Away We Go (American Life) > Sam Mendes

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Giovani, carini e….

 

Away We Go (in Italia American Life per richiamare American Beauty) è un film del 2009 diretto da Sam Mendes e scritto dalla coppia di autori Dave Eggers-Vendela Vida, alla loro prima esperienza cinematografica. Ambizioso negli intenti, che appaiono sproporzionati rispetto ai mezzi a disposizione, il film di Mendes si risolve, ancora una volta, in un’occasione mancata. Evidentemente, quella di Revolutionary Road è da considerarsi solo come una parentesi positiva, visto che Away We Go fa riemergere i peggiori vizi del regista: la superficialità e la grevità nel trattare argomenti importanti, lo stile patinato (e qui da Sundance nel senso deteriore del termine), gli ammiccamenti sentimentalistici, la colonna sonora “furbetta” di Alexis Murdoch (stile Pearl Jam) e il patetismo di personaggi che si vorrebbero empatici ma che alla fine risultano solo stucchevoli. Certo, come sempre, non tutto è da buttare via anche in questo film, come dimostra la profondità e la sincerità dell’episodio di Montreal, ma per il resto, tra personaggi di contorno appena abbozzati e poco più che macchiette e con due protagonisti forzatamente “alternativi”e mai credibili, le buone intenzioni – quelle di raccontare un paese sempre più inospitale, lontano dalle esigenze dei giovani, confuso nel delineare i limiti familiari e affetto da gigantismo senza averne più i mezzi, unito alla visione di genitori sempre più adolescenti e adolescenti sempre più adulti, oltre alle difficoltà di creare una famiglia per chi non ha altri mezzi se non l’amore che li lega – si risolvono in un patetico ritorno a casa coronato dalla banalità dell’affermazione di Verona di fronte alla casa dove è cresciuta: “Non mi ricordavo che fosse così bella”.

 

Eppure, la scrittura di Vendela Vida e soprattutto di Dave Eggers sembravano poter garantire quel tocco di leggerezza intelligente comune ad altre opere scritte dall’autore, che nel 2008 ha collaborato con il regista Spike Jonze alla stesura della sceneggiatura del film Where the Wild Things Are (Nel paese delle creature selvagge), tratto dall’omonimo classico della letteratura per ragazzi di Maurice Sendak.
Credendosi ormai autore affermato, Sam Mendes, dopo l’esperienza positiva e sorprendente di Revolutionary Road, pecca di presunzione e ingaggia due attori sconosciuti per costruire una storia minimalista e abbracciando il road movie come genere di riferimento, convinto che bastino la fotografia cool (basta vedere come sono ripresi i paesaggi dell’Arizona), il desiderio, anzi il sogno, di due giovani “precari” (in tutti i sensi) di formare una famiglia “contro tutto e contro tutti”, e la sua regia (mai così anonima) per dipingere un affresco leggero e “impegnato” sui limiti del fallimento da un lato e sul fallimento” dell’american dream dall’altro. Nelle intenzioni di Sam Mendes, Burt e Verona vorrebbero essere personaggi anti-hollywoodiani, né belli né brutti, e nemmeno affermati o disperati, imperfetti e insicuri, maliziosamente ”freak” e proiettati verso una “speranza di vita migliore” (come ha dichiarato lo stesso regista), verso un futuro che si può solo immaginare e che trova compimento nel ritorno a casa, nelle proprie radici e si risolve invece in un finale sentimentale e prevedibile, in una fuga da fermo: Away we Go, appunto, fallendo l’intenzione da parte del regista di dare ai due una vera possibilità di trovare l’identità propria che non è slegata da quella degli Stati Uniti, come dimostra una delle battute più salaci del film, quella pronunciata dal disilluso Lowell: “Se questo paese è una merda, gli altri paesi non sono altro che mosche no?”.

 

Il film narra la storia di Burt (John Krasinski) e Verona (Maya Rudolph), una coppia sulla trentina che aspetta un bambino. La gravidanza procede bene finché ricevono una notizia improvvisa e sconvolgente: gli eccentrici genitori di Burt annunciano che lasceranno il Colorado per trasferirsi in Europa. A questo punto, viene a cadere l’unica ragione per cui avevamo deciso di stabilirsi lì. Dove e vicino a chi dovranno mettere su casa per crescere il bambino in arrivo? Partono così per un viaggio che li porterà a far visita ad amici e familiari, in città diverse, per valutare le possibili opzioni…

 

Il rigore con cui è girato Away We Go, con piani fissi calibrati, una divisione volumetrica al limite della perfezione e un uso normalizzato dei movimenti di macchina, stride fortemente con la storia sgangherata, con le incursioni nella volgarità, con l’ossessione del maschio americano verso le misure e la forma del seno femminile, tutte cose invece che contribuiscono ad una messa in scena accattivante ma sterile. La scena “feticcio” del regista, cioè quella della famiglia riunita a tavola, stavolta non prevede il “classico” campo medio dei film precedenti, ma è orchestrata su campo e controcampo e ricorre più volte all’interno del film, sia per scandire i momenti di incontro tra Burt e Verona e i loro familiari e/o conoscenti, sia per stabilire i rapporti di forza all’interno delle relazioni sociali. Se l’episodio di Madison si risolve con la sfuriata grottesca di Burt, quello di Montreal rappresenta invece il momento della presa di coscienza della fatica di essere famiglia da parte dei due giovani “illuminati” dai consigli e dalla saggezza (frutto della sofferenza come sapremo in seguito) di James e Munch, coppia, con figli adottivi, che il regista identifica come famiglia ideale a cui ambire per crescere un figlio nell’America del 2011.

