La graine et le mulet (Cous Cous) > Abdellatif Kechiche

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Kechiche è davvero impareggiabile nel recupero di una dimensione di semplicità primitiva e, per questo, genuinamente umana, all’interno del proprio cinema: La graine et le mulet, titolo originale di Cous Cous è letteralmente traducibile “il chicco e il cefalo”. Il titolo italiano non riesce a evidenziare lo statuto quasi elementale cui assurgono i due ingredienti base del cous cous di pesce, piatto tradizionale maghrebino. Il cibo, e la corrispondente abitudine sociale che ne consente la fruizione collettiva, hanno certamente un ruolo di primo piano nel film, ma è importante sottolineare che una tale enfasi (a partire dal titolo) non è fine a se stessa, bensì motivata dalla volontà di sottolineare la funzione principale del cibo e dell’atto del mangiare insieme: quella di unire, amalgamare. Come “il chicco e il cefalo”, elementi del tutto eterogenei uniti in uno dei piatti più conosciuti della tradizione araba, Kechiche tenta di mostrare come nella riscoperta di riti semplici come un pranzo collettivo, le tensioni e le contraddizioni sociali e individuali possono (o meglio, potrebbero) annullarsi completamente. Il cous cous, con la sua dignità di piatto povero tradizionale, diviene allegoria della possibile convivenza felice tra uomini, ma la grandezza del regista sta nel mostrarci come questa agognata dimensione di serenità collettiva sia continuamente minacciata e resa irraggiungibili da quelle particolarità, da quei difetti propri di ogni singolo individuo: gelosia, invidia, fragilità, desiderio. Anche in questo senso si ha un recupero di un’umanità semplice, che si mostra in tutte le sue poliedriche sfaccettature, anche negative.

 

 

Kechiche sembra poco interessato ad analizzare le conseguenze dell’incredibile mutamento sociale che ha caratterizzato la società contemporanea negli ultimi anni. Gli elementi socio-politici rimangono infatti sullo sfondo, rispetto alla vicenda principale: il regista dipinge un quadro iniziale abbastanza convenzionale, senza una seria volontà di indagine a quel livello. Slimane, il protagonista, lavora in un cantiere navale di Marsiglia da 35 anni, ed è per la prima volta costretto a confrontarsi con la flessibilità estrema dei rapporti di lavoro odierni, incorrendo prima in una riduzione delle ore di lavoro, e, infine, nel licenziamento. Nelle parole di amici pescatori e della figlia del protagonista, Karima, cogliamo una consapevolezza generale di questa estrema precarizzazione del mondo lavorativo, e delle loro disastrose conseguenze sulla vita quotidiana, unita a una certa rassegnazione nei confronti di tale realtà. Ma dopo questa breve e limitata caratterizzazione del piccolo universo sociale legato al porto di Marsiglia, la macchina da presa compie un moto di avvicinamento ai personaggi e li isola dal contesto esterno, dischiudendo un ristretto e vivace mondo familiare, ambiente prediletto dal regista come luogo di interazione dei propri personaggi. Ed è proprio a questo livello che si manifesta una contraddizione sostanziale: la scena del pranzo domenicale, da una parte, ci comunica un calore umano tangibile, sensibile, attraverso la sapiente alternanza di piani ravvicinati, che catturano ogni sorriso, ogni impercettibile espressione del viso, e piani più comprensivi, che ci comunicano la vicinanza, la socialità semplice e affettiva che riesce a legare le persone. La macchina da presa ci rende realmente partecipi della situazione, non possiamo fare a meno di sorridere insieme ai personaggi, anche noi in un certo senso ci sentiamo “parte della famiglia”. Notiamo che il vero protagonista, in questa scena, è il cibo: nessuno riesce a raccontarlo per immagini come Kechiche, quel cibo che si mangia senza curarsi di sporcarsi le mani, quel cibo così buono che fa parlare tutti con la bocca piena, e che in questo caso è il cous cous, cucinato dalla ex-moglie di Slimane, seduta a tavola con i propri figli. Non dimentichiamo, inoltre, che il pesce (lo vediamo in grande quantità a tavola), era stato uno degli elementi centrali della prima sequenza, svoltasi nel cantiere navale: non sarebbe azzardata un’interpretazione di questo come simbolo della povertà e della difficoltà della vita, accettata e resa sopportabile grazie a semplici riti di serena socialità.

