Le passé (Il passato) > Asghar Farhadi

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Le opere di Asghar Farhadi hanno il potere di farmi sentire tutta la fragilità dell’essere umano e di farmi pensare come qualsiasi gesto, anche la più apparentemente innocua bugia, abbia il potere di incidere profondamente sulle vite altrui. Dopo, hai voglia di ritinteggiare mano su mano le pareti di casa sperando che ciò che sta sotto svanisca o di chiedere alla persona una volta amata di sgomberare il garage dalle sue cose, l’anima ne sarà rimasta comunque intaccata.

 

Nel film, Ahmad rientra a Parigi da Teheran quattro anni dopo la sua partenza, per depositare presso il giudice l’istanza di divorzio da Marie. Il suo arrivo è da subito fonte di disagio per tutti: in una situazione in precario equilibrio, la sua presenza ha il potere di sconvolgere i rapporti.
Inizialmente quello tra Marie e la sua figlia maggiore Lucie, incrinato da qualcosa di molto più profondo della semplice ribellione adolescenziale cui la madre vorrebbe ricondurre i suoi comportamenti. Quindi, quello tra Marie e il suo nuovo compagno Samir, dal quale aspetta un bambino. il secondo per lui, dopo il piccolo Fouad, figlio di sua moglie, in coma dopo un tentativo di suicidio. Ahmad sembra il punto di equilibrio tra tutti. Se il suo arrivo funge da detonatore di tutte le tensioni nascoste, e di tutti i sensi di colpa portati come insostenibili fardelli, è sempre lui a trovare la parola giusta per tutti o a suggerire il comportamento più adeguato (o semplicemente quello più evidentemente inevitabile). E non importa se la parola più giusta è anche la più dolorosa. È lui il protagonista attivo della storia, è la moglie di Samir quella intorno a cui ruota tutto: il suo tentativo di uccidersi è un peso per tutti i protagonisti – compreso il più innocente, suo figlio – e il mistero che lo avvolge diviene materia per un’investigazione cui Ahmad darà involontariamente e inconsapevolmente l’avvio. E il fatto che i protagonisti si ritrovino in alcune occasioni a non poter comunicare a causa della presenza di un vetro a separarli o che sia un altro vetro a separare loro da noi, impedendoci di sentire le loro parole, non è certo un caso.

Mentre Fouad fatica ad adattarsi a vivere a casa di Marie, Lucie non prova nemmeno a nascondere la sua avversione per il nuovo compagno della madre e il conflitto con quest’ultima, che conta su Ahmad, malgrado non sia suo padre, perché le parli e capisca il motivo del suo risentimento. Samir, da par suo, appare conteso tra il nuovo rapporto con Marie e quello con sua moglie, che spera ancora possa uscire dal coma.

 

 

I temi che in mano altrui basterebbero per molti film, vengono trattati da Farhadi con la sottigliezza e la precisione già dimostrate nelle sue opere precedenti e la percezione che abbiamo dei personaggi muta radicalmente ad ogni nuova rivelazione. Se la sua sceneggiatura (adattata con Massoumeh Lahidji, già al lavoro con Abbas Kiarostami per il suo film francese Copie conforme) è perfetta in ogni sua sfumatura, anche il suo lavoro con gli attori, fatto come di consueto di lunghe prove e letture del testo come per uno spettacolo teatrale – un po’ per adattare i dialoghi, molto per compiere la perfetta fusione tra interprete e personaggio – è foriero di grandi sorprese: così, Bérénice Bejo porta un lato crudo e sgradevole al suo personaggio senza però mai nascondere la fragilità che causa i suoi atteggiamenti, mentre Ali Mosaffa e Tahar Rahim si mostrano infine meno distanti di quanto possa sembrare inizialmente, con l’unica differenza che il personaggio interpretato dal primo è ormai lontano (e non solo geograficamente) dalla situazione in cui piomba improvvisamente, mentre il secondo ne è parte integrante pur non avendo apparentemente alcuna possibilità di modificare il suo destino o di incidere su quello di chi lo circonda. Ottimi – e per una volta non è un’esagerazione – tutti gli interpreti, fino al più marginale, malgrado il regista non parli la lingua della maggior parte di loro.

 

Mentre la storia sembra mutare a seconda del punto di vista di chi la vive, possiamo assistere a un nuovo capolavoro di scrittura del regista iraniano, in cui non c’è un dialogo di troppo e in cui la naturalezza la fa da padrona, aiutando lo spettatore a interrogarsi a più riprese sulla sua stessa natura e qualità umana. Le passé, che giunge dopo le stupende prove di Chahar Shanbeh Souri (Fireworks Wednesday), Darbārehye Elly (About Elly) e Jodaeiye Nader az Simin (Una separazione), conferma Asghar Farhadi come uno tra i più importanti cineasti del nostro tempo.

Roberto Rippa

 

 Le passé

(titolo italiano: Il passato. Francia, 2013)
Regia, sceneggiatura: Asghar Farhadi
Adattamento: Massoumeh Lahidji
Musiche: Evgueni Galperine, Youli Galperine
Fotografia: Mahmoud Kalari
Montaggio: Juliette Welfling
Scenografie: Claude Lenoir
Costumi: Jean-Daniel Vuillermoz
Interpreti principali: Bérénice Bejo (Marie Brisson), Tahar Rahim (Samir), Ali Mosaffa (Ahmad), Pauline Burlet (Lucie), Elyes Aguis (Fouad), Jeanne Jestin (Léa)
130′

 
speciale ASGHAR FARHADI in RAPPORTO CONFIDENZIALE

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