WAR WARHOL

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Warhol - LonesomeCowboys

Il 22 febbraio 1987 moriva, in un letto del New York Hospital con infermiera distratta (e querelata), l’Elvis dell’arte. Quasi auto-ritratti Triple Elvis, Red Elvis e Campbell’s Elvis, come intuì bene John Carlin. Il discorso vale anche per Marilyn, Liz Taylor, Mao, Jackie Kennedy, la mucca Elsie, Marella Agnelli, la madre e le zuppe in scatola. Pezzi di vita interiorizzata, realismo maggiore, in un’epoca in cui erano finite per sempre le fette di torta, Hitch compreso, sostituite dagli spicchi di vita split di Chelsea Girls.

 I, a Man, 1967

 

Gli young lovers di oggi, uomini donne e gay, che pensano di esistere solo se certificano le proprie scopate via internet o smartphone, sono tutti dentro la faccia del playboy estenuato di I, a Man, film girato in un giorno (e dal dizionario Mereghetti punito con una sola palla). Condito da un all star cast femminile (da Nico strafatta, a Ultra Violet, a Valerie S.C.U.M. Solanas che sparò a Andy appena dopo) è uno dei suoi tanti film-profezia. Beauty n. 2 è, pari pari, un reality show (idem The Nude Restaurant). The Life of Juanita Castro, con Fidel e il Che interpretati da donne, supera quasi il più ributtante porta a porta a venire. Ma Symphony of a Sound, coi Velvet, è il più autentico rock movie della storia del cinema. Senza pubblico, girato in garage, suonato con l’energia di chi non ancora è stato immatricolato dallo show-biz.

 Kiss, 1963

 

Con Pasolini, Debord e Philip K. Dick, Warhol è stato il più grande veggente del, e sul, ‘900 e oltre. Il nostro XXI secolo, grigio e assente, mediocre e sbalordito dalla noia, è tutto all’interno dei confini angusti e liquidi dell’Empire, piano fisso senza possibilità di cambio, 8 ore di immagine unica per pensiero unico, oltretutto ripugnante. Il glande dell’Empire State Building, maxi cono fallico dell’occidente. Circonciso poi dalle Torri Gemelle, doppio membro, doppia penetrazione. Oggi a loro volta dissolte, soltanto fisicamente. Come sono stati fatti fuori, alla lettera, sesso, volontà, desiderio, speranza, senso.

 Kitchen, 1965

 

Bombe, esplosioni senza sorpresa e malattie incurabili sono il sale del mondo global/glocal, mentre lo spegnimento vero sta avvenendo senza un bang (magari un po’ di forcame), proprio come per gli hollow men di T.S. Eliot. Terra guasta. Concetto serializzato (o serigrafato?) negli altri film. Eat, Drunk, Kiss, Kitchen, Closet, Sleep. Oppure, più fiction, Vinyl, My Hustler, Lonesome Cowboys. Fanno impallidire gli omologhi di Kubrick, Gus van Sant, Ang Lee. Li invecchia all’istante, pur venuti dopo. Di sicuro, senza la lezione di Rossellini (l’episodio Una voce umana de L’amore) non sarebbero concepibili film in una stanza come Poor Little Rich Girl, con Edie Sedgwick superstar) ma, privato di Warhol il cinema, sarebbe oggi altrettanto inconcepibile The Canyons di Paul Schrader. Opere “prive” di senso perché ne hanno troppo. Il più emblematico, Blow Job, corporale ed etereo (non etero) come tutto il suo cinema, mostra il volto in estasi di un uomo sottoposto a fellatio, con il fascio di luce mistica dall’alto che ne mette in evidenza il teschio (cfr. Adriano Aprà), perché tutto diventi un dolente requiem sulla vanità della carne. Un Ecclesiaste porno, con pompino degno di S. Ignacio da Loyola e pure del cardinal Ruini.

