A Field in England > Ben Wheatley

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Un film psichedelico, potente e selvaggio
A Field in England di Ben Wheatley (UK/2013)
recensione a cura di Alessio Galbiati

! segnaliamo in coda all’articolo una poderosa serie di EXTRA dal Making of del film !

 

« Giacché ignoro in qual luogo mi trovi, sempre che codesto nome di luogo non sia incongruo; e che significa "mi trovo"? Ho forse una così chiara coscienza del mio consistere, che possa di me dire che io mi trovo "qui"? »
Giorgio Manganelli, Dall’inferno

 

Un viaggio psichedelico che è un tuffo in certo cinema del secolo passato, sfacciato e assordante, ipnotico e inconsistente come un bad trip che ti divora e dal quale ti è dato solo di sopravvivere. Un film che si apre con una didascalia che è già tutto un programma, “Questo film contiene immagini lampo e sequenze stroboscopiche”, e che per (quasi) la sua intera durata ti domandi se non sia un monito ironico, un’iperbole depistante. E invece scopri che quanto promesso è mantenuto e si avvera davanti ai tuoi occhi, sollecitato da una scorpacciata di funghi allucinogeni, in una sequenza di dieci minuti che è un delizioso strazio per la vista, un fungo atomico abbacinante di flickering (sfarfallio di fotogrammi giustapposti con ritmica frenetica) prolungato e senza sosta – forse la più lunga sequenza di flickering contenuta in un film “normale”. Ma A Field in England di Ben Wheatley non è un film “normale”.

Da qualche parte in Inghilterra durante la guerra civile del XVII secolo (1642-1651), Whitehead (interpretato da uno straordinario Reece Shearsmith) e il suo Signore sono alla ricerca di O’Neil (Michael Smiley, cioè l’attore feticcio del cinema di Wheatley), un uomo che probabilmente è il demonio. Mentre infuria la battaglia Whitehead viene scaraventato oltre un muro di rovi da una fragorosa esplosione, il suo padrone e comandante, bloccato dall’altra parte e in sella a un cavallo, gli intima di proseguire le ricerche dell’uomo misterioso sforzandosi di usare i poteri divinatori di cui è in possesso, ma una lancia gli trafigge il petto uccidendolo. Di colpo, e inaspettatamente, Whitehead è un uomo libero, in un campo – da qualche parte – in Inghilterra. Nell’oltre entro il quale si trova incontrerà tre uomini: il militare e militaresco Culter (Ryan Pope), individuo dai modi poco raccomandabili; lo stralunato Jacob (Peter Ferdinando), un pover’uomo disperso dal campo di battaglia e dalla vita; e Amico (Richard Glover), un bifolco senza nome dai modi fanciulleschi. I quattro si aggireranno in questo territorio (field) non ben definito ma chiaramente delimitato come un perimetro metafisico, con l’obiettivo di raggiungere un’ipotetica birreria nella quale sollazzare le loro stanche carni. Casualmente incontreranno O’Neil, che nel breve volgere di qualche battuta porrà i quattro sotto il suo più totale dominio, psicologico e fisico, disponendo della loro sorte e delle loro vite. Essendo a conoscenza dei poteri magici di Whitehead, O’Neil lo esorta a trovare un tesoro di cospicuo valore che è sotterrato da qualche parte in questo maledetto campo. Tra superstizioni e divinazioni, tra resurrezioni e sodomizzazioni, tra allucinazioni e tradimenti, la storia raccontata da Ben Wheatley si trasforma in un assurdo e psichedelico viaggio nel delirio di Whitehead, un racconto dentro al quale nulla ha senso e tutto si sviluppa privo di razionalità.

 

 

