Blue Jasmine > Woody Allen

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Dopo le zampate di Midnight in Paris e di Whatever WorksBasta che funzioni, Woody Allen era sceso con l’inguardabile To Rome With Love (scritto con la mano sinistra e diretto ad occhi chiusi, come forse giustificherebbero alcune impietose immagini che lo ritraevano addormentato sul set) ai suoi livelli minimi, toccando il punto più basso di una carriera di regista che dura da quasi 50 anni e 45 film (incluso il segmento Oedipus Wrecks compreso nel film collettivo New York Stories), tra altissimi e bassi (prima del film romano, la palma di film più brutto apparteneva indubbiamente a Vicky Cristina Barcelona del 2008). L’ultima tappa del tour europeo di Woody Allen in cerca di coproduzioni – da anni il regista stenta a trovare produzione negli Stati Uniti a causa degli scarsi incassi ottenuti dai suoi film in patria – non si era risolto felicemente. Ma, come già accaduto in passato, pensare che la vena del regista newyorkese sia definitivamente esaurita rischia di cozzare contro i colpi di coda di cui è capace. Come capita con Blue Jasmine, un film che solo lui avrebbe potuto dirigere.

 

 

Nel film, Jeannette – ribattezzatasi da tempo Jasmine non solo perché più chic ma forse anche per costruirsi una nuova identità, bugiarda come molte sue parole – si trasferisce da New York a San Francisco dopo che suo marito, finanziere truffaldino dal successo effimero, è stato arrestato per le sue malversazioni e si è ucciso in cella. È lei stessa a raccntare la sua storia, epurata delle parti a lei più sgradite, nei primi minuti del film in un monologo la cui destinataria è la sua sventurata compagna di posto in aereo. A San Francisco, Jasmine si riunisce a sua sorella – adottiva come lei e, al contrario di lei, dignitosamente proletaria. Mentre tenta con grande difficoltà di costruirsi una nuova vita in California, assistiamo in retrospettiva a episodi della sua recente vita passata, tra lusso e prestigiose occasioni sociali.

 

La Jasmine che giunge a San Francisco è irriconoscibile, rispetto a quella di New York. In pieno esaurimento nervoso, non rinuncia a guardare con malcelato orrore alla semplice vita di sua sorella e nemmeno riesce a tacere il suo disgusto nei confronti del di lei futuro marito, un uomo semplice ma molto innamorato.
Mentre il suo mondo si rovescia, il sospetto che il suo (auto)proporsi come vittima nasconda in realtà una carnefice si fa strada.
Woody Allen prende a prestito da Tennessee Williams e dal suo “Un tram che si chiama Desiderio” nel comporre il ritratto di due donne fragili psicologicamente una delle quali vede il partner dell’altra come il bruto che in realtà non è. Ma il prestito si limita a questo, tutto il resto è puro Woody Allen, quello capace di ciniche intuizioni. E se in Crimes and Misdemeanors – Crimini e misfatti del 1989, dramma e comicità viaggiavano in parallelo, qui i due registri si fondono non di rado nella stessa linea di dialogo.
Jasmine si aggrappa disperatamente alla sua vita passata viaggiando in prima classe, malgrado sia senza soldi, racchiudendo le poche vestigia della ormai scomparsa ricchezza in valigie Vuitton e vestendo elegante (la giacca Chanel che porta per metà film, però, è sempre la stessa), ma il suo attaccamento al passato potrebbe non attenere solo alla nostalgia per il fasto e per il marito fedifrago Hal. E se il ricordo è foriero di solo dolore, il presente non è certo meglio: incapace di empatia, Jasmine fatica ad adattarsi alla vita della sorella – spesso evitata nel passato – e di chi la circonda. E così, il nuovo nome dal suono esotico rischia di diventare un fardello alla luce dei nuovo eventi, dal momento che non basta a mascherare chi è davvero agli occhi di chi la conosce da tempo.
Commedia di caratteri, potente ritratto femminile, Blue Jasmine è semplicemente un grande film, dalla scrittura precisa e tagliente, alla cui riuscita contribuisce in modo fondamentale Cate Blanchett, impegnata nel “tour de force” nevrotico di un personaggio costantemente a rischio di caricatura che lei riesce a mantenere sempre all’interno dei confini della credibilità. Un’interpretazione come di rado capita di vederne. La affiancano Alec Baldwin nel suo ruolo più riuscito (quello di Alec Baldwin), la sempre bravissima Sally Hawkins (vista in Happy Go Lucky: La felicità porta fortuna, 2008, di Mike Leigh), il sempre troppo sottovalutato Bobby Cannavale, qui omologo dello Stanley Kowalski immaginato da Williams, il comico Andrew Dice Clay, qui in un ruolo dolente, cui si affianca, in una piccola particina (ma Woody Allen ha dichiarato di voler scrivere un film per lui), il migliore comico statunitense di oggi Louis C.K. (andate a vedere i suoi spettacoli su YouTube o la sua serie televisiva Louie, la sua irriverenza merita).

 

Woody Allen è stato nominato al premio Oscar per la migliore sceneggiatura ben 15 volte (ottenendone 3: per Midnight in Paris, Hannah and Her SistersAnna e le sue sorelle e Annie Hall – Io e Annie). È giunta l’ora per un quarto.

Roberto Rippa

 

 
Blue Jasmine
(USA, 2013)
Regia, sceneggiatura: Woody Allen
Fotografia: Javier Aguirresarobe
Montaggio: Alisa Lepselter
Scenografie: Santo Loquasto
Costumi: Suzy Benzinger
Interpreti principali: Cate Blanchett (Jasmine), Alec Baldwin (Hal), Peter Sarsgaard (Dwight), Michael Stuhlbarg (dottor Flicker), Bobby Cannavale (Chili), Louis C.K. (Al), Sally Hawkins (Ginger), Andrew Dice Clay (Augie), Tammy Blanchard (Jane), Max Casella (Eddie), Alden Ehrenreich (Danny)
USA
98′

 

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