 Lonesome Cowboys, 1968

 

La forza di Warhol cineasta, e artista tout-court, sta in un totale incanto del disincanto senza negare l’autoreverse rovesciato. Crede in ciò che vede (consumo, sesso, potere, glamour) e sa che solo la vista gli resta. Desiderio più impotenza. Frivolezza e tristezza. Superficialità patologica che è il profondo scrutare la propria innervision vuota. Dietro, certo, c’è una sensibilità gay molto tipica. Come in Waters, Almodóvar, Gorge Cukor. E anche l’atipicità clamorosa di chi non resta fermo alla tecnica esplicativa rimanendo davvero alien. Fare arte respirando, e arte dove il fruitore è tutto (come pure l’artista, tela di sé stesso). Non si comprende Warhol se non si è disposti a uscire dalla propria passività di homo videns (fantastico paradosso!). Se non si è altrettanto artisti incapaci di creare (idem!). E soprattutto anche chi è contro Warhol finisce per essere per Warhol (..e tre!).

 Sleep, 1963

 

Immaginate (imagine…) i suoi film trasmessi alle Rai e alle Mediaset di stato in prima serata. Non accadrebbe nulla, neanche in mezzo agli spot pedofili di pappine, pompini e pannolini. Il tele (davvero tele) spettatore, intontito come sempre, forse subirebbe per riflesso. Noterebbe il b/n, un effetto speciale. Al più, illudendosi di essere capace di intendere e di volere, si limiterebbe a un clic sul telecomando. E, con geniale coerenza inconsapevole, tornerebbe al solito carnevale di nulla. Al festival dello stesso. Specie se diverso. Boldrini come Bossi, Travaglio come Affari tuoi, Vendola come mr. Barilla (o Balilla). Vuoto opposto a vuoto. Anche quando è lo stesso Warhol a eccedere sulle pay-tv, tipo l’omaggio all night long di Studio Universal molto tempo fa. Circolarità diabolicamente sardonica del discorso freak più chic.

 Screen Test, 1964

 

Anni fa, su Raisat trasmisero all’infinito Sinfonia nuziale di Eric von Stroheim privato del finale. S’interrompeva di colpo, proprio come i film del nostro, che cessavano perché non c’era più pellicola nel caricatore. Nessuna protesta, niente scuse. Nemmeno una replica giusta, passaggio dopo passaggio. E nello stesso periodo, su Planete, per una settimana di fila, a orari diversi, un documentario sulla Resistenza, di Paolo Gobetti, con audio zero. Fuori o dentro il confine d’emittenza, se ne accorse nessuno?

 Kiss, 1963

 

Ecco una magnifica quanto lurida metafora della società incomunicabile della comunicazione, della civiltà incivile dello spett(r)acolo. Autoreferenziale, però senza autore. Voyeuristica, e priva di spettatori. Il XXI secolo. Che ci ha portati davvero sulla luna (Moonwalk, l’ultimo dipinto di Warhol, è il doppio del Moonwalker di Michael Jackson, uno dei suoi luccicanti figli tristi sempre allegri). A questo blob inutile che ci succhia vita, tempo, speranze ed evoluzione, versione corretta del fosforo bianco che squaglia gli abitanti degli stati canaglia, delle crisi artificiali che riducono a peggio di ground zero i paesi P.I.G.S., nessuno e nulla sfugge. War Warhol. Nemmeno un recente saggio Lindau, Andy Warhol-Il cinema della vana vita di Mirco Melanco. Noioso, vuoto e deprivato come le opere del soggetto preso in esame (epperò latitante, ovvio, di scat profetico, ferocia lobotomizzata, pieno concettuale).