A Field in England è forse un film che da conto della brutalità umana, dunque un’opera contigua ai precedenti del talentuoso regista inglese che, per stile e ferocia, ha in Nicolas Winding Refn il riferimento cinematografico contemporaneo più prossimo. Ma forse, visto quest’ultimo film, c’è pure un qualcosa dell’Albert Serra di Història de la meva mort (Story of My Death). Mentre, per quanto riguarda il cinema del passato, mi pare evidente una chiara parentela con The Wicker Man – cultissimo del 1973 diretto da Robin Hardy e interpretato da Edward Woodward e Sir Christopher Lee. Iperviolenza, una forte attenzione alla composizione estetica delle immagini, un gusto per le anime nere e l’istintualità animale, cervellotica cura della scrittura e dell’articolarsi degli intrecci, sono queste le caratteristiche costanti del cinema di Ben Wheatley che lo collocano, nonostante i pochi film all’attivo (ma di questi tempi realizzare una filmografia è impresa per pochi!), fra gli autori di culto del cinema del secondo decennio degli anni 2000, senz’altro in UK, ma con parecchi estimatori in giro per il mondo. Nei suoi film precedenti (Down Terrace e Kill List) covava già un’evidente ribollir di forze ancestrali e prepolitiche che si palesarono con chiarezza nella sequenza dell’omicidio presso un sito archeologico contenuta in Sightseers. In quel delirante quanto inutile spargimento di sangue, una musica antichissima in sottofondo segnalava una delle possibili chiavi di lettura di un film così brutalmente cupo e senza speranza, che si offriva allo spettatore (al netto dello humor nero) come una lettura antropologica dell’abbruttimento umano contemporaneo e dell’intenzione del suo autore di connettere queste azioni con un passato ancestrale della specie. Dunque con A Field in England Wheatley giunge prevedibilmente a un passato ormai lontano, come il XVII secolo inglese della guerra civile tra monarchici e parlamentari, per ragionare sull’animo di una specie vista eternamente in lotta nella sopraffazione reciproca. Egli ci racconta (la sceneggiatura è firmata da Amy Jump, collaboratrice già dai film precedenti nonché compagna di Wheatley) un’epoca in cui a pochissimi era concesso lo statuto di esseri umani, in cui la vita non era altro che un orpello a disposizione di un qualche nobile che per diritto divino disponeva delle terre e dei suoi abitanti. Ma dentro a questo spaccato storico, ricostruito con un budget modestissimo evocato con quattro costumi d’epoca e l’uso di un inglese arcaico, il film si sofferma nell’illustrazione dell’animo del suo protagonista: Whitehead. Un alchimista alla corte di un Signore brutale che è consapevole della propria condizione di ciarlatano ma che, solo grazie a questa, può elevare il proprio status da quello di bestia agli ordini del potere a quello di individuo temuto e ascoltato dai potenti. A Field in England ci racconta la storia di un uomo che per necessità, sotto la continua minaccia di morte prima del suo comandante, poi di O’Neil, è costretto a trovare dentro di se poteri magici che non sospettava nemmeno di possedere. Ci racconta la sua lotta per la vita e per la libertà, dentro a un terreno (field) che diviene al contempo metafisico e psichedelico, oltre la vita e la morte. Un film confuso, come ogni film di Wheatley, ma potenze e selvaggio.

A Field in England è stato presentato in anteprima il 4 luglio 2013 al Karlovy Vary Film Festival dove ha ottenuto il Premio Speciale della Giuria, il giorno dopo (5 luglio) è uscito nelle sale inglesi (e in alcune proiezioni speciali su invito in alcuni “field” in giro per il paese), è stato trasmesso sul canale televisivo Film4 (coproduttore del film), è stato reso disponibile come Video on Demand (solo in Inghilterra) su Film4oD e iTunes, e in pre-ordine nei formati home video DVD e Blue-Ray. Questa prospettiva distributiva è decisamente interessante per un indipendente in epoca digitale perché in grado di aggirare le trappole della distribuzione tradizionale dentro alla quale troppo cinema interessante, da qualche decennio, rimane impigliato. Non conosco però i risultati di questo modello, assai simile a quanto attuato dal regista statunitense Shane Carruth per il suo Upstream Color, segnalo unicamente la comparsa del film di Wheatley, a poche ore dal lancio del 5 luglio, nei peggiori bar di Caracas del P2P… Ma è pur vero che, legalmente o meno, il film ha potuto godere, grazie a questa massiccia campagna distributiva, di una visibilità altrimenti impensabile che gli ha immediatamente conferito lo status di instant cult.

Per concludere, segnalo che il tutto è stato girato in bianco e nero ad altissima definizione, con una macchina da presa Red Epic, all’interno di un unico set, praticamente senza scenografie, con pochissimi costumi e oggetti di scena, e con soli sei attori. Un film in altissima definizione (2K), distribuito nelle sale in D-Cinema, ma a budget ridottissimo (circa 360’000€). •

Alessio Galbiati

 

 

A Field in England

Regia: Ben Wheatley
Sceneggiatura: Amy Jump
Fotografia: Laurie Rose
Montaggio: Amy Jump, Ben Wheatley
Musiche: Jim Williams
Suono (presa diretta): Rob Entwistle
Effetti speciali: David Holt, Mark Holt
Digital intermediate: Peter Collins
VFX: Hugh Johnson
Digital compositor: Christopher Taylor
Digital image technician: Matthew Oaten
Production Design: Andy Kelly
Art Direction: Ashley Dando
Trucco, acconciature: Candy Alderson
Production Management: Philiy Page
Produttore esecutivo: Anna Higgs
Produttori: Claire Jones, Andrew Starke
Interpreti: Reece Shearsmith (Whitehead), Michael Smiley (O’Neill), Julian Barratt (Trower), Peter Ferdinando (Jacob), Richard Glover (Friend), Ryan Pope (Cutler), Sara Dee (la voce)
Produzione: Rook Films
Distribuzione: Film4 Productions (UK), Drafthouse Films (USA)
Colore: bianco e nero
Rapporto: 2.35:1
Camera: Canon EOS C300 (alcune riprese), Red Epic
Laboratorio: Company 3, Londra (digital intermediate)
Negativo: Canon Cinema Raw, Redcode RAW
Processo fotografico: Digital Intermediate – 2K, Redcode RAW (source)
Formato di proiezione: D-Cinema
Lingua: inglese
Anno: 2013
Paese: UK
Durata: 91′

SITO UFFICIALE DEL FILM

 

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