The Polar Express > Robert Zemeckis

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TRAIN AUTOGENO

 

Treno e training, allenamento alla vita. Bisogna essere pronti al treno che arriva. Lo cantavano gli Impressions nel ’65, subodorando i cambiamenti in atto. La locomotiva, incarnazione di nuove tecnologie e nuovi linguaggi (il cinema), si inscriveva nella segnaletica delle rivoluzioni e delle mitologie black quali gli underground railroads, tunnel della libertà. Ma in quell’anno, per esempio, le rivolte razziali di Watts si accompagnano all’assassinio di Malcolm X. In risposta alla contestazione, gli anticorpi del potere marciano visibili e invisibili. Il treno diventa sinonimo di balzo in avanti all’unisono con quello all’indietro, determinato da esterno e interno (le proprie, etorodirette resistenze). Lo provano, con il loro spazio/tempo reinventato, il romanzo africano americano Dimmi da quando è partito il treno (1968, di James Baldwin) o i film Trans-Europ-Express (1966, di Alain Robbe-Grillet) e Una sera un treno (1968, di André Delvaux). Nonostante la lontananza tematica dalle proteste, tutte opere a cavallo della contestazione. Espressione della metafora del treno come (non) luogo di nuove transizioni, spazio mentale per spostamenti orizzontali che sono in verità verticali. Viaggi nell’altrove e verso quello sconosciutissimo, resistentissimo altro in sé.

 

L’andamento lento, la staticità espressiva, assai criticati, di Polar Express, film, per bambini che riguarda l’orribile mondo dei “cresciuti”, ne denuncia la natura di viaggio interiore. In sintonia con tutta l’opera, complessa e soggettivizzata, di Zemeckis. Sempre assai più profonda (e a volte all’opposto) di quello che appare.

 

Il film apre (e chiude) sul cerchio-spazio, lo spioncino da cui il protagonista guarda ed è guardato, come in una scena primaria. Occhi in pericolo, Edipo in agguato. L’op-segno conflittuale riguarda l’esistenza o meno di babbo Natale. Cioè un altro tipo di papà. Il ragazzino ha leciti dubbi, ma genitori e fiaba illustrata (di Chris van Allsburg) non ne ammettono. Bisogna credere e obbedire (da adulti, ovvio, combattere), anche se un hobo, probabilmente comunista (o islamico sunnita), cattivo maestro, dice il contrario. E mai frignare, qualunque siano i problemi. Un lugubre panopticon, gestito da elfi livellati come gli operai di Metropolis, controlla tutte le azioni dei bambini, punendo quelli cattivi.

 

Il treno, apparso dal nulla, tra minacce del conduttore e inquietanti epifanie, (de)porta direttamente al Polo. Senza gioia né allegria vere, babbo Natale appare e declama a una piazza affollata come già Hitler e Mussolini. Più Sandy Claws che Santa Claus. Un incubo di forze convenzionali della legge e dell’ordine. In antitesi con il centro dell’essere, la luce incarnata da Tammuz, Attis, Dionisio, Gesù bambino. I bambini. Il nostro piccolo protagonista ritorna a casa e si pente: d’ora in poi farò il  bravo. Un classico quel there’s no place like home, dopo essere stati oltre l’arcobaleno (altro simbolo dei vari gradini cromatici di coscienza).

 

All’epoca d’uscita, sembrò il manifesto dei neo-con e dell’aria miasmatica che tirava (e tira ancora) in Occidente piuttosto che una variazione sui temi dickensiani e de Il mago di Oz. Si elaborava il lutto dell’11 settembre, si ricominciava, con l’adozione della guerra preventiva, a bombardare l’Iraq. Eppure le stroncature dagli States dovevano suonare perlomeno sospette. Peter Travers di “Rolling Stone” vide nei personaggi gli ultracorpi di Siegel; Paul Clinton di “CNN.com” lo paragonò ironicamente a La notte dei morti viventi. In fondo, avevano visto giusto. Lo spazio ibrido, computerizzato e perturbante della vicenda, né cartoon né film con personaggi in carne e ossa, rimanda(va) direttamente all’horror dell’insanguinato e inerte set mondiale. I colori, con predominanza di blu (la rivelazione) e gialli scuri (l’inganno), sono proprio da kolossal nazi. E si addicono alla perfezione al Natale 2013, forse anche più che a quello 2004. Sostituire al figlio il suddito e al padre lo Stato…

 

Papà e figlio sono interpretati, miracolo della motion capture, da Tom Hanks, il vecchio Forrest Gump sul train(ing) della Storia. Il quale dona movenze ed espressioni anche a babbo Natale, al vagabondo e al ferroviere. Non è casuale. L’innovazione tecnica, come sempre in Zemeckis, non è mai fine a sé stessa ma diventa riflessione linguistica, corpus ideologico del film.

 

Il piccolo protagonista vede tutti con le sembianze del padre. Anche gli oppositori, persino Santa Claus. Ma il suo non è l’amour fou di chi scorge la propria amata/il proprio amato dappertutto. Quei babbi sono tutti gretti, autoritari, bigotti e senza palle (a parte quelle di Natale). Baccelloni e zombi che impongono la fede che non hanno, come Casini. E, in potenza, pure il bimbo ne contiene le stimmate.

 

Lo vediamo allora esprimere un desiderio, piccolo segreto di piccolo cittadino K. (anche in senso kafkiano) mediante il quale il suo train mentale deraglia altrove. Dentro il ninnolo-Rosebud che il mondo dei grandi (anche nell’accezione di “potenti”) mette sempre a tacere. Ring dem Bells. Sé trasmutato nelle tenebre, tripudio del Nuovo tra le macerie. L’immaginario fascista del plot si traduce così nell’esatto contrario. Proprio come lo sfavillio di luminarie e ninnoli colorati nasconde la tragica crudeltà dei nostri ipocritissimi Natali.

 

Leonardo Persia

 

The Polar Express
(USA, 2004)
Regia: Robert Zemeckis
Soggetto: Chris Van Allsburg
Musiche: Alan Silvestri
Sceneggiatura: Robert Zemeckis, William Broyles Jr.
Fotografia: Dean Cundey
Montaggio: Arthur Schmidt
Effetti speciali: Joe Letteri
Scenografia: Rick Carter
Interpreti (voci) e personaggi principali: Daryl Sabara (Hero Boy), Tom Hanks (Controllore, Babbo Natale, Vagabondo, Padre), Peter Scolari (Bambino solitario), Leslie Zemeckis (Sarah, Madre),
Eddie Deezen (Saputello), Nona Gaye (Sabrina), Jimmy Bennett (Billy), Steven Tyler (Elfo), Michael Jeter (Fumino, Sbuffino)
99′

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