Història de la meva mort (Story of My Death) > Albert Serra

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Casanova, Dracula, tigri imbalsamate e nonchalance
Història de la meva mort (Story of My Death)
regia di Albert Serra (Spagna-Francia/2013)
recensione a cura di Alessio Galbiati

 

«Non c’è cosa in sé che tenga se a sua volta non è tenuta insieme da una promo-azione sulla comunicazione della stessa attraverso il personaggio “creatore”, che è una persona che ha “rinunciato” a se stessa e è stata ricreata dal mercante o produttore o gallerista, per quanto brutale sembri questa realtà, per entrare nel regno a numero limitatissimo dei professionisti “insostituibili” che vendono solo se si vendono.
Se il privilegiato è una vera star, propone, sì, qualcosa di suo, ovvio, ma non ne dispone che alla lontana. Non esiste artista ribelle che non sia domato da un patto industriale di vasta e mefistofelica portata e allo stesso tempo da un semplice patto di imprescindibile sottomissione: chi sfonda è perché da qualche parte accetta di buon grado di essere sfondato, punto. Di essere manipolato, di essere indirizzato, raddrizzato, conformato a precise richieste commerciali del momento in cui si mette in atto. Può anche diventare un classico, ma la strada lui se la fa sposando una moda commerciale di cui è sapientemente sincronico, raramente che ha “prodotto” egli stesso. Se non piega le sue doti o talento o “rabbia” o “bravura”, se, infine, non si prostituisce a modalità imposte dal mercato al suo stesso protettore-lenone ovvero dal suo agente, viene scartato, messo da parte, cancellato per sempre. I beni cosiddetti voluttuari che non siano al cacao o al torroncino rientrano nella gamma dei sonnambulismi a occhi aperti: come essere suscitatore di un sogno che finisca per arricchire te e a impoverire le tasche di chi ti crede è il problema, non cosa contiene il sogno. Anzi, meno esso contiene, più è immateriale, imprendibile e commercialmente duraturo; più procrastinata è la sua soddisfazione in chi ci crede e ne compra i simboli in vendita, più grazie a quel sogno, ottimamente strategico per quanto stantio, si resta degli evergreen da top ten. […]
Dove non ci sono demagogia, sentimentalismo, ruffianeria, ipocrisia, furbizia e simulazione a oltranza non c’è mercato, sia per i saponi che per i prodotti “artistici”, e senza mercato l’arte è la sua velleità fattasi illusione di incompresa grandezza, tanto vale cambiare strada e scegliere la propria solitudine: ma se vuoi arrivare da qualche parte, prima o poi c’è uno svincolo che non decidi tu, ma dal quale o sei deciso o sei buttato fuori strada. […]
Non c’è trippa per i gatti randagi dell’underground se prima non diventano delle tigri imbalsamate».

Aldo Busi, Dicembre 2010, La posta del Cuore su “Rolling Stone” in E baci, Editoriale Il Fatto, 2013, pp. 297-299.

 