 My Hustler, 1965

 

Il tempo reale (reale?) moderno (moderno?) combacia con il tempo di ripresa, come, più dei reality, (non) ci ha mostrato il Glamorama di Bret Easton Ellis. Titolo degno del bimbo goffo e disarticolato degli hunkies ruteni poveri alla conquista dell’America yankee e capitalista. Da Warhola a Warhol, una bella storia di immigrazione totalmente integrata, a costo di essere apocalittica. Dandy Warhol, un neo Dorian Gray, che si auto-modella come opera d’arte, arrivando a farsi conchiglia (parola di Fassbinder, altra victim). Da pittore a pittore delle proprie unghie e dei propri occhi (ipse dixit!). Artista senza arte (e Charles Lisanby sperava che lo stesso Warhol lo ammettesse…). Produttore soprattutto consumatore, collezionista patologico di oggetti mai scartati, come Charles Foster Kane. Citizen Andy, senza alcuna nostalgia della sua Rosebud perduta, prototipo di una serie di tutti i cittadini globalizzati e zombi del pianeta Terra ridotto a Skull.

 Lonesome Cowboys, 1968

 

E, più di tutto, politico lungimirante, nella sua totale assenza di cultura politica. Il suo Vote McGovern che ritrae il faccione ghignante dell’avversario Nixon spiega, meglio di tutti, come dietro ogni sinistronzo si nasconde l’arrapata introiezione della destra. Se la falce e il martello diventano un logo commerciale come un altro (la serie di Hammer and Sickle), le serigrafie di Mao ci dicono che il personaggio è esattamente come gli altri soggetti politici: Topolino, la Garbo, il dollar sign o la strega cattiva dell’ovest. Nelle cattive frequentazioni di destra, se non addirittura dittatoriali, di Andy Warhol (Imelda Marcos, lo scià di Persia), Susan Sontag vide, a ragione, l’atteggiamento tipico del capitalismo. «Pensava fosse prestigioso conoscere un capo di stato. Ma non gli veniva neanche in mente di chiedersi se fosse una brava persona». Faceva lo stesso, quando qualcuno gli chiedeva i nomi dei più importanti artisti contemporanei e, senza esitare, la risposta era «Tutti!».

 

Una provocazione portata alle estreme conseguenze. Dove la consapevolezza finiva per identificarsi con il suo contrario, l’incoscienza. Ma era anche un ordinario rispecchiamento sociale (manco a dirlo, anti-sociale). La stessa cosa la faceva Wojtyla con Pinochet, la fa, con terrificante demenza, l’elettorato piddino, totalmente berlusconizzato. E tutti noi oggi. Volenti o nolenti, non neghiamo l’inchino inodore e insapore alle autorità. Sono, più di tutto, stile di vita, prodotti consumati, inconscio colonizzato, libido come catena di montaggio, accidia nevrotica e nerboruta. Eccetera eccetera. Andrew Warhola è qui e ora. Spalmato nelle pieghe introverse di un mondo esterno e ossidato, spruzzato di pipì come i Piss Paintings. Eppure asettico. Acrilico. Plastico. Exploding Plastic Inevitable.

 

Leonardo Persia

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  • Massimo Ravecca

    Le mani di Gesù dipinte da Leonardo nel Cenacolo, uniche nel dipinto, una con la palma verso il basso e l’altra verso l’altro indicano che Gesù era ambidestro come naturalmente era Leonardo e in parte Michelangelo Buonarroti? Non a caso Andy Warhol riprodusse, oltre il Cenacolo, serialmente la Gioconda e Marilyn che richiamano lo stesso volto archetipo. Cfr. ebook (amazon)di Ravecca Massimo: Tre uomini un volto: Gesù, Leonardo e Michelangelo. Grazie.

  • Massimo Ravecca

    Le mani di Gesù dipinte da Leonardo nel Cenacolo, uniche nel dipinto, una con la palma verso il basso e l’altra verso l’altro indicano che Gesù era ambidestro come naturalmente era Leonardo e in parte Michelangelo Buonarroti? Non a caso Andy Warhol riprodusse, oltre il Cenacolo, serialmente la Gioconda e Marilyn che richiamano lo stesso volto archetipo. Cfr. ebook (amazon)di Ravecca Massimo: Tre uomini un volto: Gesù, Leonardo e Michelangelo. Grazie.