The Act of Killing > Joshua Oppenheimer

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Veni, Vidi, Vici.
recensione a cura di Dikotomiko

 

Videoclip, documentario, mockumentario, found footage, POV.
Candid camera, amateur, homemade, spycam, webcam.
Streaming, Download, File sharing.
Youtube, youreporter, youporn, youdem (sigh).
You You You. Guarda guarda guarda.

Oggi uno è convinto di aver capito come funziona, trattasi di capitalismo video-ludico-libidico in cui il desiderio è pompato dal bombardamento di immagini, miliardi di pixel in (falso) movimento, ipnotici fino all’orgasmo del loop. Il pendolo oscilla, guardi e riguardi, guardi e riguardi, per sempre.

Stop. Refresh. Tutto è scomponibile e riproducibile all’infinito, nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si rivede.

Che poi, già Ballard aveva ovviamente capito tutto mooolto prima, e fissava il Big Bang nella morte di JFK, mai avvenuta perché da chiunque eternamente ri-vivibile nella manipolazione nei fotogrammi di Zapruder.

La visione, questo tipo di visione, sincopata apocopata, azzera il racconto, non c’è più inizio né fine, nessuna affabulazione, nessuna ricerca della verità, si ingollano le immagini come una pasticca qualsiasi, l’effetto è limitato e conosciuto, innocuo quindi.

Fine della Storia, inizio delle storie a richiesta.

Poi, di improvviso, cinema. Ecco The Act of Killing (Press notes), ecco il Nulla Sarà Più Come Prima.

Indonesia, oggi. Visione dei protagonisti, attori nel ruolo di se stessi.

 

 

Delinquenti da due soldi, con il mito di Hollywood, che facevano i bagarini davanti al cinema, e poi diventarono Demoni Sterminatori con il putsch del 1965. Con sguardo sognante raccontano tutto: il massacro dei Comunisti e dei Cinesi. I saccheggi, le torture, le tecniche e gli strumenti di sterminio. Gli stupri, gli infanticidi, l’orrore. E la gloria.

La gloria. Che manco P.K. Dick e la Svastica sul Sole.

Questi gangster («Gangster means free man», dicono a più riprese)sono eroi nazionali, santificati, osannati da folle giulive – ad hoc prezzolate – nei raduni della Milizia Pancasila, ancora saldamente al potere.

 

 

Guardano in macchina e mettono in scena le torture, si divertono a mimare con la voce il suono orrido, rauco ed infinito che esce da una gola umana durante lo sgozzamento. Hanno una memoria così vivida che riescono ad impersonare le loro vittime, specie nelle convulsioni e nelle urla di dolore.

Non sono le pur insostenibili descrizioni delle torture e delle esecuzioni a disturbare di più, no. È l’atteggiamento degli ex-carnefici davanti alla telecamera, la loro allucinante simpatia, il loro mostrarsi nonni affettuosi o freak obesi, padri di famiglia disincantati o guappi in divisa paramilitare, compagnoni allupati e misogini, che accidentalmente hanno dovuto versare fiumi di sangue ed accatastare centinaia di cadaveri perchè era la cosa giusta da fare, senza se e senza ma.

 

 

Non temono il giudizio della storia, loro la hanno fatta, la storia, loro hanno vinto.

Il racconto della banalità del male porta alla luce la demenza del male. Una ferocia decerebrata oltre l’immaginabile, paragonabile alla spietata incoscienza di un bambino che strappa le ali ad un insetto e ride felice.

La demenza del male. In Indonesia sembra essere una prerogativa nazionale. Mettono i brividi le scene di una trasmissione tv modello Pomeriggio Cinque, nella quale Anwar Congo, simpatica ottuagenaria canaglia, è ospite in studio. La giovane e bella conduttrice esalta con tono gioioso e compiaciuto i suoi massacri, come se stesse ricordando le prodezze balistiche di un noto calciatore, tra gli applausi scroscianti del pubblico in un’atmosfera di allucinata e pericolosissima idiozia festaiola e allegria sanguinaria. Dissonanza/boccata d’aria: la voce di un tecnico che osserva la trasmissione e le dichiarazioni tremende del sorridente Congo su di uno schermo di servizio e si chiede a voce alta come faccia a dormire la notte, questo pazzo.

 

 

Solo lui, il regista, il demiurgo Joshua Oppenheimer riesce a mandare in corto circuito questi stolidi cyborg, è lui che li inganna, nutrendo la loro boria con la promessa di girare un film in cui celebrano le loro gesta,è lui che li inganna con domande semplici semplici , cui essi rispondono sprezzanti, non accorgendosi che il racconto stesso si fa giudizio morale, pixel su pixel, fotogramma dopo fotogramma.

Il corto circuito è anche dello spettatore, che guarda il racconto ad occhi sgranati, travolto dal dubbio e dal turbamento, perché tutto questo non dovrebbe essere vero, ma lo è.