Un catino ricolmo di escrementi umani, come per magia, si trasforma in un piccolo tesoro di pepite d’oro. È questa l’immagine più potente e ironica contenuta in Història de la meva mort, terzo lungometraggio diretto da Albert Serra, un’assurdità che racchiude molto dello spirito di un film eccentrico e selvaggio che magari non sarà tollerabile da buona parte del pubblico, ma che possiede una potente visione cinematografica, anarchica e irriverente, che conferma il regista catalano fra i nomi più interessanti del cinema contemporaneo per l’abilità di rubare senza citare e per l’ostentata nonchalance (der. dell’agg. nonchalant «indifferente, distaccato, apatico») nella costruzione di un testo filmico sguaiato tecnicamente e svogliato nella scrittura. Un talento astuto nella costruzione di una mitologia attorno al proprio nome, Serra si comporta come un figlioccio di Dalì, per gusto dell’eccesso e della provocazione. Ama definirsi come il più grande regista spagnolo vivente, si crogiola nel piacere dell’iperbole forzando la sopportazione e il senso del ridicolo. Personalmente non credo nemmeno per un attimo a questo suo gioco, pertanto osservo i suoi film senza farmi condizionare né dalle roboanti parole con le quali il suo autore li accompagna, né dal conseguente marketing lessicale a bassissimo costo, anzi mi diverto un mondo nell’osservare le reazioni isteriche a tale sfrontatezza perché reputo che attraverso questa sua strategia comunicativa egli evidenzi – non so quanto intenzionalmente – i limiti dell’autorialità nel cinema contemporaneo (o più in generale nella produzione artistica). Siamo tutti troppo spesso e con troppa facilità (e faciloneria) disposti a pendere dalle labbra di un realizzatore che scambiamo per Autore, e questa è una deriva degenerata della politique des auteurs (non certo per colpa di François Truffaut & Co.), un fraintendimento nel quale è precipitato molto del chiacchiericcio attorno all’Arte, un brusio funzionale al mercato ma superfluo a un pubblico libero dai giudizi degli esperti del settore (come ci ricorda Welles in F for Fake: « [Gli esperti] sono il dono che Dio ha fatto ai falsari»). (). Al centro sarebbe bello rimettere le opere e il loro funzionamento, scordarci un po’ delle persone che le hanno realizzate, ritornare coi piedi per terra ed essere vicini al pubblico, quel misterioso conglomerato di individui che dimostra sempre meno interesse per il cinema e ancor meno per gli Autori (o presunti tali).

 

 

Història de la meva mort si apre in Svizzera (con tanto di didascalia in sovraimpressione e in lingua catalana: Suïssa), durante una cena al chiar di candele. Al tavolo, collocato in un grande giardino di fronte a una dimora aristocratica, alcuni nobili insieme a un gruppo di procaci popolane banchettano e bevono vino. Fra questi c’è un giovane filosofo e scrittore dedito all’alcool e al pensiero dissoluto, che disquisisce sull’inutilità del proprio intelletto con un’assai poco interessata donna che, svicolando dal suo lumacare ebbro, lo lascia cadere addormentato con la testa sulla tavola.
Giacomo Casanova (Vincenç Altaió) trascorre in questa residenza un periodo di riposo dal mondo, impegnato unicamente in dissertazioni filosofiche e piaceri della carne. Durante questo soggiorno incontrerà il suo nuovo servitore (Lluís Serrat), un villano che nel frattempo perderà ogni avere al tavolo da gioco. I due lasceranno la Svizzera per intraprendere un misterioso viaggio nei Carpazi durante il quale si sollazzeranno con giovani donne e faranno la conoscenza un oscuro Conte (niente meno che Dracula, interpretato da Eliseu Huertas) che porterà la morte nella vita di Casanova.

 

 

