Okuribito (Departure) > Yojiro Takita

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Daigo, violoncellista che ha appena perso il lavoro dopo lo scioglimento dell’orchestra, torna al suo paese natio nella vecchia casa di campagna presso Yamagata, insieme alla moglie Mika e, per sbarcare il lunario, va alla ricerca di un’occupazione. L’occasione gli si presenta grazie all’annuncio di Sasaki, il quale cerca chi lo possa aiutare in fantomatici viaggi. Daigo contatta subito il datore di lavoro per poi scoprire, stupefatto, che si tratta di viaggi un po’ particolari. Egli dovrà occuparsi di truccare cadaveri e accompagnarli nell’ultimo approdo ultraterreno, seguendo la pratica cerimoniale della deposizione (Nokanshi).

Dopo aver raggiunto una certa popolarità in Giappone grazie alla serie porno-soft Molester’s train, iniziata nel 1982 ed esser passato, subito dopo, ai margini del circuito mainstream con l’ottima commedia Komikku zasshi nanka iranai! presentata al Festival di Cannes nel 1986, Yōjirō Takita dirige Departures, premio oscar come miglior film straniero nel 2009, battendo il favorito Valzer con Bashir. La storia di Daigo (il bravo Motoki Masahiro) affonda le proprie radici in culti e cerimonie orientali, mutandosi, attraverso la progressione narrativa di sequenze in bilico tra calligrafismo studiato e ariosità di forma, in antropologia della memoria e del tempo. Pittura en plain air che restituisce, attraverso l’intimo dramma del protagonista, il senso profondo e universalistico della vita e della morte, all’interno di una definita cornice autoriale.

Rispetto all’eccesso iperbolico a cui ci ha abituato da sempre il cinema giapponese, questo piccolo film, in cui elemento ricorrente è la centralità dell’immagine e dei piani fissi, si articola in un lento balenio d’armonie scenografiche e musicali, senza concedere nulla alla spettacolarizzazione necrofila o alla tendenza anarcoide di certo cinema asiatico. C’è un uomo coi suoi sogni ed i suoi morti, forme immote che si cristallizzano in eleganti crisalidi, grazie a balsami e lavaggi, pronte a varcare la soglia della vita per intraprendere l’estremo viaggio, forse un nuovo inizio.

Il film scorre lieve, come la musica panistica del violoncello di Daigo, o come il fiume in cui osserva, pensoso, i salmoni che ritornano ai loro luoghi natii pur sapendo di morire durante il viaggio, metafora dell’ineluttabilità della morte, della possibilità della dipartita riletta come perenne ritorno al prima. E se l’immersione in un poetico simbolismo, fluido ipnotico che restituisce ricordi e memorie del protagonista, risulta fin troppo accessibile, ha però il merito di spiegare con semplicità il passato con cui deve fare i conti, lungo un itinerario mistico che lo conduce ad un’iniziazione quasi ascetica, incorporea come fantasmi di morte solo immaginati. Daigo si prende cura dei suoi morti, li trucca e li lava con amorevole dedizione e intanto viene abbandonato dagli amici e dalla moglie, riflette sulla precoce scomparsa della venerata madre, sull’allontanamento del padre, sull’osmosi fra i due mondi, quello terreno e quello dell’aldilà. L’elemento drammaturgico risulta inframezzato da sfumature ironiche e a tratti irriverenti, smorza i toni e giustifica la rinascita spirituale del giovane, riabilitatosi al languore esistenziale, attraverso il decoro che concede ai trapassati. La morte diventa viva grazie alla tanatoprassi che investe le salme ricomposte di solenne dignità, si muta in personificazione di Amore quasi alla maniera stilnovista, quando le donne, truccate per il loro ultimo viaggio, divengono incarnazioni terrene di figure angelicate, non più tramiti tra uomo e Dio, ma tra il vivente e il defunto, espressione di un culto feticistico che, scevro da catechesi dogmatiche, implode in catarsi profana.

Nel film di Takita, dietro la liturgia sulla morte s’affaccia il mistero della vita, sospesa tra impeti tragici e irrisioni insolenti e si muta, da requiem nostalgico a canto vitalistico. •

 

Vincenzo Palermo

 

 

Okuribito
Titolo internazionale: Departure

Regia: Yōjirō Takita
Sceneggiatura: Kundo Koyama
Fotografia: Takeshi Hamada
Montaggio: Akimasa Kawashima
Musiche: Joe Hisaishi
Scenografie: Fumio Ogawa
Produttori: Toshiaki Nakazawa, Ichirô Nobukuni, Toshihisa Watai
Interpreti e personaggi: Masahiro Motoki (Daigo Kobayashi), Tsutomu Yamazaki (Ikuei Sasaki), Ryoko Hirosue (Mika Kobayashi), Kazuko Yoshiyuki (Tsuyako Yamashita), Kimiko Yo (Yuriko Kamimura), Takashi Sasano (Shokichi Hirata)
Rapporto: 1,85:1
Paese: Giappone
Anno: 2008
Durata: 130′

 

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