 

Verona, nel film, richiama più volte il concetto di fallimento: la donna sembra porsi a metà strada tra il desiderio di “un futuro migliore” e la consapevolezza dei mezzi limitati a disposizione. Burt è invece un bambino in cerca di una madre (compagna o figlia non ha importanza), un immaturo incapace di confrontarsi con la realtà che imita la voce grave di un commentatore radiofonico per apparire credibile di fronte ai clienti a cui deve vendere assicurazioni, e che desidera per la propria figlia l’immagine di un vita stereotipata e avventurosa (forse quella che lui non ha vissuto): “Voglio essere quel tipo di padre che crea oggetti con il legno” (ma confonde “calzare” con “intagliare”), e poi ancora, durante il viaggio in macchina: “Voglio che giochi nei torrenti, che sappia andare in canoa, che sappia divertirsi all’aria aperta. Voglio che abbia un’infanzia alla Huckleberry Finn…”; Verona invece è molto riflessiva, dura e ostinata nell’opporsi al matrimonio, ed incarna la figura di una donna che ama sì il proprio uomo ma che, forse, è alla ricerca di una sicurezza che lo stesso non gli può dare, e lei sembra saperlo, come conferma la criptica battuta finale in risposta alla affermazione di Burt che sul portico della casa di Verona dice: “Questo posto è…. perfetto per noi”, e la donna risponde tra le lacrime: “Lo spero, cazzo”.

 

Scandito dal continuo apparire di cartelli neri con su scritto la direzione del viaggio, Away to Phoenix, Tucson, Madison, Montreal…Home, Away We Go tocca il punto più basso durante l’episodio che vede protagonista la coppia “alternativa” di Madison, in cui il racconto grottesco (nelle intenzioni) della vita di due sciroccati dediti al culto di un movimento integralista che sembra provenire direttamente dagli anni’70, si risolve in realtà in un bozzetto volgare (mai pungente) che serve solo ad allungare il metraggio del film. LN cioè la pseudo-cugina di Burt (interpretata da una Maggie Gyllenhaal ridicola, tutta risolini e sospiri) e il compagno Roderik appartengono al “Continuum Movement” che segue la regola delle tre “S” – niente separazione, niente saccarosio, niente seggiolini o passeggini – non riescono mai ad essere credibili, ed è imbarazzante notare come Burt e Verona siano in parte attratti da questo modo di vivere e che la loro ribellione non si manifesti sul confronto tra valori ma sul modo di interpretare il lavoro di assicuratore. In contrapposizione a quest’episodio, l’incontro con i compagni di università a Montreal appare invece come quello più riuscito, oltre che esplicito nel dimostrare le potenzialità (inespresse) di un regista troppo intento alla ricerca dell’effetto e poco attento al contenuto. James e Munch, coppia che vive con cinque figli adottivi che manda a letto prima che i Von Trapp di The Sound of Music (Tutti insieme appassionatamente, 1965) di Robert Wise, incontrino la guerra e Hitler, sono sì una famiglia felice ma lo sono anche perchè nascondono la sofferenza di non poterne avere di figli (e a tal proposito il momento della lap dance di Munch davanti al marito appare sinceramente struggente) e assurgono a modello di vita “perfetta”.

 

Non a caso, Burt e Verona abbandonano Montreal per dirigersi a Miami a causa della separazione del fratello di Burt. Famiglia ideale e disgregazione familiare a confronto, il momento più alto di Away We Go, che purtroppo rimane isolato e che viene svilito dalle reciproche promesse infantili di Burt e Verona sdraiati sul tappeto elastico. Due bambini desiderosi di diventare adulti, consapevoli di fronte alle rinunce che questo comporta e, forse, non del tutto in grado di accettarle, e che per ritrovare sicurezza non trovano di meglio che rifugiarsi dentro un casa il cui portico guarda verso il mare… Un posto “perfetto” che chiude il film con l’immagine stucchevole della coppia seduta sullo scalino del portico, inquadrati di spalle (alla John Ford) mentre provano ad immaginarsi un futuro di cui hanno in mano solo la speranza o, meglio, come dice Verona: “Lo spero, cazzo”.

 

Fabrizio Fogliato

 

Away We Go
(American Life, USA/UK, 2009)
Regia: Sam Mendes
Sceneggiatura: Dave Eggers, Vendela Vida
Musiche: Alexi Murdoch
Fotografia: Ellen Kuras
Montaggio: Sarah Flack
Interpreti pricnipali: John Krasinski, Maya Rudolph, Carmen Ejogo, Catherine O’Hara, Jeff Daniels, Allison Janney, Jim Gaffigan, Samantha Pryor, Conor Carroll, Maggie Gyllenhaal, Josh Hamilton, Chris Messina
98′

 

Leggi anche la recensione di Roberto Rippa

 

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  • Ok sul fatto che sia film non riuscito, non è ok l’analisi del cinema di Mendes,c he è uno dei più talentuosi ed eclettici della sua generazione, con un talento visivo indiscutibile (pensare anche a Jarhead ed alla splendida messa in scena di Skyfall).