Noah Baumbach (regista, nonché co-sceneggiatore del film insieme all’attrice che interpreta Frances, Greta Gerwig), a girare il film in bianco e nero, ricreando un’atmosfera da nouvelle vague francese. Potremmo quasi accostare, in effetti, il legame profondo che lega Frances e Sophie, lungo tutto lo svolgimento del film, alla sequenza della “fuga d’amore” di Ferdinand e Marianne in Pierrot le fou (Il bandito delle ore 11, 1965) di Jean-Luc Godard. Vi è in Frances il desiderio di vivere la propria amicizia come qualcosa che si pone al di sopra di qualsiasi convenzione sociale, un piccolo rifugio in cui realizzare, con l’ingenuità di una bambina, la propria felicità. Così anche i protagonisti dell’indimenticabile capolavoro del regista francese tentavano una fuga dalla realtà, vivendo soli nei boschi, in compagnia di una volpe e di un pappagallo: l’equilibrio così raggiunto anche qui è destinato a rompersi, con conseguenze in un certo senso “tragiche” (nel cinema di Godard non troviamo mai stilemi propriamente tragici, nel senso classico del termine). In Frances Ha, al contrario, la rottura dell’equilibrio dà vita a un peculiare racconto di formazione, che ci condurrà a un lieto fine. A rigore, non dovremmo parlare di “racconto di formazione”, in quanto non vi è alcuna vera evoluzione nel personaggio principale, nessuna crescita, nessun cambiamento: il regista ci mostra, attraverso una narrazione per episodi slegati tra loro, la giovane protagonista alle prese con problemi che non le si erano mai presentati prima: non riesce a pagare le rate dell’affitto, la sua scuola di danza decide di fare a meno di lei per lo spettacolo di Natale, la sua migliore amica si sposa a sua insaputa, non riesce a stringere relazioni sociali soddisfacenti con altre persone. Tutto questo, però, fluisce sullo schermo all’insegna della levitas, senza che vi sia la minima traccia di sconforto nel volto della protagonista, sul quale scorgiamo invece uno sguardo innocente e infantile, che ci rende partecipi delle sue emozioni, e ci fa amare la sua instancabile, energica vitalità.

 

 

Non possiamo non citare l’indimenticabile scena, dal sapore quasi chapliniano, della corsa goffa e impacciata di Frances, con la felpa stretta in vita, in cerca di una banca per offrire una cena a un suo amico, che nel frattempo la aspetta seduto da solo al tavolo. Nonostante il film di Baumbach non abbia alcun esplicito intento di critica sociale, senza dubbio la semplice e fanciullesca spontaneità della protagonista, ci dimostra che è possibile affrontare la quotidianità da una prospettiva differente, che presenta senza dubbio alcune debolezze, ma forse può invitarci a riconsiderare molti aspetti del mondo in cui viviamo. Anche quando finalmente Frances riesce a portare in scena la sua coreografia, e tutti si complimentano con lei, l’unica cosa che veramente le interessa è il sorriso della sua migliore amica: le due si guardano, e nulla di ciò che succede intorno a loro ha più importanza. C’è tanta poesia, nelle immagini di Frances Ha, e come scopriamo alla fine del film, il titolo stesso è come il primo verso di un piccolo componimento poetico, che riassume in sé tutta la purezza della levitas: il suo nome completo in realtà è Frances Handley, ma quando la giovane tenta di scriverlo su un bigliettino per il citofono della sua nuova casa, il nome è troppo lungo, e deve essere tagliato, deve essere reso più “leggero”. È la giovane Frances a essere inadeguata, oppure in questo mondo fatto di affitti, lavoro, famiglia, denaro c’è sempre meno spazio per la levitas?

Noah Baumbach, già collaboratore di Wes Anderson nella stesura di The Life Aquatic with Steve Zissou (Le avventure acquatiche di Steve Zissou, 2004) e di Fantastic Mr. Fox (2009), nonché regista di The Squid and the Whale (Il calamaro e la balena, 2005), e di Greenberg (Lo stravagante mondo di Greenberg, 2010), realizza una piccola perla di cinema indipendente americano, presentata inizialmente il 1 Settembre 2012 al Telluride Film Festival, e che ci auguriamo sia distribuita al più presto nelle nostre sale. •

Lorenzo Livraghi

 

 

Frances Ha

Regia: Noah Baumbach
Sceneggiatura: Noah Baumbach, Greta Gerwig
Fotografia: Sam Levy
Montaggio: Jennifer Lame
Produttori: Noah Baumbach, Scott Rudin, Rodrigo Teixeira, Lila Yacoub
Co-produttori: Oscar Boyson, Eli Bush
Produttori esecutivi: Fernando Loueiro, Lourenco Sant’Anna
Segretario di edizione: Jennifer Lame
Scenografie: Hannah Rothfield
Design di produzione: Sam Lisenco
Interpreti principali: Greta Gerwig, Mickey Sumner, Michael Esper, Adam Driver, Michael Zegen, Charlotte d’Amboise, Grace Gummer, Daiva Deupree, Isabelle McNally, Justine Lupe, Lindsay Burdge, Patrick Heusinger, Marina Squerciati, Christine Gerwig, Gordon Gerwig
Produzione: RT Features, Pine District Pictures, Scott Rudin Productions
Suono: Dolby Digital
Colore: bianco e nero
Rapporto: 1.85:1
Camera: Canon EOS 5D Mark II, Canon L-Series Lenses
Negativo: Video (HD)
Processo fotografico: Canon H264 (1080p/24) (source), Digital Intermediate 2K (master)
Formato di proiezione: 35 mm (sferico), D-Cinema
Paese: USA
Anno: 2012
Durata: 86’

 

 

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