Mouton > Marianne Pistone, Gilles Deroo

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Un ottimo film e la ricerca (ossessiva) della rivoluzione copernicana
Appunti su Mouton di Marianne Pistone e Gilles Deroo e (vago) bilancio di Locarno 66

a cura di Alessio Galbiati
vai all’intervista a Marianne Pistone, coautrice di “Mouton”

 

L’ultima edizione del Festival del film Locarno (perché nella dicitura ufficiale manca la preposizione ‘di’? Non l’ho mai capito e mai lo capirò… sono anni che la cosa stride nel mio cervello… è un coito interruptus, un gol sbagliato a porta vuota, una macchia su un vestito in un’occasione ufficiale, un peto che ti sfugge mentre accavalli le gambe durante un fondamentale colloquio di lavoro) è stata caratterizzata da un discreto elenco di film che hanno entusiasmato la critica (molto meno il pubblico) e assai poco chi scrive. Il Pardo d’oro Història de la meva mort di Albert Serra, ma pure il vincitore della sezione Cineasti del presente, Manakamana di Stephanie Spray e Pacho Velez, e così una lunga infornata di titoli (tra i quali: Costa de Morte di Lois Patiño e Yuan Fang di Zhengfan Yang), ci sono stati “venduti” come profondamente innovativi quando in realtà non lo erano per niente. Da cinefilo ho memoria, ricordo i film del passato, quello remoto e quello prossimo, dunque non mi è possibile strapparmi capelli e vesti (anche perché lo spettacolo sarebbe ripugnante) di fronte a un documentario a quadri su di una teleferica (Manakamana), né per la durata spossante delle inquadrature del film (?) cinese (Yuan Fang). Io, personalmente, e con tutta la sincerità di questo mondo, proprio non ci trovo nulla di innovativo, anzi, vedo in questa insistita ricerca della novità a tutti i costi il segno di un disagio complessivo per l’appiattimento e la coazione a ripetere di un mondo festivaliero che gira a vuoto su se stesso, accanito nella dissipazione di energie e talenti (anche quelli della critica) da strage degli innocenti.

Questo scarto fra pretestuosa innovazione e oggettiva lettura è capitato anche con uno dei film che più ho amato nella sezione Cineasti del presente: Mouton per la regia di Gilles Deroo e Marianne Pistone. Un film certamente insolito – costruito attorno a un brutale cambio di prospettiva della narrazione, una cesura del film in due parti distinte – ma non per questo innovativo, che ha il pregio di crescere nei giorni successivi alla visione, di imprimersi nella memoria per l’abilità di mettere in scena la spietata casualità dell’esistenza.

Avere la fortuna di incontrare un ottimo film è già molto, non comprendo la necessità di gridare alla rivoluzione copernicana ogni qual volta si ha la buona sorte di vedere qualcosa di ben fatto, mi sfugge il senso del richiamo ossessivo all’innovazione di un qualche trasandato paradigma della settima arte e ancor più mi irrito quando con leggerezza si parla di capolavoro (penso che il termine ‘capolavoro’ meriterebbe l’introduzione di una caparra da versarsi alla SIAE – o qualcosa di affine – per un arco di tempo di almeno tre anni, da restituire all’urlatore di superlativi previa verifica oggettiva dei risultati ottenuti dal film in questione). Le “cose” più interessanti sopra alle quali ho posato gli occhi a Locarno 66 sono finite nel margine operativo del fuori concorso (El futuro di Luis López Carrasco, How to Disappear Completely di Raya Martin), pochi titoli complessivamente ma, di questi tempi e vista l’aria che tira, è bene sapersi accontentarsi.

 

 