Giacomo Casanova (1725-1798), come Albert Serra, era un grandissimo paraculo, uno in grado di vendersi come pochi altri suoi contemporanei, di farsi anticipare dalla propria fama a ogni nuovo approdo della sua incredibile esistenza, un talento fuor dall’ordinario per la capacità di amalgamare tra loro realtà e finzione. Il suo capolavoro letterario fu senz’altro l’autobiografia Histoire de ma vie (scritta fra il 1789 e il 1798, pubblicata postuma nel 1825 in una versione censurata e finalmente in versione integrale solo negli anni ’60-’62 del novecento), un elegante e prezioso condensato di certo, probabile e fantastico capace di ripercorrere non solo la sua intera esistenza e l’instancabile carriera di seduttore, ma pure di dare conto ai posteri di un’epoca: il XVIII secolo europeo; dunque la descrizione del volgere di un mondo, del tramonto dei lumi e delle restaurazioni, dei suoi costumi e dei suoi ideali. Serra, che del capolavoro di Casanova cita (capovolgendolo) il titolo, in maniera non troppo differente ci racconta, con i suoi film, il declino di un certo modo di fare e intendere il cinema. Il suo è un esercizio di pura astrazione in cui tutto appare “classico”, senza esserlo per un solo istante. Egli gioca con le marche autoriali tipiche di certo cinema del secolo passato: Bresson, Pasolini, Ozu e – specie in quest’ultimo film – Kenneth Anger, ma in realtà trasuda una modernità estetizzante assolutamente a bassa fedeltà (Lo-fi), che rasenta l’estetica del mondo della moda, con uno stile contiguo – se non addirittura sovrapponibile – a quello dell’arte contemporanea (è questo infatti il suo mondo di elezione, quello in cui miete i maggiori consensi, oltre a quello dei selezionatori e della critica più cinéphile – molto interessante la sua collaborazione del 2010 con il Museo d’Arte Contemporanea di Barcellona all’interno della quale è nato il film a episodi Els noms de Crist; ha pure presenziato a Documenta (13) e ha avuto una carte blanche al Centre Pompidou). La sua traiettoria cinematografica, le sue fissazioni e il suo stile, sono chiari dalla filmografia sin qui prodotta. Il suo esordio al lungometraggio, selezionato dalla Quinzaine des Réalisateurs del 2006 diretta da Olivier Père, fu Honor de cavallería, una trasposizione del Don Chisciotte di Cervantes, «Dalle pagine bianche tra un capitolo e l’altro» come ama puntualizzare, seguito nel 2006 da El cant dels ocells, racconto del viaggio dei Re Magi ambientato in un’Islanda selvaggia e metafisica. Ogni film è in lingua catalana, interpretato da attori non professioni, perlopiù amici o pescati dalla città natale del regista (Banyoles, 120 chilometri a nord est di Barcellona) e poggiato su sceneggiature essenziali, aperte al “momento” delle riprese.

Lo “schema” del suo cinema è presto detto, oltre che piuttosto evidente: prendere figure mitiche, personaggi storici o figure letterarie (Don Chisciotte e Sancho Panza, i Re Magi, Casanova e Dracula), fare tabula rasa delle fonti attraverso le quali questo mito si è diffuso nei secoli e trasformare tutto questo materiale in altro da sé, mettendo in scena momenti extra diegetici rispetto alle fonti canoniche attraverso le quali i protagonisti sono arrivati a noi. Visto che il mito è un qualcosa che non ha a che fare col realismo, ma che si propaga nel tempo e fra le differenti culture che ne vengono attraversate come accade nel gioco per bambini del telefono senza fili, tanto vale tradirne la filologia – afferma il cinema di Serra – e giocarci a piene mani. Del resto che senso avrebbe fare altrimenti se esistono testi di riferimento attraverso i quali conoscere con precisione l’alfa e l’omega di quel mito o quella storia? Il cinema non è letteratura, non può esistere riduzione cinematografica di un testo letterario poiché i due linguaggi sono irriducibilmente distinti e pertanto, quello che rimane da fare con queste mitologie legate a figure leggendarie, dunque sempre un po’ fasulle, è giocarci e veicolare altro. Con Historia de la meva mort l’altro è la collisione tra due mondi, due epoche e due culture. Il XVIII secolo e il XIX, personificati in Giacomo Casanova e nel Conte Dracula: portatore dell’epoca dei lumi e dell’età della Restaurazione il primo, del romanticismo e del novecento il secondo (il romanzo di Bram Stoker è del 1897). Postmodernismo, certo, ma novecentesco, per niente contemporaneo (ma è bene essere consapevoli dell’indeterminatezza del termine in questione che, lungi dall’essere risolto e cristallizzato in maniera condivisa, rappresenta più che altro un’istanza che cerca di cogliere «La condizione antropologica e culturale conseguente alla crisi e all’asserito tramonto della modernità nelle società del capitalismo maturo»).

