Torino 31 // Retrospettiva New Hollywood (1967-1976)

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Le retrospettive sono sempre una meraviglia perché capaci di scavare nel cuore della cinefilia andando a battere strade in apparenza estremamente conosciute per dissotterrarne dimenticanze, riportando davanti agli occhi del pubblico elementi che diverranno imprescindibili per una ricostituita passione. Sono viaggi densi per la critica e gli addetti ai lavori e appassionanti per il pubblico. Lo scorso anno la retrospettiva del Torino Film Festival fu dedicata a Joseph Losey, a Robert Altman nel 2011 e a John Huston nel 2010 (per una panoramica complessiva, a ritroso nel tempo, rimandiamo il lettore al sito del festival).

Quest’anno l’approfondimento storico della 31° edizione del Torino Film Festival (22-30 novembre 2013) sarà dedicato a un corpus di film piuttosto che a un singolo autore. E questa è una scelta che ci piace decisamente perché è bello adito e stimolante rintracciare connessioni tra film di differenti registi piuttosto che ricomporre bio/filmografie che fanno sempre storia a se, nella singolarità eccezionale di ogni bio/filmografia. Una retrospettiva dedicata alla New Hollywood del decennio 1967-1976 che si svilupperà all’interno di Torino 31 e 32 (2013-14), a cura di Emanuela Martini (che a Torino è pure vice direttore del Festival) con la collaborazione di Luca Andreotti. Un viaggio nel tempo che indaga un’epoca di profonda crisi dell’industria cinematografica nel momento in cui seppe rinnovarsi accogliendo al suo interno le istanze libertarie (politiche e stilistiche) di una nuova generazione di registi che già da qualche anno produceva un cinema vitalissimo confinato in spazi marginali della produzione e della distribuzione. La New Hollywood fu prima di tutto un esempio della camaleontica capacità di adattamento del capitalismo, e dell’industria cinematografica in special modo, pronto ad allargare le maglie della censura e rivoluzionare le proprie modalità produttive ossificate dal tempo, tornando a riempiere sale e bilanci. [AG]

 

 

Suicide is painless: il nuovo cinema americano 1967-1976

Negli anni Sessanta l’industria cinematografica hollywoodiana è nel pieno della crisi generata dalla concorrenza della televisione e dall’incapacità degli studios di tenere il passo con il terremoto culturale che scuote gli Stati Uniti: assassinii politici come quelli dei Kennedy, di Malcolm X e di Martin Luther King, la guerra del Vietnam, i movimenti degli studenti e degli afroamericani stanno demolendo l’American Dream dalle radici e la vecchia Hollywood non ha più alcun fascino. Fin dall’inizio del decennio emergono nuovi modelli narrativi espressi da compagnie indipendenti come la Corman Factory, nuove interpretazioni della realtà e della Storia, nuovi volti e comportamenti che parlano al pubblico giovane. Ma l’anno di svolta è il 1967, quando due film di studio, Bonnie and Clyde di Arthur Penn e The Graduate di Mike Nichols, ribaltano rispettivamente il gangster film e la commedia romantica. Poi, nel 1969, esce Easy Rider, diretto da Dennis Hopper e prodotto da Peter Fonda (perché Roger Corman, per una volta non lungimirante, si rifiuta di produrlo): basso costo, enorme successo (nel 1972 aveva incassato più di 60 milioni di dollari), nuovi ritmi, temi, antieroi disillusi. Da questo momento, storia, stile, facce, tutto cambia nella narrazione di sé che l’America traccia attraverso il cinema; scompaiono ottimismo, perfezione, eroismo, sostituiti da dubbio, angoscia, sconfitta. Hollywood non tarda ad accorgersi del fenomeno (che corrisponde anche al ringiovanimento del pubblico e allo scossone che investe tutta la cultura), dà lavoro ai giovani autori, sceneggiatori, attori, produttori, senza condizionarne, almeno per alcuni anni, idee e stile.
A questo fenomeno è dedicata la retrospettiva della 31° e della 32° edizione del Torino Film Festival, al linguaggio e alla mitologia che, originate dalla controcultura, furono elaborate nel corso di un decennio dai giovani talenti provenienti dal cinema indipendente e dai nuovi autori che si erano formati in televisione. Curata da Emanuela Martini, la retrospettiva si articola su due anni e si propone, anche con la collaborazione dell’Università degli studi di Torino, di tracciare un quadro esauriente delle suggestioni che hanno cambiato la faccia del cinema (non solo) americano.