 

 

Ma la serenità che traspare alla visione della scena conviviale è turbata dalla tensione sotterranea, repressa con difficoltà per consentire lo svolgimento del rito, che oppone un membro della famiglia e sua moglie, furiosa a causa delle sue dubbie uscite notturne. Un altro “asse di tensione”, di cui veniamo a conoscenza poco dopo, oppone la famiglia di Slimane, unita nel “culto” della madre, e la sua nuova famiglia, composta dalla proprietaria del piccolo hotel in cui il protagonista alloggia, nonché sua amante, e dalla figlia di lei. Un genuino ritorno ai valori del corpo e dell’affetto familiare e umano è reso impossibile, o comunque non può in alcun modo giungere alla piena realizzazione, a causa dell’uomo stesso. Questa contraddizione assume statura tragica nella sequenza finale, in cui il protagonista organizza una cena di raccolta fondi per finanziare il ristorante appena aperto (con i soldi dell’indennità di disoccupazione) su un barcone dismesso al porto. La cena, e ciò non ci sorprende, è a base di cous cous, e conta più di cento invitati, tra cui vi sono anche gli assessori comunali che hanno sinora negato le autorizzazioni per l’apertura del ristorante in via definitiva. Per un momento, all’inizio della sequenza, lo spettatore immagina un lieto fine, con la riconciliazione finale di individui, famiglia e società, grazie agli sforzi del protagonista e del piccolo universo umano che lo attornia, ma capiamo ben presto che qualcosa sta per succedere. Kechiche, dimostrando tra l’altro grande abilità nella creazione di suspense, mette in scena una vera e propria tragedia: l’elemento tragico qui è sommesso, sottaciuto, accade all’insaputa di tutti i personaggi, colpendo il protagonista, mentre in montaggio alternato assistiamo al tentativo (riuscito?) di rimediare al fallimento sostanziale della cena da parte di Latifa e Rym (l’amante di Slimane e la figlia di lei). È un finale che non dà facili soluzioni ai drammi dei personaggi, ma ci colpisce per la sua violenta mancanza di senso, per l’orribile gratuità del male inflitto al protagonista. La causa di tutto è ancora una volta Majid, che fugge da una delle sue amanti notturne in macchina, portandosi dietro inavvertitamente la pentola contenente il cous cous da servire agli invitati.

 

Forse è proprio per questo che la danza del ventre di Rym, che tanti hanno esaltato come momento di grande sensualità, dinamica celebrazione dei valori della carne, a noi pare quasi fredda, incapace di darci emozioni: nella rappresentazione del corpo femminile Kechiche sembra condensare le contraddizioni rilevate a livello sociale, restituendocene un ritratto oggettivo, piatto, con tratti di morbosa meccanicità.

Lorenzo Livraghi

 

 

La graine et le mulet (Titolo italiano: Cous Cous) – Francia 2007)
Regia: Abdellatif Kechiche
Sceneggiatura: Abdellatif Kechiche
Produzione: Claude Berri, Pierre Grunstein, Nathalie Rheims
Fotografia: Lubomir Backhev
Montaggio: Ghalia Lacroix, Camille Toubkis
Aiuto regia: Carlo Da Fonseca Parsotam, Raphäel De Vellis, Monya Galbi, Morgane Bourhis
Interpreti principali: Habib Boufares, Hafsia Herzi, Farida Benkhetache, Bouraouïa Marzouk, Sami Zitouni, Hatika Karaoui
Durata: 151’

 

 

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