Non è secondario notare come Casanova venga nominato per la prima volta, all’interno del testo filmico, solo dopo quaranta minuti, mentre Dracula non lo sarà mai, tranne che nei titoli di coda. Questo aspetto, in apparenza secondario, è però interessante nel chiarire l’utilizzo del mito da parte del regista catalano (e pure di come il mito stesso funzioni), in quanto lo spettatore è comunque in qualche modo chiamato ad attivare la propria cultura durante la visione per collocare storicamente situazioni e personaggi. Non importa sapere se questo personaggio così odioso ed erudito, vizioso e devoto a Voltaire, abbia il nome di Giacomo Casanova, quel che importa è attribuirgli un character solido e definito. Il mito giunge a noi attraverso la messa in scena e la narrazione, precipuamente con il carattere del ruolo (character), non attraverso il suo nome; quando il nome arriva vi è la quadratura del cerchio, un brivido corre lungo la schiena, ma fino a un attimo prima avevamo di fronte ai nostri occhi una situazione che giocava con il kubrickiano Redmond Barry Lyndon, con i costumi, il trucco e la voluttà tipici del Settecento e con gli annessi discorsi che ci saremmo immaginati un individuo siffatto avrebbe pronunciato. In Historia de la meva mort non vi è alcuna veridicità storica nella messa in scena (ma non è il cinema il linguaggio che debba badare a questo), non vi è alcuna relazione fra l’epoca storica evocata e la finzione cinematografica perché il décor del film si basa su assonanze e analogie, su una prossimità dei segni con la memoria e la cultura dello spettatore. Anche il conte Dracula senza nome è pura artificiosità (ma potrebbe mai essere altrimenti?), un’evocazione fantasiosa che compare in scena con un’acconciatura che pare parodiare la cofana di Gary Oldman nel pasticciaccio pop di Francis Ford Coppola (Bram Stoker’s Dracula, 1992) e ci baserà vedergli posare le proprie fauci sul collo di una fanciulla per far scattare nella nostra mente l’automatismo pavloviano del riconoscimento. Entrambi funzionano grazie ai cliché che le due figure posseggono come corollario alla propria messa in scena, sono stereotipi cristallizzati nella cultura popolare, archetipi di due mondi – di due distinte culture. Né l’uno né l’altro sono però, all’interno di Historia de la meva mort, in alcun modo contigui alla filologia letteraria a loro dedicata. Casanova è una filiazione della catena di rappresentazioni che nei secoli si è divulgata a partire dai suoi testi, passando per le riscritture, fino al cinema di Deesy (Casanova, 1918), Volkoff (Casanova, 1927), Freda (Il cavaliere misterioso, 1948), McLeod (Casanova’s Big Night, 1954), Steno (Le avventure di Giacomo Casanova, 1955), Comencini (Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova veneziano, 1969), Holmes (The New Erotic Adventures of Casanova, 1979), Scola (Le nuit de Varennes / Il mondo nuovo, 1982), Langton (Casanova, 1987) e soprattutto Federico Fellini (Il Casanova di Fellini, 1976). Ma è fortissima la somiglianza, che visivamente pare un plagio più che una citazione, con il Lord Shiva di Kenneth Anger (interpretato da Samson de Brier), evocato dal cineasta underground nel fiammeggiante Inauguration of Pleause Dome (1954-56), somiglianza che non si limita unicamente al piano estetico ma che è pure presente nei comportamenti pomposi e nell’ostentazione di anelli, ciondoli e gioielli vari con i quali Casanova orna la propria figura. È tanto distante l’alchimia presente nel film di Serra dalla magia esoterica del film (e del cinema) di Anger? Dracula risulta invece appena stilizzato e tutto spostato su di un registro grottesco e parodico (il personaggio al quale dà vita Albert Serra pare un folle a metà strada fra un lupo cattivo e silenzioso e la caricatura di Bela Lugosi e Gary Oldman).

 

 

Historia de la meva mort funziona come un (immaginario) film di Jesús Franco, Casanova contro Dracula, con durate dilatate alla Bresson, ma soprattutto pare un plagio traslato di molto del cinema di Kenneth Anger. Genio (reale) peraltro mai citato esplicitamente da Albert Serra (ma nemmeno, dalle ricerche effettuate, da alcun critico).