Circa ottanta titoli, presentati in maniera non cronologica, soprattutto per poter proiettare in entrambi gli anni i film che vengono via via restaurati, ma anche per offrire, sia nel 2013 che nel 2014, un panorama dell’evoluzione delle atmosfere e dei temi dominanti del decennio. In questa edizione si va dagli anticipatori, come Ride the High Country (1962) di Peckinpah e The Wild Angels (1966) di Corman, alla crisi dell’americano medio di The Swimmer (1968) di Frank Perry e di Bob & Carol & Ted & Alice (1969) di Paul Mazursky; dall’esplosione dell’on-the-road di Easy Rider (1969) di Dennis Hopper, Vanishing Point (1971) di Richard Sarafian, Two-Lane Blacktop (1971) di Monte Hellman, all’angoscia paranoica post-Watergate di The Parallax View (1974) di Alan J. Pakula e Night Moves (1975) di Arthur Penn; dalla critica alla politica e alla corruzione di Medium Cool (1969) di Haskell Wexler e Cisco Pike (1972) di Bill L. Norton, allo sguardo tragico o satirico sulla società dello spettacolo di They Shoot Horses, Don’t They? (1969) di Sydney Pollack e Smile (1975) di Michael Ritchie; dalla sconsolata riflessione sul cinema e sul passato di Peter Bogdanovich (Targets, 1968, e The Last Picture Show, 1971) all’attacco ai generi di Sam Peckinpah (Pat Garrett and Billy the Kid, 1973) e Brian De Palma (Sisters, 1973). Ci sono i primi film di quelli che diventeranno i nuovi maestri, come George Lucas (THX 1138, 1971), Francis Ford Coppola (The Rain People, 1969), Martin Scorsese (Boxcar Bertha, 1972) e Michael Cimino (Thunderbolt and Lightfoot, 1974), e opere quasi uniche, come Electra Glide in Blue (1973) di William Guercio, Little Murders (1971) di Alan Arkin e Inserts (1974) di John Byrum. Ci sono caposaldi del crollo dell’American Dream, come Five Easy Pieces (1970) e The King of Marvin Gardens (1972) di Bob Rafelson, Midnight Cowboy (1969) di John Schlesinger, The Scarecrow (1974) di Jerry Schatzberg, California Split (1974) di Robert Altman, e della crisi della controcultura, come Milestones (1975) di Robert Kramer e John Douglas. C’è un mondo, incagliato e frustrato, nel quale però tutto pareva ancora possibile.

Emanuela Martini

 

 

I film presentati (in ordine cronologico)

 

RIDE THE HIGH COUNTRY (SFIDA NELL’ALTA SIERRA) di Sam Peckinpah (USA, 1962, 35mm, 94′)

THE WILD ANGELS (I SELVAGGI) di Roger Corman (USA, 1966, 35mm, 93′)
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speciale ROGER CORMAN

BONNIE & CLYDE (GANGSTER STORY) di Arthur Penn (USA, 1967, DCP, 93′)

THE SWIMMER (UN UOMO A NUDO) di Frank Perry (USA, 1968, DCP, 95′)

TARGETS di Peter Bogdanovich (USA, 1968, 35mm, 90′)

BOB & CAROL & TED & ALICE di Paul Mazursky (USA, 1969, DCP, 105′)

EASY RIDER di Dennis Hopper (USA, 1969, 35mm, 95′)
Directed By Dennis Hopper. Born to Be Wild