Pre-visione e visione definitiva al tempo stesso. Mai nessuno prima aveva illuminato il sottoscala del Potere in maniera così orrorifica.

Un giornale Indonesiano ha scritto che c’è un tempo prima ed un tempo dopo The Act of Killing.

 

 

Anche per il cinema è così. •

Dikotomiko

 

 

 

Tha Act of Killing
Titolo italiano: L’atto di uccidere

Regia: Joshua Oppenheimer
Co-regia: Christine Cynn, anonimo
Fotografia: Carlos Mariano Arango de Montis, Lars Skree
Montaggio: Niels Pagh Andersen, Janus Billeskov Jansen, Mariko Montpetit, Charlotte Munch Bengtsen, Ariadna Fatjó-Vilas
Trucco: anonimo
Costumi: anonimo
Suono: Gunn Tove Grønsberg, Henrik Gugge Garnov
Dubbing audio: anonimo
Musiche: Elin Øyen Vister
Production manager: anonimo
Post-production manager: Heidi Elise Christensen, Helga Høegh-Krohn, Maria Kristensen
Effetti visivi: Christopher Berge Hove, Tom Christer Lilletvedt
Motion graphic artist: Emil Thorbjørnsson
Line producer: anonimo
Produttori: Joshua Oppenheimer, Signe Byrge Sørensen
Produttori associati: anonimo, Christine Cynn, Maria Kristensen, Anne Köhncke, Lizzy Ratner, Joram ten Brink, Michael Uwemedimo
Produttori esecutivi: Torstein Grude, Werner Herzog, Errol Morris, André Singer, Joram ten Brink, Bjarte Mørner Tveit
Interpreti: Haji Anif, Syamsul Arifin, Sakhyan Asmara, Anwars Congo, Jusuf Kalla, Herman Koto, Haji Marzuki, Safit Pardede, Ibrahim Sinik, Soaduon Siregar, Yapto Soerjosoemarno, Adi Zulkadry
Produzione: Final Cut for Real
Coproduzione: Novaya Zemlya, Piraya Film A/S
In associazione con: Spring Films
Distribuzione italiana: Wonder Pictures
Suono: Dolby Digital
Lingue: indonesiano, inglese
Paese: Danimarca, Norvegia, UK
Anno: 2012
Durate: DCP (159′ & 115′), BluRay (159 & 115′), HDcam (115′), Digital File (159′ & 115′)

theactofkilling.com

 

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  • Corillo

    La visione di The act of killing è stata una delle
    esperienze più sconvolgenti che abbia mai fatto. Come dici, siamo ben oltre «la banalità del
    male», in cui il male si faceva largo nell’ordinata mente di un modesto
    burocrate che aveva fatto del rispetto degli ordini l’unico centro del proprio
    essere e della propria misera dignità. Qui siamo in presenza della trivialità
    del male: qualcuno che compie azioni aberranti e se ne vanta. Un povero di
    spirito, il cui immaginario è, per sua stessa ammissione, quello dei film
    gangster americani e che come un bambino si mette un’uniforme arancione per
    prendersi gli applausi in una surreale cerimonia di raduno dei carnefici, con
    inni alla parola «gangster che significa libertá». Un povero di spirito che si
    è convinto di poter sopportare il male che ha compiuto con una cerimonia in un
    aldilà pubblicitario in cui le vittime lo perdonano e gli mettono pure una
    medaglia al collo; una cerimonia che il genocida potrà poi vedere e rivedere in
    privato sul televisore, come tanti sfogliano e risfogliano l’album di nozze o
    ammirano il proprio profilo facebook. In questo sonno della ragione i
    travestimenti da drag queen del compare sono del tutto plausibili, se non coerenti, dato che il
    rovesciamento carnevalesco è sempre mostruoso e la maschera è espressione di un
    irriducibile e rimosso nucleo di violenza, la celebrazione sociale dell’apotropaico. In
    fondo se il kitch gangster-carneval-puttanesco impera in certi ambienti di miseria
    umana un motivo ci sarà!

    È un film, anche, su cosa
    significa recitare e mettere in scena, su cosa siano la finzione e la mimesi. E sul perché vogliamo
    conoscere il male attraverso l’arte: per liberarcene, come sosteneva
    Aristotele, o per restare sospesi brevemente su quell’abisso che fa parte di
    noi in quanto esseri umani e che, per fortuna, ci terrorizza?

    È un’opera che
    affronta il problema del bene e del male alla radice, e quei conati di vomito
    conclusivi qualche speranza in una morale umana che non si lascia distruggere
    dall’impunità e dal nichilismo la danno.

    Certo, per un
    italiano qualche riflessione su cosa succede a quei paesi in cui si accettano
    situazioni come quelle della Terra dei Fuochi e in cui più si è delinquenti e impuniti e
    più si ottiene un riverito successo – come dire… – viene da sé.