La vie d’Adèle > Abdellatif Kechiche

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«Non saprei dire quanto mi piacciono i primi piani americani. Netti. Improvvisamente lo schermo mostra un volto e il dramma, in un faccia a faccia, mi dà del tu e cresce con un’intensità inaspettata. Ipnosi. Adesso la Tragedia è anatomica. Il fondale del quinto atto è questo angolo di guancia squarciato di netto da un sorriso. L’attesa di un epilogo fibrillare in cui convergono mille metri di intreccio mi soddisfa più di tutto il resto. Prodromi sottocutanei scorrono sotto l’epidermide. Le ombre si spostano, tremano, esitano. Qualcosa si definisce. Un vento di emozione sottolinea la bocca di nuvole. L’orografia del viso vacilla. Scosse sismiche. Rughe capillari cercano un punto per sfaldare l’incrinatura. Un’onda le porta via. Crescendo. Un muscolo freme. Il labbro è irrigato di tic come un sipario teatrale. Tutto è movimento, squilibrio, crisi. Scatto. La bocca cede come la deiscenza di un frutto maturo. Una commessura affila lateralmente col bisturi l’organo del sorriso. Il primo piano è l’anima del cinema».

D. Angelucci, Estetica e cinema, il Mulino, Bologna 2009, p. 45 (estratto dallo scritto di J. Epstein Bonjour cinéma, Paris, Éditions de la Sirène, 1921; trad. it. Bonjour cinéma, in L’essenza del cinema, Roma, Bianco e nero, 2002)

 

È possibile un film fatto di soli primi piani? Dopo aver visto La vie d’Adèle (La vita di Adele – Capitoli 1 & 2, 2013), quinto lungometraggio del regista tunisino Abdellatif Kechiche, possiamo esserne certi. E verrebbe da chiedersi che cosa avrebbe da dire in proposito Jean Epstein. Sì, perché La vie d’Adèle è un film di occhi, nasi, labbra, sorrisi, pianti, corpi nudi avvinghiati e costretti nello spazio di un’inquadratura ravvicinata, e poco altro: le inquadrature in campo totale, con elementi di sfondo, si contano sulle dita di una mano, e forse proprio per questo rivelano una squisita ricerca estetica nella composizione di forme e colori, fungendo da ricercati contrappunti visivi rispetto all’uso insistito del primo piano. Il regista pare alla ricerca di quelle impercettibili, vibranti qualità fotogeniche che solamente il particolare medium cinematografico (e, nello specifico, il primo piano) può cogliere, qualità visuali quasi mistiche, che rapivano l’animo del teorico francese degli anni Venti, in un’estasi lirica. Forse (e purtroppo) per noi cinefili dell’era digitale, esposti senza interruzione a un flusso continuo di video-immagini seriali, questa fascinazione primitiva e totalizzante si è un po’ affievolita, ma questo film compie quella che potremmo definire un’operazione pedagogica di rieducazione del nostro sguardo. Ci eravamo dimenticati di quanti dettagli invisibili abitassero un viso, di quante emozioni potesse rivelare una lieve increspatura delle labbra, di quanta strada abbia da percorrere una lacrima che scende sulle guance.

Kechiche ci racconta tutto in primo piano, senza mai annoiarci, senza che l’angustia dell’inquadratura ci provochi un rigetto claustrofobico, introducendoci con una certa violenza nel vortice emotivo di una ragazza poco più che adolescente, alla ricerca della propria identità, anzitutto sul piano sentimentale-sessuale. Tale sofferta ricerca la porterà a incontrare Emma, pittrice venticinquenne, la quale già da tempo ha accettato la propria identità omosessuale: solo con lei Adele riuscirà ad esprimersi veramente, iniziando un percorso di crescita personale che si presenterà comunque pieno di asperità e incertezze. L’instabilità visuale della camera a mano porta il mezzo espressivo del primo piano alla massima efficacia, riuscendo a esteriorizzare ogni sommovimento interiore, portando alla luce qualità caratteriali altrimenti nascoste. Sappiamo infatti poco o nulla della storia familiare e personale della protagonista, è assente qualsiasi connotazione socio-economica o culturale dei personaggi che la circondano. Ma è sufficiente uno sguardo catturato da una brevissima inquadratura, poche parole, un’impercettibile contrazione nel viso, per rivelarci tutte le più diverse sfumature della loro personalità.