MEDIUM COOL (AMERICA, AMERICA DOVE VAI?) di Haskell Wexler (USA, 1969, 35mm, 111′)

MIDNIGHT COWBOY (UN UOMO DA MARCIAPIEDE) di John Schlesinger (USA, 1969, DCP, 113′)

THE RAIN PEOPLE (NON TORNO A CASA STASERA) di Francis Ford Coppola (USA, 1969, 35mm, 101′)

THEY SHOOT HORSES, DON’T THEY? (NON SI UCCIDONO COSÌ ANCHE I CAVALLI?) di Sydney Pollack (USA, 1969, 35mm, 129′)

FIVE EASY PIECES (CINQUE PEZZI FACILI) di Bob Rafelson (USA, 1970, 35mm, 98′)

WOODSTOCK di Michael Wadleigh (USA, 1970, DCP, 184′)

HAROLD AND MAUDE (HAROLD E MAUDE) di Hal Ashby (USA, 1971, DCP, 91′)

THE LAST PICTURE SHOW (L’ULTIMO SPETTACOLO) di Peter Bogdanovich (USA, 1971, DCP, 118′)

LITTLE MURDERS (PICCOLI OMICIDI) di Alan Arkin (USA, 1971, 35mm, 110′)

THX 1138 (L’UOMO CHE FUGGÌ DAL FUTURO) di George Lucas (USA, 1971, 35mm, 86′)

TWO-LANE BLACKTOP (STRADA A DOPPIA CORSIA) di Monte Hellman (USA, 1971, 35mm, 102′)

VANISHING POINT (PUNTO ZERO) di Richard Sarafian (USA, 1971, 35mm, 99′)
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BOXCAR BERTHA (AMERICA 1929: STERMINATELI SENZA PIETÀ) di Martin Scorsese (USA, 1972, 35mm, 88′)

CISCO PIKE (PER 100 CHILI DI DROGA) di Bill L. Norton (USA, 1972, 35mm, 95′)

FAT CITY (CITTÀ AMARA) di John Huston (USA, 1972, 35mm, 100′)

THE KING OF MARVIN GARDENS (IL RE DEI GIARDINI DI MARVIN) di Bob Rafelson (USA, 1972, DCP, 103′)

ELECTRA GLIDE IN BLUE (ELECTRA GLIDE) di William Guercio (USA, 1973, 35mm, 114′)

THE LAST DETAIL (L’ULTIMA CORVÈ) di Hal Ashby (USA, 1973, DCP, 104′)

PAT GARRETT & BILLY THE KID di Sam Peckinpah (USA, 1973, 35mm, 122′)

SISTERS (LE DUE SORELLE) di Brian De Palma (USA, 1973, 35mm, 93′)
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speciale BRIAN DE PALMA

CALIFORNIA SPLIT (CALIFORNIA POKER) di Robert Altman (USA, 1974, 35mm, 108′)

INSERTS (IL PORNOGRAFO) di John Byrum (USA, 1974, 35mm, 117′)

THE PARALLAX VIEW (PERCHÉ UN ASSASSINIO) di Alan J. Pakula (USA, 1974, 35mm, 102′)

THE SCARECROW (LO SPAVENTAPASSERI) di Jerry Schatzberg (USA,1974, DCP, 112′)

THUNDERBOLT AND LIGHTFOOT (UNA CALIBRO 20 PER LO SPECIALISTA) di Michael Cimino (USA, 1974, 35mm, 115′)

FAREWELL, MY LOVELY (MARLOWE IL POLIZIOTTO PRIVATO) di Dick Richards (USA, 1975, 35mm, 95′)

MILESTONES di Robert Kramer e John Douglas (USA, 1975, 35mm, 195′)

NIGHT MOVES (BERSAGLIO DI NOTTE) di Arthur Penn (USA, 1975, 35mm, 100′)

SMILE di Michael Ritchie (USA, 1975, 35mm, 113′)

 

 

www.torinofilmfest.org

 

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