Il film si apre in un ufficio pubblico, telecamera fissa, tutto si svolge di fronte al nostro sguardo, su un piano diviso in due profondità di campo. Più vicino a noi una donna si lamenta con un magistrato perché non vuole perdere la potestà del proprio figlio, sullo sfondo, incasellato in una finestra, il ragazzo in questione fuma nervosamente. La macchina da presa non stacca mai. Tutto è appena accennato eppure ogni cosa è chiara. Il ragazzo è soprannominato e così chiamato da tutti Mouton (pecora), ha 17 anni, è un tipo introverso, traumatizzato da un’infanzia complicata da una famiglia non delle più felici, padre fantasma e madre drammatica, non è una cima, ha una vaga disabilità mentale, ma è buono con tutti, ridacchia sempre, non vive alcun rancore. Ha deciso che per lui è arrivato il tempo di lasciare la madre e le istituzioni assecondano la sua aspirazione a una vita dignitosa. Verrà mandato a lavorare come apprendista cuoco in un ristorante a Courseulles-sur-mer, a pochi chilometri da Caen, Bassa Normandia. Legherà col gruppo stando alle regole cameratesche, crudeli ma gioviali, passerà gran parte delle giornate a sbrigare faccende in cucina, avrà una relazione con una altrettanto giovane collega, qualche bacio, qualche carezza, qualche timido approccio sessuale. Tutto scorre lento e malinconico nella vita umile di Mouton e dei suoi colleghi, l’inverno atlantico blu cobalto è triste ma non disperato, la vita si lascia vivere e il lavoro le dà un senso. Poi capiterà che una notte, durante i festeggiamenti alcoolici di una santa del mare di Normandia, un uomo in preda ai fumi della propria esistenza reciderà con una motosega un braccio al povero Mouton. Da questo momento il ragazzo scompare dalla narrazione (ha perso il braccio e ora vive con un perente) per lasciare spazio agli abitanti della piccola località marittima, alla loro vita difficile resa ancor più pesante dal tragico incidente che ha gettato sull’intera comunità un ombra funesta. Il blu cobalto lascia spazio a un grigiore plumbeo. Mimi lavora in un canile, Louise da un macellaio, guadagnano poco ma si vogliono bene. In un bar annunciano la loro intenzione di sposarsi. Dentro a un furgone, davanti al mare, due gemelli fanno sesso con una prostituta. Louise scrive una lettera a Mouton, lo informa delle novità e del procedere ordinario della vita nel villaggio. Tracce umane scivolano come scorie nel paesaggio e fra le inquadrature. Si svolge il processo che vede condannato l’uomo che ha reciso il braccio di Mouton. Egli non sa nemmeno spiegare il motivo per cui l’ha fatto. La corte lo condanna. I famigliari accudiscono il colpevole, il resto degli abitanti del villaggio sono insoddisfatti per la sentenza considerata troppo mite. Il danno è irreparabile. Nulla può risarcirlo. La vita scorre, casuale come sempre.

Il paesaggio dentro al quale si muovono i personaggi (tutti attori non professionisti tranne Michael Mormentyn nel ruolo di Mimi) è ottimamente fotografato in 16mm da Eric Alirol (già collaboratore della coppia di registi nei lavori precedenti), con una gamma cromatica sempre ben costruita e una granulosità dell’immagine vicina a molto cinema documentario. È questa prossimità al cinéma vérité che rende quest’opera di finzione tanto conturbante per la sua capacità di tratteggiare il nonsense di una vicenda così paradossale e sfuggente. Mouton è un film che ricorda molto del cinema di Bruno Dumont e dei fratelli Dardenne, di Ozon e Bresson, ma che riesce a mantenere una propria originalità e freschezza per la delicatezza con la quale osserva strati popolari della società francese contemporanea senza alcun pietismo, componendo un ritratto del proletariato dei giorni nostri rispettoso ed empatico all’interno del quale sono i silenzi e le immagini a condurre la narrazione.

Sono queste, dunque, le caratteristiche che rendono il primo lungometraggio di Pistone e Deroo speciale (i due, insieme, firmano regia e montaggio e producono con la propria casa di produzione, Boule de suif), non la supposta novità della divisione del film in due parti – non basterebbe Psycho a confutare questa idea approssimativa?

A Locarno 66 Mouton si è aggiudicato il Premio speciale della giuria del concorso Cineasti del presente e il Pardo per la migliore opera prima. È stato selezionato per il Vancouver Film Festival. L’uscita nelle sale francesi sarà affidata a JML Distribution. •

Alessio Galbiati

 

 

Mouton
Titolo internazionale: Sheep

Regia, sceneggiatura, montaggio: Marianne Pistone, Gilles Deroo
Fotografia: Eric Alirol
Assistente operatore: Jean-Baptiste Delahaye
Assistente sceneggiatura: Nadège Lundy
Suono: Jérémy Morelle, Adrien Fontaine
Direttore di produzione: Arnaud Gautier
Assistente alla regia: Elodie Claeys
Elettricista, macchinista: Pierre Defives
Scenografie: Lionel Roy
Montaggio suono: Aurélie Valentin
Mix: Jérémy Morelle
Suono (presa diretta): Rémi Mencucci
Musiche: Bukowski, Arkan, Diskdor
Produttore: Gilles Deroo
Interpreti: David Merabet (Mouton), Michael Mormentyn (Mimi), Cindy Dumont (Louise), Benjamin Cordier (Ben-J), Emmanuel Legrand (gemello 1), Sébastien Legrand (gemello 2), Audrey Clément (Audrey), Louisette Choquet (madre di Mouton), Christine Delion (madre di Ben-j), Jonathan Dumont (fratello di Ben-j), Peggy Lemaire (prostitute), Rémi Clément (uomo che mutila Mouton), Anne-Marie Zannier (magistrato), Marie-Joe Valette (macellaio)
Produzione: Boule de suif Production
Con il supporto di: CNC, Pictanovo (Région Nord-Pas de Calais), Le Fresnoy (Studio National des Arts Contemporains), Fondation Beaumarchais, Comune di Courseulles-sur-mer
Formato di ripresa: 16mm
Formato di proiezione: DCP
Rapporto: 1.85:1
Suono: Dolby 5.1
Lingua: francese
Paese: Francia
Anno: 2012
Durata: 100′

 

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