 

Possiamo dire, tuttavia, che non c’è da parte del regista un reale tentativo di indagine psicologica approfondita dei personaggi, nel senso classico del termine: forse la vera chiave per comprendere Adèle dobbiamo cercarla nel suo corpo, ma soprattutto nel suo viso, ossia in ciò che ci è mostrato in modo più approfondito e sistematico durante l’intero film. Adèle infatti è anzitutto carne, la sua sensibilità è tutta corporale, non tanto interiore-emozionale. Non a caso ama alla follia il cibo, e più volte il regista si sofferma sul dettaglio delle sue labbra socchiuse mentre dorme: la bocca della protagonista, la particolare configurazione sempre cangiante delle sue labbra, riesce a comunicarci cose che non potremmo in alcun modo scorgere nei suoi occhi, sempre un po’ fissi e malinconici. Questa scelta registica, questa focalizzazione univoca sulla carne può a tratti apparire morbosa, e senza dubbio per certi aspetti lo è, soprattutto nelle scene che ritraggono atti sessuali: Julie Maroh, autrice della graphic novel cui il film è ispirato “Il blu è un colore caldo”, pubblicata da Rizzoli Lizard, ha definito l’approccio di Kechiche a questo tema «Un’esposizione brutale e chirurgica, eccessiva e fredda, del cosiddetto sesso lesbico che diventa porno e mi fa star male». Non ci sentiamo di condividere questa posizione così netta, e forse un po’ moralista: il regista, coerente con la propria scelta estetica, la porta all’estremo, mostrandoci il profondo sentimento che lega le due ragazze attraverso l’ambivalente linguaggio del corpo-carne, con un registro espressivo inedito che potremmo definire “porno-lirismo”, e che, in alcune scene, quasi ci disturba.

Grande cura è posta da Kechiche nella rappresentazione cinematografica del corpo femminile, con un’eccezionale resa delle linee e dei volumi plastici (non è un caso che uno degli amici pittori di Emma citi Le grandi bagnanti di Cézanne), che vediamo per di più sdoppiarsi e approfondirsi, nel suo aspetto “pittorico”, nei ritratti di Adèle a opera della compagna. Questa attenzione al tema del corpo femminile non è una novità nella ricerca artistica del regista tunisino, che in Vénus noire (Venere nera, 2010) aveva trasformato il corpo di una giovane ottentotta, venduto dal precedente proprietario (che se ne serviva come strumento di intrattenimento circense) a un’équipe di medici-antropologi, in oggetto di freddo studio scientifico, sullo sfondo di un’Inghilterra ottocentesca brutalmente razzista e coloniale. Indubbiamente, tuttavia, nel suo ultimo film, vincitore della Palma d’oro al festival di Cannes 2013, Kechiche utilizza mezzi espressivi più efficaci, permettendoci di vivere un’esperienza visiva del tutto inedita e, potremmo dire, primigenia. Ciò risulta possibile solo attraverso un consapevole e ricercato sfruttamento di tutte le potenzialità insite in una delle tecniche di ripresa più elementari, ma al tempo stesso capace di far trasparire, anche solo per pochi attimi, la vibrante essenza del cinema, quella potenza capace di mostrarci ciò che con l’occhio umano non possiamo vedere.

Lorenzo Livraghi

 

 
La vie d’Adèle (La vita di Adele – Capitoli 1 & 2)
Francia-Belgio-Spagna 2013
Regia: Abdellatif Kechiche
Sceneggiatura: tratto da “Il blu è un colore caldo di Julie Maroh”, adattamento di Abdellatif Kechiche e Ghalia Lacroix
Direttore della fotografia: Sofian El Fani
Montaggio: Sophie Brunet, Ghalia Lacroix, Albertine Lastera, Jean-Marie Lengelle, Camille Toubkis
Scenografia: Julia Lemaire, Coline Débée
Aiuto regia: Bahijja El Amrani, Monya Galbi, Auriane Lacince
Produzione: Brahim Chioua, Laurence Clerc, François Guerrar, Abdellatif Kechiche, Vincent Maraval, Olivier Théry-Lapiney
Interpreti principali: Léa Seydoux, Adèle Exarchopoulos, Salim Kechiouche, Jérémie Laheurte, Aurélien Recoing, Catherine Salée, Benjamin Siksou, Mona Walravens, Alma Jodorowsky
Durata: 179’

 

 

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