Casanova e Dracula funzionano in maniera tanto diversa rispetto ai vampiri della serie Twilight? Quel che realmente differisce fra le due operazioni è il pubblico potenziale, se con i vampiri hollywoodiani la produzione punta agli adolescenti di mezzo mondo, con l’eroe romantico e il seduttore del settecento l’obiettivo sono platee cinefile delle principali città dell’occidente (bianco) con gli annessi e connessi operatori culturali di complemento. Da una parte le multisale, dall’altra le cineteche.

Quando la merda diventa Pardo d’oro. Così si potrebbe commentare il premio maggiore di Locarno 66 assegnato dalla giuria presieduta dal regista filippino Lav Diaz e composta da Matthias Brunner, Valérie Donzelli, Yorgos Lanthimos e Juan de Dios Larraín. Un verdetto estremamente cinefilo, cioè non comprensibile dalla maggior parte delle persone che hanno visto e vedranno il film, che amplifica la distanza fra pubblico, critica e addetti ai lavori.

Detto (tutto) questo: Historia de la meva mort mi ha molto divertito. •

Alessio Galbiati

 

 

Història de la meva mort
Titolo internazionale: Story of My Death

Regia, sceneggiatura, montaggio: Albert Serra
Fotografia: Jimmy Gimferrer
Suono: Joan Pons, Jordi Ribas
Scenografie: Mihnea Mihailescu, Sebastian Vogler
Operatori: Àngel Martín, Artur Tort
Musiche: Ferran Font, Marc Verdaguer, Joe Robinson, Enric Juncà
Direttore di produzione: Dan Burlac
Interpreti: Vicenç Altaió, Lluís Serrat, Noelia Rodenas, Clara Visa, Montse Triola, Eliseu Huertas, Mike Landscape, Lluís Carbó, Clàudia Robert, Xavier Pau, Floarga Dootz
Produttori: Montse Triola, Thierry Lounas, Albert Serra
Produttore esecutivo: Montse Triola
Produzione: Andergraun Films, Capricci Films
Produttore associato: Televisió de Catalunya (TV3)
Con il supporto di: Instituto de la Cinematografía y de las Artes Audiovisuales (ICAA), Institut Català de les Empreses Culturals (ICEC), Région des Pays-de-la-Loire, Région Limousin, Région Provence-Alpes-Côte d’Azur, Centre National de la Cinématographie (CNC)
Suono: Dolby Digital SRD
Rapporto: 2.35:1
Formato: Video HD (riversato in 35mm)
Formato di proiezione: DCP
Lingua: catalano
Paese: Spagna, Francia
Anno: 2013
Durata: 148′

 

PRESSBOOK
Published by Standard Books for Andergraun Films
Photographs by Bego Anton & Román Yñán
Graphic Design by Opisso Studio
DOWNLOAD (PDF)

 

 

 

 

Abert Serra
Nato in Spagna nel 1975 (Banyoles, Catalogna), Albert Serra ha studiato lettere e storia dell’arte all’Università di Barcellona. Nel 2006 ha scritto, realizzato e prodotto il suo lungometraggio d’esordio, Honor de cavallería, seguito da Els cant dels ocells (2008), entrambi selezionali alla Quinzaine des Réalisateurs a Cannes. Nel 2010 ha firmato Els noms de Crist e un anno più tardi El senyor ha fet en mi meravelles per la mostra Correspondencias di Barcellona. Nel 2011 è stato tra i sessanta registi di 60 Seconds of Solitude in Year Zero, una serie di cortometraggi di un minuto sulla morte del cinema.

Filmografia

2003 | Crespià
2006 | Bauçà (corto)
2006 | Rússia (corto)
2006 | St. Pere de Rodes (corto)
2006 | Honor de cavalleria
2007 | L’Alto Arrigo (corto)
2008 | Fiasco (corto)
2008 | El cant dels ocells
2010 | Lectura d’un poema (corto)
2011 | El senyor ha fet en mi meravelles
2013 | Cuba Libre (corto)
2013 | Els tres porquets
2013 | Història de la meva mort

 

Andergraun Films

 

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